Coloro che, nei secoli, vissero entro i mutevoli confini di quello che noi chiamiamo "Impero Bizantino" non sapevano assolutamente di essere "bizantini" né hanno mai usato questo termine per definirsi. L'Impero Bizantino, per i suoi abitanti, era molto semplicemente l'Impero Romano che continuava a vivere, ed essi definivano sé stessi "Romani" o piuttosto, quando la lingua prevalente al suo interno divenne il greco, "Romaioi" (pron. "Romèi"). L'Impero Bizantino, dal punto di vista politico-istituzionale, altro non fu, infatti, se non la continuazione dell'Impero di Roma, o meglio della sua pars Orientis, ossia la sua porzione orientale. Quando, nel 476, la pars Occidentis cessò di esistere perché l'ultimo imperatore (Romolo Augustolo) era stato deposto da Odoacre, capo delle milizie barbariche stanziate in Italia, la metà orientale dell'Impero continuò - molto semplicemente - a essere l'unico Impero Romano ancora esistente. Anche se Roma non rientrava più entro i suoi confini, esso era in tutto e per tutto equivalente a quello scomparso, anche perché la sua capitale - l'antica Bisanzio, nel 330 ribattezzata Costantinopoli - aveva ricevuto dal suo ri-fondatore Costantino, insieme alla denominazione di "Nuova Roma", tutti i privilegi propri della antica Roma, compresa la presenza di un Senato. A questo Impero millenario è dedicato il trentaduesimo numero di Storie di Storia, a cui hanno collaborato la Fondazione Torino Musei, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Villaggio Globale International. Sino alla fine di agosto è possibile assaporare il fascino dei luoghi e dei simboli di questo Impero ammirando la mostra "Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario" nella Sala Senato di Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica di Torino, curata da Federico Marazzi. Buona lettura.
LA STORIA
L'IMPERO DI BISANZIO
Il nome "bizantino", che definisce l'Impero Romano d'Oriente a partire dal Seicento, è collegato a Bisanzio, la città greca fondata tradizionalmente nel 667 a.C. che sorge sulla costa dell'antica Anatolia, oggi Turchia, al centro di vie di comunicazione e in posizione dominante sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Su questo luogo l'imperatore Costantino trasferì la sua residenza nel 330 d.C., allargando la città da 200 a 700 ettari, costruendo nuove mura e un nuovo porto. Da lì in poi si sarebbe chiamata Costantinopoli. La storia dell'Impero Romano d'Oriente o Impero Bizantino iniziò nel 395 d.C. quando, morto l'imperatore Teodosio, l'Impero fu suddiviso definitivamente tra Impero Romano d'Oriente e d'Occidente tra i suoi due figli: Arcadio ebbe l'Oriente e Onorio l'Occidente. A poco a poco il potere si spostò a Costantinopoli: la "nuova Roma" utilizzava il latino per la lingua amministrativa e militare (la maggior parte della popolazione, infatti, parlava greco) e vide il Cristianesimo diventare religione di Stato. Non solo: divenne ricchissima di palazzi, chiese cristiane, come Santa Sofia, o centri dell'intrattenimento pubblico, come l'ippodromo e le biblioteche; centro di commerci di spezie, merci esotiche e luogo di incontro di variegate comunità. Alla caduta dell'Impero d'Occidente, quando il barbaro Odoacre depose il giovanissimo imperatore Romolo Augustolo, la città rimase con l'imperatore d'Oriente a presidiare lo scettro della romanità, e "Romei" erano chiamati gli abitanti. Per lungo tempo l'Impero d'Oriente incluse, oltre all'attuale Turchia, la penisola balcanica compresa la Grecia, l'Africa settentrionale, le coste del Mediterraneo orientale e parte della penisola italica, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica (con grandi centri culturali come Ravenna, Venezia, Napoli, Siracusa, Tessalonica, Efeso e Nicea). Poi, gradualmente, dopo i grandi imperatori quali Giustiniano o Eraclio I, anche a seguito di pressioni di popoli provenienti da Nord (come Bulgari e Croati) e da Oriente (Persiani e Arabi), l'Impero si contrasse fino alla conquista turca del 1453. Il successivo mutamento ufficiale del nome di Costantinopoli in Istanbul avvenne nel 1930. Nel frattempo, nel 1054, anche lo Scisma d'Oriente, con la divisione tra la Chiesa cattolica occidentale di Roma e la Chiesa ortodossa orientale, fu un ulteriore elemento di isolamento di Costantinopoli: infatti prima di capitolare definitivamente sotto i Turchi fu saccheggiata dai Crociati nel 1204. Per questo la città, a parte poderosi resti di età romana, mostra i segni della trasformazione da bizantina a ottomana e delle chiese da cristiane ortodosse a moschee islamiche. Trasformandosi l'Impero resistette oltre 1000 anni dopo la caduta di Roma, conservando aspetti della classicità e mescolandoli con elementi orientali. I suoi semi, nonostante la furia distruttiva dei nuovi popoli, riattecchirono tuttavia, anche attraverso la fuga di molti sapienti in Italia a seguito della presa turca, dando di nuovo vita alla scintilla dell'Umanesimo specialmente nella Firenze di Lorenzo il Magnifico: Bisanzio non muore mai e come una fenice rinasce dalle proprie ceneri.
