Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti a un blog, Fotocrazia, ospitato dalla edizione online di questo giornale fin dal 2009. Un blog che immaginai come un taccuino di ricerca, un diario del mio lavoro di studio, di riflessione, di scrittura attorno alla fotografia e alla cultura visuale.
Lo battezzai Fotocrazia perché ogni fotografia richiama un potere. Potere della fotografia, potere sulla fotografia, potere con la fotografia. Nessuna fotografia è ingenua, nessuna è innocente; molte possono essere utili. Quel che conta è prendere bene le misure. Se conosci la fotografia, non può farti troppo male. Può addirittura aiutarti a comprendere il mondo. Se la lasci fare, se la sottovaluti, ti fregherà. Mi dicono ora che la forma blog ha fatto il suo tempo. A maggior ragione ringrazio le migliaia di lettori che hanno continuato a seguirlo.
Fotocrazia rinasce allora come newsletter, sempre sulle piattaforme digitali di Repubblica, ma con un nuovo sistema di diffusione. La lettura dei miei testi, che usciranno come prima due volte la settimana, resta gratuita, ma dovrete registrarvi, e la newsletter vi arriverà per email. Un archivio online renderà comunque disponibili gli arretrati. Nella nuova vita di Fotocrazia conserverò alcune buone abitudini: non recensioni critiche di libri e mostre, ma letture di buoni libri, visite di mostre, eventi, festival, come trampolino di riflessioni su due cose: la fotografia, e tutto il resto.
Mi occuperò anche di temi nuovi, in particolare del futuro dell’immagine dall’epoca dell’intelligenza artificiale. Cominciando già oggi, con il primo testo, che trovate qui sotto. Al posto della sezione di mini-recensioni di libri del vecchio blog, troverete in coda all’articolo del giorno una selezione di segnalazioni di libri, a volte connessi con l’argomento, a volte no. L’idea è di continuare a segnalarvi praticamente tutto quel che va nelle librerie italiane sulla fotografia e dintorni.
Vi chiedo dunque di restare con me in questa nuova esperienza, sottoscrivendo l’abbonamento gratuito. La discussione sarà ancora possibile, gradita e attesa. Grazie a tutti quelli che vorranno confermarmi attenzione e fiducia. Si ricomincia.
A proposito di intelligenza artificiale
D’accordo, ho esagerato. Con quel titolo. Non sono affatto convinto che la fotografia sia morta. Dopo tutto, non c’è mai stata tanta fotografia al mondo come di questi tempi, quando in ogni singolo giorno le immagini fissate da qualche apparato che possiamo definire fotografico superano per quantità tutte le fotografie prese nell’Ottocento e nel Novecento.
Ma proprio questa sua vitalità forsennata forse è il vero problema. La fotografia è davvero diventata, negli ultimi vent’anni, fotografia di massa a tutti gli effetti, molto più di quanto non fosse prima; perché solo oggi ogni singola immagine fotografica esiste in migliaia di copie virtuali, sui display dei contatti a cui la inviamo; mentre una volta, se era di massa la diffusione della pratica (anche prima del digitale, pressoché ogni famiglia nei paesi avanzati possedeva una fotocamera) non lo era per moltiplicazione delle singole immagini (la stragrande maggioranza delle fotografie familiari esisteva in una copia sola, quella stampata e infilata nell’albumetto di pvc dal negoziante all’angolo, poi il negativo si perdeva e addio riproducibilità tecnica).
Ma questa invasione fotografica ha qualcosa di parossistico. Mentre sembra soddisfare certe umane e legittime aspirazioni alla socialità e alla relazione, nasconde abilmente il suo vero ruolo, che è di offrire ai robot, grandi guardoni dei nostri album condivisi, un enorme database di informazioni utili per profilarci, analizzarci e confezionarci trappole mercantili e propagandistiche su misura.
