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L’uomo che moriva spesso

Un racconto del regista che sarà ospite del Festival "A tutto volume" di Ragusa. L'appuntamento è sabato 17 giugno in Piazza Poste alle 23. Conduce Massimo Polidoro
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Io muoio spesso. In media, due volte al giorno.

Senza un motivo apparente, il sistema operativo regalatomi da madre natura si mette in pausa da solo, come quando lo schermo del computer si oscura, la ventola si blocca e sui pixel si forma un salvaschermo colorato e ipnotico. Non si tratta di narcolessia o di una esagerata sonnolenza post prandiale, ma di un decesso certificato con tanto di stato catatonico, battito  cardiaco che si azzera all’istante, temperatura corporea che si uniforma all’ambiente, immobilità assoluta, assenza di riflessi e occhi vitrei. Divento insomma un cadavere a tutti gli effetti.

Per fortuna c’è qualcosa che mi segnala sempre l’imminente trapasso pochi istanti prima, un leggerissimo formicolio sulla punta delle dita dei piedi, un allarme naturale che mi permette, in tempo utile prima di spirare, di sdraiarmi, sedermi, accostare la macchina, scusarmi con i colleghi e, il più delle volte, evitare di trasformare la mia morte apparente in una più classica, direi definitiva, soltanto per via della pericolosità del momento o del luogo dell’accadimento. Vi chiederete cosa succede ogni volta che muoio, e se non ve lo chiedete ve lo dico lo stesso.

Succede che, immancabilmente, dopo un paio d’ore al massimo, resuscito di colpo, senza nemmeno stiracchiarmi, e riprendo la mia vita con energia rinnovata, come se fossi stato in carica, collegato ad una presa elettrica. Durante il sonno eterno ma temporaneo, mia moglie Silvia risponde al mio cellulare con frasi tipo: “No, mio marito torna in vita fra una mezz’oretta circa. Posso lasciargli un messaggio?”, oppure “Mi dispiace, Fausto è morto da un paio di minuti, non l’ha trovato davvero per un attimo, comunque la faccio richiamare.” Ormai per lei i miei più che quotidiani trapassi sono un’abitudine. Non batte ciglio, continua le sue attività, dopo aver controllato al volo se sto bene, per quanto possa stare bene un uomo passato a miglior vita.

Il vero problema è quando la morte mi sorprende in pizzeria, a teatro, ad una festa di compleanno o magari durante un pic-nic fuori porta. A volte qualche passante non informato delle mie reali condizioni si preoccupa e chiama un’ambulanza. Gli infermieri arrivano, constatano la dipartita e, visto che non c’è più nulla da salvare, mi scaricano senza alcuna fretta all’ospedale che gli fa più comodo.

Poi da lì un solerte impiegato telefona a mia moglie:

- Signora, le devo dare una brutta notizia...

- Sì, mi dica...

- Non so come dirglielo, purtroppo suo marito è deceduto...

- Ah sì, benissimo... vengo a prenderlo. Lo tenga all’aria aperta che una volta un suo collega l’ha infilato in una cella frigorifera e ha preso la bronchite. E poi quando sta male a chi tocca curarlo? A me!

Nella camera mortuaria dell’ospedale vicino a casa ormai mi conoscono bene, due firmette, il minimo di burocrazia per giustificare l’ingresso e l’uscita del corpo e via. Sono diventato una specie di mascotte per loro. Sono certo che i più anziani si divertono ogni tanto a spaventare gli stagisti con la storia dello “zombie”.

Certo, ci sono dei lati negativi in questo involontario hobby, ad esempio non posso mai organizzare dei viaggi da solo, soprattutto all'estero, dove ho sempre bisogno di almeno un amico che convinca le autorità locali a non lanciarsi troppo in fretta in un'autopsia. Sarebbe uno spiacevole e definitivo inconveniente per me, oltre che un modo per rovinare a tutti la vacanza.

Se ve lo state domandando, sono nato con questo piccolo difetto. C'è chi nasce col naso grosso, chi miope, chi con le orecchie a sventola, chi con i piedi piatti e chi muore due volte al giorno. Molti mi chiedono che sensazione si provi a spirare, se vedo l’aldilà, il mio corpo dall’alto, la strada che conduce alla luce e tutte quelle menate lì.

Ebbene, no. Non ho niente di particolare da raccontare. È come se stessi dormendo. Un sonno strano, senza sogni, in cui sono vigile ma non sento e vedo niente, un po' come quando in aereo ti metti le cuffie e la mascherina sugli occhi.. Per ingannare il tempo canticchio delle canzoni anni ’80, le mie preferite. Il mio sonno dura di solito una playlist di una ventina di canzoni. Al massimo venticinque. Sempre, tranne oggi. Oggi in effetti sono già al secondo giro delle più note sempreverdi Mogol-Battisti e ancora niente. Non mi riaccendo. Ho un forte sospetto, ma non oso pensarci. E se stavolta fosse “quella volta”, la definitiva? Dovrei darvi la ferale notizia che l’aldilà è un nulla ovattato, buio e noioso dove al massimo puoi canticchiare in testa dei motivetti per passare il tempo. Ma sono fiducioso, non può essere così. Tutto questo sbattimento e poi per l’eternità “Acqua azzurra e acqua chiara”? Noooo! Aspetto, sono ottimista, fra poco mi risveglio. Intanto inizio un giro di cantautori genovesi. Anzi no, meglio i bolognesi che sono meno malinconici. A dopo. Spero.