Quella tirannia del voto che tiene la scuola italiana sotto scacco
di Vanessa Roghi"Cari genitori, questa è una lettera tutta particolare, scritta un po' da tutti allo scopo di informarvi di una decisione che abbiamo preso noi e la maestra e che riguarda anche voi". Il 20 dicembre 1968 Daria Ridolfi, maestra di Torino, scrive insieme ai suoi bambini una lettera dove spiega a mamme e papà che nella sua classe l'apprendimento non verrà più "misurato" con il voto. Sono tre anni che la maestra ha smesso di dare voti numerici andando incontro a note disciplinari e non pochi problemi con le famiglie, ma è convinta di essere sulla strada giusta come scrive nella lettera: senza l'ansia del voto i bambini imparano meglio e di più e che la loro preparazione viene monitorata costantemente da lavori individuali e di gruppo e che insomma i genitori stiano tranquilli, va tutto bene.
IL PROGRAMMA COMPLETO DI REPUBBLICA DELLE IDEE
Daria Ridolfi non è sola. In Italia alcuni docenti di scuola primaria …
"Cari genitori, questa è una lettera tutta particolare, scritta un po' da tutti allo scopo di informarvi di una decisione che abbiamo preso noi e la maestra e che riguarda anche voi". Il 20 dicembre 1968 Daria Ridolfi, maestra di Torino, scrive insieme ai suoi bambini una lettera dove spiega a mamme e papà che nella sua classe l'apprendimento non verrà più "misurato" con il voto. Sono tre anni che la maestra ha smesso di dare voti numerici andando incontro a note disciplinari e non pochi problemi con le famiglie, ma è convinta di essere sulla strada giusta come scrive nella lettera: senza l'ansia del voto i bambini imparano meglio e di più e che la loro preparazione viene monitorata costantemente da lavori individuali e di gruppo e che insomma i genitori stiano tranquilli, va tutto bene.
IL PROGRAMMA COMPLETO DI REPUBBLICA DELLE IDEE
Daria Ridolfi non è sola. In Italia alcuni docenti di scuola primaria e di scuola secondaria stanno ragionando su cosa fare del voto fin dall'immediato dopoguerra, da quando, dopo vent'anni di fascismo, ci si è posti seriamente il problema della relazione fra scuola e democrazia. La relazione di potere implicita nell'istituzione scolastica deve per forza riprodurre modelli autoritari o può ridefinirsi a partire dalla nuova situazione politica e costituzionale? E in questa ridefinizione la valutazione che posto occupa? Aldo Visalberghi è fra i primi a porre la questione in termini teorici.
Il suo punto di vista apre il libro di Cristiano Corsini, docente di pedagogia sperimentale all'Università Roma Tre La valutazione che educa. Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto (Franco Angeli). Un libro da leggere nei giorni degli scrutini, per ragionare su cosa ci aspettiamo dalla scuola in generale e dai voti in particolare. Scrive Visalberghi nel 1955: "E infine, se l'educazione ha da assumere forma di spontanea e ricca collaborazione sociale, com'è auspicato dalla migliore pedagogia contemporanea, non ci sarà forse un'ulteriore ben forte ragione di liberarla dagli aspetti competitivi?". In poche parole, dal voto. Ovviamente Visalberghi non chiede di smettere di valutare ma di ripensare il modo in cui lo si fa discutendone lo strumento. Qualcuno lo prende sul serio, in tanti negli anni a venire sperimentano forme di valutazione senza voto. Ma si capisce presto che valutare diversamente significa rivoluzionare tutto il modo di fare scuola. Se non lo si fa anche il giudizio descrittivo, introdotto per legge nel 1977 per la prima volta, replica del voto numerico lo stesso meccanismo che è quello di riprodurre l'esistente e non di trasformare i soggetti coinvolti, cioè gli studenti.
Il voto infatti, come racconta Corsini, nasce come rendiconto. Definito dalla circolare ministeriale del 1851 relativa ai "Cataloghi per le scuole elementari" del Regno di Sardegna, poi estesa al Regno d'Italia, uniforma rendicontazione del profitto e della disciplina nell'istruzione elementare. 0 esprime niente, 1 pessimamente, 2 assai male, 3 male, 4 assai poco, 5 poco, 6 mediocremente, 7 quasi bene, 8 bene, 9 quasi ottimamente, 10 ottimamente. Ma non esiste alcun legame oggettivo fra una rendicontazione e l'apprendimento. Continuare a credere che questo legame esista è uno dei motivi fondamentale per cui, malgrado gli sforzi della maestra Ridolfi e di chi come lei ci ha provato e continua a provarci, qualcosa è andato storto. Oggi, infatti, l'ideologia che vuole il voto numerico (o il giudizio che spesso lo traduce in modo meccanico) allo stesso tempo uno strumento oggettivo e formativo è così diffusa da aver indotto a inserire la parola Merito nella denominazione stessa del Ministero dell'istruzione (merito uguale bel voto).
La sua "oggettiva" capacità descrittiva è così acriticamente accettata, come scrive Corsini, da aver contribuito a diffondere "idee scientificamente infondate e educativamente deleterie come quella di impiegare strumenti standardizzati per definire "competenti" o "fragili" studentesse e studenti o quella di usare informazioni sul profitto agli esami universitari per stilare classifiche delle scuole secondarie". Avete presenti le classifiche delle scuole "migliori" selezionate in base al voto degli studenti? Ecco stiamo parlando di questo.
Il voto ha così finito per divorare l'idea stessa di valutazione, oscurando lo sforzo titanico di migliaia di insegnanti che ieri come oggi si impegnano per rendere la scuola un luogo di trasformazione per i ragazzi e le ragazze e quindi per tutti noi.
Sabato 10 giugno a Repubblica delle Idee, Bologna
Alle 19.30 l’autrice è all’Arena del Sole con Gaja Cenciarelli e Marcello Fois