Ma questo suo nuovo ruolo continua ad essere mascherato da un’idea della fotografia come bene privato, che non le corrisponde più. Mi convince, quindi, quello che scrive uno studioso britannico dell’immagine tecnologica, Andrew Dewdney, in un testo molto radicale e provocatorio fin dal titolo, Dimenticare la fotografia, che trovate ora anche in traduzione italiana. Ovvero: la fotografia è ovunque, ma non come l'abbiamo conosciuta; da tempo è un non-morto, uno zombie, in cui il linguaggio, il pensiero, i significati, i valori consolidati della fotografia costituiscono un ostacolo alla comprensione della sua nuova condizione.
Dal punto di vista culturale e sociale, le cose sono ancora più complesse. La fotografia continua ad assolvere molte delle funzioni per cui fu attesa, desiderata e inventata: la documentazione, l’informazione, la memoria privata e quella pubblica, la relazione umana, la creazione di immagini gradevoli. Ma attorno a lei il mondo è cambiato troppo radicalmente perché ciascuna di queste funzioni sia davvero la stessa di un tempo: un selfie non ha più nulla a che vedere coi ritratti di Nadar, non solo tecnicamente, ma relazionalmente. Perché allor ala parolina non è mai cambiata? Cosa sopravvive, dell’idea di fotografia? Ma è ovvio. L’unica cosa che non è mai stata vera. Cioè la pretesa della fotografia di restituirci la realtà. Come se fosse un obbediente cane da caccia che ci riporta il fagiano dopo che l’abbiamo centrato: e non ci accorgiamo che ce lo riporta tutto mordicchiato. A dispetto di ogni manipolazione, comprese quelle che abbiamo imparato a praticare noi stessi, una fotografia possiede ancora ai nostri occhi, come a quelli dei primissimi che la ammirarono nel 1839, una potenza veridittiva pressoché intatta.
Questa, forse, potrebbe essere la vera definizione di fotografia: un procedimento tecnico per produrre immagini che la società si è tacitamente accordata nel ritenere “vere”, cioè fedeli, affidabili repliche del reale. La fotografia, cito ancora Dewdney, bravissimo nelle sintesi, continua ad essere “considerata sinonimo del riflesso corporeo spontaneo della vista”. Una specie di vista tecnicamente aumentata, oggettivata, condivisibile.
Il bello è che, se guardiamo al suo ruolo storico, quella convenzione ha funzionato. La fotografia è stata davvero quel che pretendeva di essere e non era: la portavoce della realtà. Perché la vera potenza della fotografia è di essere stata troppo perfetta. Troppo giusta, mostruosamente adeguata al momento e alla necessità storica dell’epoca che l’ha inventata. La fotografia è coetanea, anzi è sorella di sangue dell’era della rivoluzione industriale, del capitalismo imperialista, degli stati nazionali, del colonialismo, della mercificazione integrale del pianeta. Non sì è limitata a riprodurre quell’assetto del mondo, per farne propaganda: ha dato il suo contributo determinante alla sua costruzione. E il suo contributo è stato: se lo vedi, è così. Ha trasformato una certezza di esistenza nella certezza dell’essenza. Ha utilizzato la visione tecnicamente mediata come strumento di appropriazione ideologica del mondo esterno.
Ma quel mondo è cambiato. Ha lasciato il posto a un post-mondo (aggiungete un post- a ogni voce dell’elenco precedente…) che funziona diversamente dal precedente. La fotografia è morta assieme a quel mondo passato? Sì e no. Per molti versi, non è più uno strumento consonante con lo spirito del neocapitalismo. Per sopravvivere nel nuovo ambiente, ha bisogno di trasformarsi. Quando il capitalismo industriale produceva merci, la fotografia oggettivava visioni. Ora che il capitalismo finanziario produce valore astratto, la fotografia diventa impalpabile. Le immagini prodotte dall’intelligenza artificiale sono l’esempio perfetto di questo adeguamento. Così come la finanza speculativa produce denaro per mezzo di denaro, l’AI produce immagini per mezzo di immagini.
Però, un grosso però: della fotografia modernista, la post-fotoigrafia ha sentito la necessità di conservare qualcosa. La cosa più importante. La presunzione di veridicità. Se è una fotografia, ci parla della realtà: è paradossale, ma questo argomento, impugnato dagli strenui difensori della fotografia tradizionale, quelli che si scagliano contro le immagini AI sostenendo che “la fotografia è un’altra cosa”, finisce per aiutare il loro avversario: perché le immagini AI, se vogliono, sembrano fotografie, e rendono impossibile a chi le guarda capire che invece non lo sono.