IL NOME
Perché "Impero Bizantino" e non "Impero Romano"?
Quali furono questi fattori?
In primo luogo, si rilevò il prevalere della componente linguistica greca su quella latina, che era stata quella tradizionalmente propria della civiltà romana: questo fenomeno, già in corso durante il VI secolo quando l'Impero era costituito ormai dalle sole regioni orientali del Mediterraneo, si affermò definitivamente nel corso del VII. Se al tempo dell'imperatore Giustiniano (527-565) la lingua ufficiale dell'amministrazione imperiale era ancora il latino, un secolo dopo essa era definitivamente diventata quella greca. Nel VI secolo, la prevalenza della lingua greca derivava dal fatto che nella maggior parte delle regioni che componevano l'Impero Romano d'Oriente ormai da secoli (almeno dai tempi di Alessandro Magno) questa lingua era quella parlata soprattutto nelle città e dalle classi più colte che vi abitavano. Tuttavia, non va dimenticato che, in aree quali la Siria, la Palestina e l'Egitto, erano ben vivi altri idiomi, come il copto, il siriaco e l'aramaico, che possedevano anche propri alfabeti e una loro ben sviluppata letteratura, e che nei Balcani si parlava prevalentemente latino, oltre a idiomi locali, come il trace e il dacico. Tuttavia, in seguito alle perdite territoriali subite dall'Impero nel VII secolo a causa dell'espansione islamica, la coincidenza fra aree totalmente grecofone e i territori da esso ancora controllati divenne pressoché totale.
Nel pensiero storico-filosofico occidentale, dai tempi di Edward Gibbon, nel Settecento, fino a quelli di Friedrich Dürrenmatt, negli anni sessanta del Novecento, Bisanzio diventa prevalentemente il paradigma di quello che uno Stato non avrebbe dovuto mai essere: dall'offuscamento della creatività culturale che era stata propria della Grecia e di Roma antiche sino a una inquietante anticipazione di quello che sarebbe stato il governo sclerotizzato e oppressivo dell'URSS.
Ai nostri occhi, dunque, i "Bizantini" sono dei Greci (perché parlavano greco e avevano occupato i territori dell'attuale Repubblica Ellenica) che però definivano sé stessi "Romani" e che, per molti aspetti, disprezzavano la cultura greca "classica", che noi siamo stati invece abituati ad ammirare profondamente. La cultura occidentale, al contrario, ha considerato tendenzialmente Bisanzio come un'imitazione assai scadente di ciò che Roma e il suo Impero erano stati all'apice della loro potenza e l'incarnazione di una grecità che rinnegava la parte migliore delle sue radici ideali e culturali, preferendo a esse un Cristianesimo che, fra l'altro, presentava numerose diversità dogmatiche e rituali rispetto a quello dell'Occidente.
