La carica dei musei privati, intervista a Georgina Adam
di Lara CrinòSorgono dappertutto, dall'Europa all'Australia, dalle montagne della Svizzera ai boschi tedeschi, da città nevralgiche per il mercato dell'arte come Parigi, Londra, New York alle nuove capitali asiatiche. Ospitano soprattutto opere di artisti contemporanei e sono in costante crescita; alcuni realizzano mostre blockbuster e rivaleggiano per estensione e collezioni con i musei pubblici, come la Fondation Vuitton di Bernard Arnault o la nuova Bourse de Commerce di Parigi, di proprietà dell'altro grande tycoon del lusso François Pinault, alcuni sono più di nicchia ma ugualmente spettacolari, come i parchi di sculture; tra gli altri, lo Château La Coste fondato in Provenza dall'imprenditore irlandese Patrick McKillen e il Vertical Panorama Pavillion in California, ideato dall'artista Olafur Eliasson e dall'architetto Sebastian Behmann. Non c'è dubbio che l'ascesa dei musei privati, insieme a una finanziarizzazione…
Sorgono dappertutto, dall'Europa all'Australia, dalle montagne della Svizzera ai boschi tedeschi, da città nevralgiche per il mercato dell'arte come Parigi, Londra, New York alle nuove capitali asiatiche. Ospitano soprattutto opere di artisti contemporanei e sono in costante crescita; alcuni realizzano mostre blockbuster e rivaleggiano per estensione e collezioni con i musei pubblici, come la Fondation Vuitton di Bernard Arnault o la nuova Bourse de Commerce di Parigi, di proprietà dell'altro grande tycoon del lusso François Pinault, alcuni sono più di nicchia ma ugualmente spettacolari, come i parchi di sculture; tra gli altri, lo Château La Coste fondato in Provenza dall'imprenditore irlandese Patrick McKillen e il Vertical Panorama Pavillion in California, ideato dall'artista Olafur Eliasson e dall'architetto Sebastian Behmann. Non c'è dubbio che l'ascesa dei musei privati, insieme a una finanziarizzazione accentuata, sia il fenomeno che più di ogni altro caratterizza questo nuovo secolo nel mondo dell'arte.
Le opere, in particolare d'arte contemporanea, sono beni con cui affermare il proprio status, come è sempre stato, ma anche strumenti attraverso i quali realizzare investimenti economici fruttuosi. A investire sono i grandi collezionisti, che sempre più spesso scelgono di aprire le proprie collezioni e di eternarsi in un museo creato a propria immagine e somiglianza.
È di questi giorni la pubblicazione del Private Art Museum Report 2023, realizzato da Christoph Noe, il fondatore di Larry's List, data company sul mondo del collezionismo, che insieme a un team di ricercatori internazionali e all'università di Amsterdam ha fatto il censimento del comparto: sono 446 i musei privati d'arte contemporanea nel mondo, di cui ben 110 sono stati aperti dopo il 2016. Nella sola Berlino - la Germania detiene il primato di Paese che ne ospita di più - sono ben 14, a Seul addirittura 17. A questo fenomeno e alle sue conseguenze, dal cambiamento del gusto al rapporto con i musei pubblici, alle prospettive future di queste istituzioni, l'inglese Georgina Adam, editorialista del Financial Times e di The Art Newspaper ed esperta del mercato dell'arte, ha dedicato L'innarrestabile ascesa dei musei privati (Johan & Levi).
In questo primo semestre del 2023 il mercato dell'arte è ripreso a pieno regime dopo gli anni della pandemia. Come sta cambiando?
"Il mercato dell'arte si è ripreso velocemente, mostrando grande capacità di adattamento. Le case d'asta si sono digitalizzate rapidamente, ancor più delle gallerie, e alcune grandi collezioni sono finite sul mercato, ad esempio quella di Paul G. Allen, il co-fondatore di Microsoft, e quella dei Macklowe. Poiché il mercato dipende dall'offerta, si è vivacizzato. Anche se possono esserci rallentamenti, a mio parere non toccano la cima: ci sono compratori con enormi quantità di denaro, un passaggio di risorse da una generazione all'altra e una crescente finanziarizzazione del settore".
Che cosa implica la finanziarizzazione dell'arte?
"Oggi si può fare un'enorme quantità di denaro con l'arte se si comprano le opere giuste. Il ritorno economico è notevole ma solo per un piccolo gruppo di persone: funziona come una piramide, con poche blue chips alla sommità. Il concetto di arte come investimento è diventato dominante e il fenomeno è in crescita, in particolare grazie a ciò che chiamiamo fractional art investing, ossia la possibilità di comprare un pezzo di opera d'arte alla volta. Anche il mondo delle aste è cambiato: centinaia di persone sono disposte a offrire garanzie prima dell'asta, così che al momento della vendita le opere sono già in realtà vendute. I cicli del mercato si sono accorciati, e questo in parte ha a che fare con gli speculatori: comprano, rivendono, guadagnano e passano oltre".
Questo implica anche mutamenti del gusto più repentini?
"Certo. Possiamo chiederci se durerà il favore che i collezionisti stanno accordando all'arte black, o alle artiste donne. Siamo in un momento di passaggio; credo che le prossime generazioni, già abituate alla diversity che si sta affermando ora, giudicheranno più lucidamente il valore di ciascun artista senza timore di non essere politicamente corretti. Vedo il fenomeno degli Nft come una fiammata; vedremo cosa succederà con i lavori creati con l'Intelligenza artificiale. Ciò che mi interessa è capire come cambiano le scelte dei collezionisti: la generazione dei babyboomer, in cui molti avevano ereditato una collezione o venivano da famiglie di collezionisti, sta morendo o vendendo. Le nuove generazioni hanno una formazione diversa e spesso creano dal nulla il patrimonio. Nelle loro collezioni si vedono lavori creati con l'AI o ispirati alla AI, o lavori "cartonish" che si ispirano ai manga".
In questo scenario, sono sempre di più i grandi collezionisti che decidono di fondare un museo privato.
"Perché si vuole avere una collezione d'arte? Per avere la possibilità di vantarsi, di mostrare che si ha gusto, potere, denaro. Si tratta di un impulso antichissimo, che non è mai cambiato nel corso della storia, e ora ha assunto questa nuova forma. E nonostante la situazione geopolitica sia instabile, con una guerra in Europa, una crescita dei regimi autocratici, una sempre maggiore polarizzazione del benessere, penso che i super ricchi continueranno a volere i loro musei privati. Con un problema di fondo: che cosa succede quando il collezionista che ha creato il museo muore? Il suo ruolo, in realtà, non può essere rimpiazzato da nessuno".
È un paradosso: si vuole avere un museo con il proprio nome, invece che donare la propria collezione a una istituzione pubblica, per diventare in qualche modo eterni. Eppure il museo privato, così legato al suo fondatore, è di per sé vulnerabile al passare del tempo.
"Questo è vero. Ma non basta a invertire la tendenza, perché i musei pubblici sono in crisi e molti vedono il loro futuro a rischio. C'è una convinzione generalizzata che anche il futuro dei musei pubblici non sia assicurato, a causa del calo dei fondi e delle sponsorizzazioni. Inoltre, le nuove generazioni di filantropi cercano l'impact-investing, vogliono vedere i risultati del denaro investito, e per i musei pubblici, che sono macchine complesse, è difficile provare in tempi rapidi che i soldi delle donazioni fanno la differenza. Infine c'è il fatto identitario: i musei moderni sono nati per generare e consolidare un discorso sulla nazione, la comunità e l'identità nazionale. Ma siamo sicuri che questi concetti oggi abbiano ancora un valore?".