Voglio dire che, per essere credibili, alle immagini malintenzionate dell’AI basta “sembrare una fotografia”, cosa che a loro riesce benissimo. Chi vuole salvare la reputazione di onestà della fotografia finisce per regalare ai falsari l’arma più potente. È lo stesso errore che fecero i difensori dell’analogico contro l’arrivo del digitale, e poi di Photoshop & C.: dividere la storia della fotografia in due, un’epoca della sincerità e una della menzogna. Col doppio risultato negativo, di non riuscire a scalfire l’impressione di verità del digitale, e di attribuire all’analogico una patente di onestà che non ha mai meritato.
Non ci resta dunque, se non vogliamo essere ingenui, che proclamare anche noi che la fotografia è morta, o almeno che è “un cadavere che si rifiuta di morire”, uno zombie? So che molti di voi, fotografi e fotospettatori criticamente attrezzati, risponderanno che si può fare un uso alternativo, critico, insubordinato della fotografia. Impariamo a fotografare contro la volontà degli apparati e di chi la governa: così raccomandava Vilém Flusser, profeta troppo poco ascoltato di quel che ora abbiamo sotto gli occhi.
Ho sempre pensato così anche io: ultimamente vengo colto da molti dubbi. Dopo tutto, e anche qui mi trovo in accordo con Dewdney, anche la fotografia “ribelle”, da quella operaia a quella sovversiva, “era legata alle stesse forme sociali documentario-estetiche borghesi e all'accettazione della logica rappresentativa dell'immagine fotografica”. Ha avuto una funzione progressiva fino a quando anche il suo avversario apparteneva allo stesso paradigma storico e culturale, quello modernista-industriale. Non rischia ora di combattere un potere nuovo con armi vecchie? Addirittura, controproducenti? Conservatrici?
Non ho ancora una risposta netta come quella del nostro studioso, per il quale occorre “dimenticare la fotografia per poterla ricordare come oggetto storico”, onde evitare che i suoi connotati concettuali ingannevoli continuino a tirarci in trappola.
Io invece credo che bisognerebbe prima tentare un’altra strada, quella che i situazionisti chiamavano détorunement: uscire dal sentiero, aggirare il paradigma, coglierlo alle spalle. Forse bisognerebbe cominciare rinunciando al dogma modernista dello specifico fotografico: ossia, l’assoluta diversità del
procedimento fotografico da tutti gli altri metodi di fabbricazione delle immagini. Dovremmo riportare la fotografia nella grande famiglia delle immagini chiropite, cioè fabbricate dalla mano umana, da cui l’abbiamo fatta uscire unicamente per una fiducia positivista e molto prometeica (ma in fondo, magica) nella imparzialità e nell’automatismo “oggettivo” dell’apparato ottico-chimico-meccanico.
Bisogna trovare il coraggio di affermare, magari rinunciando a qualche idea a cui siamo affezionati, che la fotografia non è poi radicalmente altra cosa rispetto alla pittura, dal disegno. Che al fondo è, come loro, una immagine modellata da una opinione.
In sostanza, occorre mandare in crisi quello che i filosofi chiamano paradigma veritativo, di cui la fotografia ha goduto abusivamente per duecento anni, impedendoci di comprendere che il suo prodotto non era la “vera imago” del mondo, ma semplicemente un effetto di verità.
Al suo posto, però, non è detto che debba subentrare l’incredulità assoluta. Lo scetticismo sistematico è cugino della creduloneria ingenua: entrambi non attivano la verifica razionale. Dovrebbe subentrare la constatazione che una immagine che pretenda di dirci qualcosa sul mondo esterno, comunque sia prodotta, è sempre un ibrido, una mescolanza di prelievo e costruzione, di percepito e prodotto. Che la fotografia ha solo qualche chance in più della pittura, se si rispettano alcuni criteri nella sua produzione, di portarci vicino all’apparenza di cose esistite veramente nel mondo reale. Ma non molto più di questo. Il senso di quel che ci mostrano è pur sempre determinato dalla narrazione più o meno esplicita che accompagna l’immagine.