L'imperatore e la corte: uno dei pilastri dell'Impero Bizantino
La divinizzazione dell'imperatore non fu una componente rilevante dell'ideologia romana nei primi due secoli dell'Impero, benché nelle province orientali, avvezze ai modelli di regalità del mondo ellenistico, il sovrano fosse costantemente chiamato nell'epigrafia pubblica con l'epiteto di sebastos ("venerabile", il termine con cui il mondo greco tradusse il titolo di augustus). Gli imperatori viventi, almeno a Roma, erano divinizzati nel rituale dell'apoteosi solo dopo la loro morte e solo dietro voto del senato e approvazione dei loro successori. Rimaneva viva nella cultura politica dell'età del principato l'idea che il conferimento di prerogative consolari senza limiti a un solo uomo da parte del senato e del popolo, su cui si era basata l'autorità di Augusto, non poteva farlo assurgere a un dio vivente. Certo, il consolidamento del potere dei principi favorì l'assimilazione del loro governo a quello degli dèi, come nel celebre panegirico pronunciato in senato da Plinio il Giovane, nel 100 d.C., ove con ardita metafora Traiano venne considerato il vicario di Giove Capitolino nell'ecumene. Questo processo di assimilazione degli imperatori agli dèi assunse un rilievo molto più marcato nella propaganda politica a partire dalla seconda metà del III secolo. Da un lato il venir meno del senato nella procedura di elezione degli augusti e dall'altro la tendenza all'enoteismo religioso, diffuso nella società del tempo, spinsero diversi sovrani (Aureliano, Diocleziano, Massimiano, Costantino) a reclamare per sé la potenza delle loro divinità tutelari. Non sorprende, pertanto, che il biografo di Costantino, il vescovo Eusebio di Cesarea (265 ca339-340), nell'orazione scritta per la celebrazione del trentennale di governo del sovrano, nel 336, riprenda l'immagine solare che lo stesso Costantino aveva associato da tempo alla propria persona sostituendo il Dio cristiano al Sol invictus ("come il sole la sua luce, così l'imperatore invia i suoi raggi nelle province più lontane dell'Impero").
Si affermò in questo modo un principio cardine dell'ideologica politica bizantina ovvero l'idea che esisteva una specularità tra il governo dell'imperatore sulla terra e quello di Dio nell'universo. Inoltre, come per i pagani, anche per i cristiani l'imperatore era scelto da Dio, in una concezione non molto diversa dalla providentia deorum che agiva sull'elezione del princeps. I panegiristi cristiani, da Eusebio di Cesarea al diacono Agapeto (VI secolo) e oltre, produssero una serie di componimenti sulla natura della regalità. Essi non avevano lo scopo di definire positivamente lo spazio d'azione del potere imperiale, quanto di illustrare le virtù cui i sovrani avrebbero dovuto attenersi nel loro agire, virtù che rispecchiavano le qualità di Cristo, in primo luogo l'amore per gli uomini, la clemenza, la moderazione e la giustizia.
