Tullio Pericoli, l'arte del ritratto e il fascino discreto del “non finito”
di Marco BelpolitiChe cos’è un ritratto? Secondo l’etimologia “ritrarre” significa “tirare indietro, dalla parte contraria”. Solo nel XIII secolo ha assunto il significato di “riprodurre e rappresentare una figura con il disegno”; da Dante e Petrarca in poi questo è il significato prevalente, almeno nell’arte, anche se è solo dal Cinquecento che “ritratto” significa “immagine o figura umana somigliante”. Questa lontana origine latina è davvero curiosa, poiché indica un’attività che comporta l’opposto del “tirare indietro”, dal momento che ritrarre significa compiere un gesto d’avvicinamento a qualcuno o qualcosa. Forse quel “tirare dalla parte contraria” include la fatica emotiva e insieme estetica di chi fa un ritratto, una delle attività artistiche più difficili.
Non è forse un caso che, dopo tanti anni che si dedica a…
Che cos’è un ritratto? Secondo l’etimologia “ritrarre” significa “tirare indietro, dalla parte contraria”. Solo nel XIII secolo ha assunto il significato di “riprodurre e rappresentare una figura con il disegno”; da Dante e Petrarca in poi questo è il significato prevalente, almeno nell’arte, anche se è solo dal Cinquecento che “ritratto” significa “immagine o figura umana somigliante”. Questa lontana origine latina è davvero curiosa, poiché indica un’attività che comporta l’opposto del “tirare indietro”, dal momento che ritrarre significa compiere un gesto d’avvicinamento a qualcuno o qualcosa. Forse quel “tirare dalla parte contraria” include la fatica emotiva e insieme estetica di chi fa un ritratto, una delle attività artistiche più difficili.
Non è forse un caso che, dopo tanti anni che si dedica al ritratto, arte in cui eccelle, Tullio Pericoli si sia deciso a darci i suoi Ritratti di ritratti (Adelphi, con 813 tavole a colori), mettendo insieme un volume mastodontico. Ma cosa in questo album di abbozzi e opere finite “tira dall’altra parte”? Per capirlo bisogna leggere la breve premessa che Pericoli ha posto in apertura del libro. Nel silenzio del suo studio egli racconta di aver sentito un brusio proveniente dai cassetti in cui sono riposti gli schizzi dei ritratti. Dopo averli aperti ha capito che non erano più “brutte copie”, ma qualcosa d’altro, e che quindi volevano manifestarsi, ragione per cui ha letteralmente preso il contenuto di quei cassetti e l’ha versato nel volume.
L’arte del ritratto in definitiva è un’arte di fantasmi, suscita fantasmi seguendo la doppia valenza che persegue ogni ritratto: “identità” e “somiglianza”. Identità significa esprimere la singolarità di chi è stato ritratto, la sua unicità; somiglianza comporta invece l’avvicinarsi quanto più possibile al proprio modello. Un impegno davvero gravoso per chi disegna, per cui è evidente che i non-finiti sono qualcosa di particolare, d’incerto, per quanto esistano e siano essi stessi dei ritratti. Il laboratorio di disegno che Pericoli qui ci offre con copiosi esempi (Umberto Eco, per decenni suo fedele amico, è ritratto 54 volte; Beckett, viso-paesaggio amato dall’artista, 36 volte; Rossini, marchigiano come Pericoli, c’è 19 volte; Kafka, suo amato enigma, 27; Stevenson, scrittore prediletto, 28 volte) si trova a cavallo di quei due aspetti: identità e somiglianza.
In ogni disegno l’artista cerca la singolarità dell’uomo e della donna, e per fare questo prova e riprova a schizzarlo. Tuttavia, come ha scritto Emanuele Trevi, il Ritratto di Daniel-Henry Kahnweiler dipinto da Picasso nel 1910 ha modificato l’idea stessa d’identità, la quale si è dilatata, diventando qualcosa di fluido e di cangiante, in cui anche gli aspetti selvaggi e nascosti della personalità compaiono nel dipinto.
Pericoli cerca perciò di sondare i fugaci stati d’animo dei suoi soggetti-oggetti, la loro sfera interiore, e al tempo stesso si preoccupa della loro somiglianza, la quale ha a che fare con la fisicità stessa del soggetto ritratto, spesso non conosciuto direttamente da Pericoli, perché morto da tempo o visto solo in fotografia. L’identità ha che fare anche con l’opera dell’autore ritratto, e qui Pericoli mette in campo tutta la sua bravura di lettore (e anche di scrittore di ritratti con le parole, come in Incroci, Adelphi); ma è la somiglianza il problema, poiché è difficile coglierla persino ricorrendo alla fotografia, come scopre il protagonista del romanzo di Italo Calvino La giornata di uno scrutatore, Amerigo Ormea, nel seggio elettorale del Cottolengo guardando gli scatti sulle carte di identità delle suore.
Il punctum di questi schizzi, come di molte altre opere finite, le opere-opere, è il naso; da lì sembra partire ogni ritratto di Pericoli, sino al punto che i nasi dei suoi disegni, seppure con qualche eccezione, si somigliano tutti. Forse Pericoli ha fatto propria la lezione di Saul Steinberg, suo maestro ideale, per cui il naso è la parte più antica dell’uomo, la più originale e privata del corpo umano, e in particolare del volto: «È il simbolo stesso ma più esemplare, più significativo del mio viso; infatti si può costruire il proprio viso – io l’ho fatto spesso ma è un’operazione complicata – disegnando sul naso stesso gli occhi, il naso e la bocca, e diventa un ritratto essenziale di me stesso. E non solo di me stesso, ma di tutti; tutti abbiamo un naso come elemento che ci identifica, che ci rende complici di noi stessi».
Ho la sensazione che quel naso, così simile in ogni ritratto, nasconda il segreto dei ritratti di Tulio Pericoli, che si tratti di brouillons o di opere finite.
Il libro
Ritratti di ritratti di Tullio Pericoli (Adelphi, pagg. 920, euro 45). Con 813 tavole a colori