Ma se è vero, come da decenni ci avverte Joan Fontcuberta, che “tutte le fotografie mentono, perché non possono non farlo”, è altrettanto vero che la menzogna fotografica può variare quantitativamente da un minimo (che non è mai zero) a un massimo tendente all’infinito. Tocca allora a noi separare il grano dal loglio, uscendo dalla tagliola dell’immagine che vorrebbe “tenerci dentro” la sua cornice, andando a cercare altrove, come farebbe un buon giudice di fronte a un indizio, conferme sconferme e altre prove.
Dopo tutto, sono abbastanza orgoglioso di un paio di conclusioni di un mio libro sul vero e sul falso in fotografia, Un’autentica bugia, scritto e uscito quando il Web interattivo ancora balbettava; ovvero: la verità delle fotografie sta nelle loro menzogne. Una volta smascherate, le fotografie sono obbligate a rilasciarci la verità sulle proprie bugie.
Per ora mi fermo qui. Ma riprenderò presto.
Libri sul comodino
1 Andrew Dewdney, Dimenticare la fotografia. Postmedia Books, € 24
La fotografia nell’era dell’intelligenza artificiale è uno zombie. Morta, ma persuasa di non esserlo, continua a camminare su gambe fragili; i suoi valori ormai scaduto sono un ostacolo alla comprensione dell’immagine contemporanea e alla critica dei suoi tranelli. Un pamphlet radicale e polemico, che scuote le nostre idee comuni sul fotografico.
2. Joan Fontcuberta, Contro Barthes. Mimesis, € 20
Non è necessario rinunciare alla fotografia, ma si tratta di cambiare paradigma. Da “una fotografia che semplicemente constata che qualcosa è stato” a una “che parli e che permetta di essere detta”. Più una revisione che una demolizione de Roland Barthes, una riflessione su quel che la fotografia ci “indica”, a volte letteralmente col dito indice.
3. Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Raffaello Cortina, € 26
“L’AI costituisce un divorzio senza precedenti tra l’intelligenza e la capacità di agire”. Un terremoto nella modernità messo sotto la lente di un filosofo della scienza. Come evitare i rischi opposti dell’ansia prometeica e dell’euforia tecnologica, ed elaborare alcun i principi di comportamento per un governo etico del nuovo ambiente.
4. Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il Mulino, € 20
Smontaggio accurato e critico dei miti e dei luoghi comuni sull’AI. Non per accettare, ma per contrastare il suo lato oscuro. Come funziona, chi governa, chi decide, chi subisce i meccanismi di gestione algoritmica delle nostre scelte di vita. Un problema di vecchio potere umano, non di improvviso avvento dei robot.
5. Ed Finn, Che cosa vogliono gli algoritmi. Einaudi, € 20
Una nuova teologia ci sovrasta: la fiducia che riponiamo nei programmi che decidono cosa ci piace, cosa dovremmo comprare, pensare, consumare. Dietro la magia servizievole c’è una ristrutturazione del nostro rapporto col mondo. Conoscere origine e funzionamento degli algoritmi è un primo passo per sfuggire alla loro seduzione. /
6. Nello Cristianini, La scorciatoia. Il Mulino, € 16
Scordatevi Asimov: non saranno come i suoi, i robot che governeranno il mondo. Come fallì la prima idea di intelligenza artificiale, quella delle macchine che imparano regole e fanno ragionamenti; come sta avendo successo la seconda, che ci mette in mano a cretini ultraveloci che decidono solo sulla base della probabilità.
7. Jonathan Rauch, La costituzione della conoscenza. Castelvecchi, € 20
C’è speranza di reagire alla manipolazione epistemica della realtà affidata a programmi senza etica e senza ragione. L’intelligenza naturale non ci eviterà di cadere in qualche inganno, ma se diventa un patto sociale condiviso ci può aiutare a riconoscere le verità piegate agli interessi di gruppo.
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