Non tutti gli elementi della ideologia del tardo principato trovarono però continuità nel pensiero bizantino. La divinizzazione dell'imperatore non poté ovviamente essere accettata dalla cultura politica cristiana. In essa, fu piuttosto divinizzata l'istituzione imperiale - la basileia - che, essendo voluta da Dio fino al compiersi della parusia, venne considerata eterna e unica dimensione costituzionale in cui poteva manifestarsi il governo sugli uomini. A partire dal III secolo, con sempre maggiore insistenza, tutto ciò che concerneva l'imperatore venne chiamato "sacro" o "divino". L'esperienza tetrarchica e la necessità degli augusti di muoversi rapidamente verso i fronti di guerra diedero luogo alla costruzione in diverse città (Treviri, Milano, Sirmio, Nicomedia, Tessalonica, Serdica, Ravenna, Costantinopoli, Antiochia) di residenze imperiali che nel loro impianto architettonico si ispiravano al modello romano sul Palatino. Le residenze ospitavano il sovrano quando egli soggiornava in quella determinata città ed erano caratterizzate da separazione e riservatezza rispetto al resto del tessuto urbano. Il primo nucleo del Grande Palazzo imperiale a Costantinopoli fu costruito da Costantino. Si estendeva nella parte sud-orientale del Corno d'Oro su ampie terrazze poste a quote diverse che digradavano verso il mar di Marmara. Nel corso del tempo si articolò in due grandi settori: il primo, tardoantico, si sviluppò lungo il fianco orientale dell'ippodromo fino a Santa Sofia; il secondo, costruito a partire da età post-giustinianea, occupò le pendici meridionali a sud dell'ippodromo fino a raggiungere il Mar di Marmara. Il Grande Palazzo fu fino al X secolo il luogo in cui l'imperatore incontrava i suoi ministri, riceveva i suoi dignitari e gli ambasciatori stranieri, organizzava pranzi di gala cui invitava tutti i corpi sociali di Costantinopoli e assisteva alle corse nel circo; nel Grande Palazzo vi era una stanza rivestita di porfido - pertanto detta Porphyra - in cui le auguste partorivano, e da esso prendevano avvio, per terminarvi, tutte le processioni che, nel corso dell'anno, l'imperatore guidava in città in varie occasioni cerimoniali. A eccezione dei corpi di guardia e degli ecclesiastici, la maggioranza del personale che attendeva al servizio di corte era composto da eunuchi. Essi già alla fine del IV secolo costituivano un piccolo gruppo politicamente rilevante a motivo della prossimità con il sovrano. I più potenti erano quelli che servivano nei kouboukleia (stanze da letto) dell'imperatore e dell'imperatrice, a capo dei quali vi era il praepositus sacri cubiculi o, dal IX secolo, parakoim?menos. Fino all'età giustinianea provenivano da aree esterne all'Impero, giacché la castrazione di un cittadino romano era vietata dalla legge. Questa normativa perse vigore dopo il VI secolo, quando l'eunuchia - l'asportazione delle gonadi praticata su adolescenti tra i nove e gli undici anni - divenne una consuetudine sociale relativamente diffusa, tanto tra i ceti umili quanto tra quelli più abbienti (che sovente la praticavano sui figli illegittimi per avviarli alla carriera ecclesiastica).
Sapersi ornare
L'Impero Bizantino è spesso associato a un'immagine di opulenza, lusso, porpora, seta e oro. L'oro era usato sulle pareti a mosaico degli edifici; oro e argento ricoprivano gli elementi architettonici, come i capitelli o gli arredi liturgici delle chiese; l'oro era impiegato nei codici miniati, sulle coperture dei testi sacri e sugli oggetti liturgici; di oro e gioielli erano rivestiti gli imperatori, la corte e l'alto clero, come vediamo nelle immagini superstiti di quel mondo. Della produzione e dell'utilizzo di oggetti personali in metallo prezioso a Bisanzio parlano diverse categorie di fonti: letterarie ed epigrafiche, iconografiche e archeologiche. Testimonianze scritte di gran valore, per esempio, sono i papiri: si tratta soprattutto di elenchi di oggetti passati di proprietà attraverso donazioni, per matrimonio o lascito. In questi testi viene citato un gran numero di oggetti di ornamento, per esempio fasce per il capo (kefalodesmia) con perle, orecchini (enotia), collane di diverso tipo, come le catena a maglie, o quelle con perle e pietre, e le trecce di filo d'oro (chalastarin), amuleti ornamentali (phylakteria), medaglioni pendenti, croci pettorali. Inoltre, cavigliere (periskelidia), bracciali (brachialia) di varia foggia e anelli (daktylioi). Spicca, in questa documentazione come in quella archeologica, l'alta incidenza di anelli nuziali o con monogrammi personali. A proposito dell'organizzazione e della produzione di