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L'ultimo libro di McCarthy, parole strappate al silenzio

Cormac McCarthy (ansa)
Lo scrittore americano morto a 89 anni ha lasciato come testamento "Il passeggero". Un tentativo finale di mostrare a questo secolo che la letteratura è arte e sperimentazione
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Con malcelato imbarazzo, faticose allusioni oppure con sofferte stroncature è stato accolto il suo ultimo libro, Il passeggero. Ma arrivato a quasi 90 anni se ne deve essere fatto una ragione con poco meno di un’aggiustata alla falda dell’immancabile cappello. In questo libro non si ritrovano la terra trasformata in vertigine metafisica della Trilogia della frontiera. Non si sente la solitudine umana, sì troppo umana, de La strada o il silenzio rotto da nient’altro che i tuoni lontani del Guardiano del frutteto. Non c’è nemmeno la violenza gnostica di Meridiano di sangue. Sempre che ciascuno di questi aspetti dell’opera di Cormac McCarthy, con tutti questi inadeguati aggettivi, bastino a dare un’idea della sua profondità. Sicuramente no.

Come sicuramente non da questo Passeggero si può partire per conoscerlo perché troppo ha chiesto il vecchio scrittore ai suoi lettori. Ma soprattutto a se stesso. Sapeva ch…

Con malcelato imbarazzo, faticose allusioni oppure con sofferte stroncature è stato accolto il suo ultimo libro, Il passeggero. Ma arrivato a quasi 90 anni se ne deve essere fatto una ragione con poco meno di un’aggiustata alla falda dell’immancabile cappello. In questo libro non si ritrovano la terra trasformata in vertigine metafisica della Trilogia della frontiera. Non si sente la solitudine umana, sì troppo umana, de La strada o il silenzio rotto da nient’altro che i tuoni lontani del Guardiano del frutteto. Non c’è nemmeno la violenza gnostica di Meridiano di sangue. Sempre che ciascuno di questi aspetti dell’opera di Cormac McCarthy, con tutti questi inadeguati aggettivi, bastino a dare un’idea della sua profondità. Sicuramente no.

Come sicuramente non da questo Passeggero si può partire per conoscerlo perché troppo ha chiesto il vecchio scrittore ai suoi lettori. Ma soprattutto a se stesso. Sapeva che sarebbe stato l’ultimo, un testamento si dice in questi casi. E quale migliore testamento se non restituire alla scrittura il suo ruolo assoluto. Usare la parola portandola alle cose ultime, cambiando registro come cambiano i due protagonisti, uno rimasto emotivamente afono per un lutto d’amore e l’altra, quello stesso amore, che parla il linguaggio degli spiriti. Come dare voce alle due inconsolabili metà di quelli che Platone chiamava i Figli della luna, prima che, divisi per sesso e per sempre, diventassero essere umani?

E così McCarthy tenta l’impossibile: al primo fa usare meno parole, ancora meno, il meno possibile, con una sillaba in meno non ci sarebbe scrittura. E per dare voce alla seconda si affida a un esperimento di scrittura automatica che solo la fantasia di un genio come lui poteva concepire. Così si rincorrono il quasi silenzio e la sinfonia di voci e tra i pieni e i vuoti il vecchio romanziere, no il grande artista, mostra a questo secolo che la sperimentazione è ancora possibile purché si abbia coraggio. E fede nei lettori.

Un tentativo finale di rendere alla scrittura la dignità che nei millenni si è ritagliata come urlo contro il buio. E nello stesso tempo, un far pace con il silenzio che sentiva arrivare. Come per tutti arriva, ma nel caso di McCarthy l’uomo ha parlato.