questi oggetti, la documentazione epigrafica di ambito vicino orientale accenna ad almeno otto tipi di maestranze specializzate nella lavorazione e nella commercializzazione dell'oro, dell'argento e delle pietre preziose (...). Un punto di vista differente dell'oreficeria bizantina deriva dalle fonti iconografiche. In questo caso occorre osservare che le scelte rappresentative sono prevalentemente collegate a un sistema gerarchico ben preciso, interno all'immagine, che corrisponde al valore assegnato ai diversi elementi compositivi. I membri della corte imperiale e, meno spesso, di quella divina, per esempio, nelle immagini occupano sempre la posizione più centrale ed esibiscono gioielli in oro con pietre preziose, mentre gli altri personaggi sono laterali e indossano abiti e ornamenti più semplici, in un significativo décalage sintattico: i gioielli, come gli abiti, sono utilizzati quali strumenti di immediata percezione del grado sociale di chi li indossa, tanto nelle raffigurazioni quanto nella realtà del tempo. Un esempio particolarmente emblematico di questo sistema di rappresentazione è costituito dai due celebri pannelli imperiali nella chiesa di San Vitale a Ravenna: la gerarchia di corte viene espressa mediante la collocazione dei personaggi, i loro abiti e gli ornamenti identificativi del grado sociale. (...). Un'adeguata considerazione del sistema di decodificazione delle immagini fornisce quindi anche i mezzi per capire aspetti differenti, distinguibili a livello archeologico, connessi per esempio con l'uso e la diffusione di ornamenti specifici o con la riproduzione in materiali meno preziosi (rame, bronzo o bronzo dorato) di modelli in oro, prescelti in quanto espressivi di un particolare significato di status. Questo punto ci porta alla documentazione archeologica, che comprende un elevato numero di gioielli in oro e argento, spesso sopravvissuti fortunosamente alla fusione, per trarne metallo da riutilizzare. Si tratta soprattutto di oggetti pervenuti nelle collezioni museali attraverso il mercato antiquario. Di conseguenza, rimangono sostanzialmente poco noti gli aspetti legati all'uso reale dei manufatti, sia in relazione ai comportamenti sociali e alla vita quotidiana sia nella particolare connotazione assunta nell'ambito dei corredi funerari. Questa situazione può essere attribuita almeno in parte alla scarsità di informazioni sui reperti emersi dalle indagini archeologiche svolte nelle aree centrali della cultura bizantina, innanzitutto a Costantinopoli e in altre importanti metropoli dell'Impero, come per esempio le fiorenti città costiere dell'Asia Minore o Antiochia. Nel quadro generale descritto, sono i rinvenimenti di zone anche periferiche dell'Impero a essere indicati spesso come "produzioni costantinopolitane", in molti casi con scarsissime possibilità di riscontro con manufatti realmente attribuibili alla capitale, quindi con un uso della terminologia che tende a sfumare e ad allargare i contorni del fenomeno produttivo "bizantino".
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SEGNALAZIONI |
Mostra: Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario. Palazzo Madama, Museo Civico d'Arte Antica, Piazza Castello 10122 Torino. Dal 10 maggio 2023 al 28 agosto 2023.
A cura di Federico Marazzi con il contributo del MANN - Museo Archeologico Nazionale di Napoli, di Palazzo Madama e del Ministero Ellenico della Cultura e dello Sport e la collaborazione nell'organizzazione generale di Villaggio Globale International.
L'esposizione, proposta dal 21 dicembre 2022 al 10 aprile 2023 al MANN - Museo Archeologico Nazionale di Napoli, arriva a Torino, come seconda sede, per illustrare il "millennio bizantino" con il corpus espositivo principale integrato da una sezione dedicata al rapporto con l'area piemontese.
Oltre 350 opere - sculture, mosaici, affreschi, vasellami, sigilli e monete, straordinari manufatti in ceramica, smalti, oggetti d'argento, preziose gemme e oreficerie, pregevoli elementi architettonici -danno conto delle strutture, dei sistemi organizzativi, dei commerci e dei rituali di una complessa realtà politica, testimoniando nel contempo le eccellenze delle manifatture bizantine, gli incroci di cultura, gli stilemi e i simboli dell'Impero d'Oriente attraverso i secoli. È la creatività artistica del mondo antico che transita verso il Medioevo, con un linguaggio rinnovato dalla fede cristiana e con gli innesti del mondo orientale, in particolare della cultura iranica e araba.
Libro: Bizantini, Luoghi, simboli, comunità di un Impero millenario, Electa Editore. Nelle librerie da settembre 2023