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“La mia Biennale per gli stranieri del mondo”

Adriano Pedrosa

 

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Il brasiliano Adriano Pedrosa anticipa l’edizione che curerà a Venezia nel 2024. Una mostra dedicata a outsider, indigeni e queer
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Venezia

Polo verde militare, mini borsello a tracolla, piglio deciso, penna alla mano per tratteggiare sulla carta parole chiave, il curatore venuto dall’altra parte del mondo è appena sbarcato a Venezia dopo 14 ore di volo da San Paolo del Brasile. Ma non si rilevano tracce di jet lag. Adriano Pedrosa, nato a Rio de Janeiro nel 1965, sarà il primo latinoamericano a dirigere la Biennale d’Arte, la sessantesima, aperta dal 20 aprile al 24 novembre 2024. Il titolo scelto è già una dichiarazione d’intenti: Stranieri ovunque. Riprende un’opera al neon – poi tradotta in più lingue – del collettivo Claire Fontaine, di stanza a Palermo, che nel 2004 con quella semplice definizione denunciava razzismo e xenofobia in Italia. «Tutti prima o poi siamo stranieri», dice Pedrosa, che ha nel curriculum già le biennali di Istanbul e San Paolo, città dove dal 2014 è direttore artistico del Masp, il museo progettato dall’architetta italiana Lina Bo Bardi, che lui ha rinnovato con tre aggettivi: multip…

Venezia

Polo verde militare, mini borsello a tracolla, piglio deciso, penna alla mano per tratteggiare sulla carta parole chiave, il curatore venuto dall’altra parte del mondo è appena sbarcato a Venezia dopo 14 ore di volo da San Paolo del Brasile. Ma non si rilevano tracce di jet lag. Adriano Pedrosa, nato a Rio de Janeiro nel 1965, sarà il primo latinoamericano a dirigere la Biennale d’Arte, la sessantesima, aperta dal 20 aprile al 24 novembre 2024. Il titolo scelto è già una dichiarazione d’intenti: Stranieri ovunque. Riprende un’opera al neon – poi tradotta in più lingue – del collettivo Claire Fontaine, di stanza a Palermo, che nel 2004 con quella semplice definizione denunciava razzismo e xenofobia in Italia. «Tutti prima o poi siamo stranieri», dice Pedrosa, che ha nel curriculum già le biennali di Istanbul e San Paolo, città dove dal 2014 è direttore artistico del Masp, il museo progettato dall’architetta italiana Lina Bo Bardi, che lui ha rinnovato con tre aggettivi: multiplo, diverso, plural.

Una mostra politica? «La politica fa parte dell’arte – spiega il presidente della Biennale di Venezia Roberto Cicutto – ma più che di politica si tratta di contemporaneità. Alla sessantesima edizione, il mondo è questo». Al Giardino e all’Arsenale l’esposizione si dividerà in Nucleo Contemporaneo e Nucleo Storico. Nel primo saranno rappresentati artisti queer, outsider e indigeni, stranieri nella propria terra; nel secondo si attraverserà il XX secolo per scoprire i modernismi di America Latina, Africa, Asia e mondo arabo.

Se ancora ce ne fosse bisogno, la prossima Biennale dimostrerà che l’asse del mondo passa ormai lontano da Europa e Nordamerica. Pedrosa parla di un Sud del pianeta che dobbiamo ancora conoscere, dove il Modernismo del Novecento «è stato assimilato, divorato e cannibalizzato, fino ad assumere spesso, attraverso il dialogo con riferimenti locali e indigeni, forme e figure radicalmente nuove». Nel bagaglio, ha portato a Venezia un’antologia di studi sulle diaspore e il saggio Modern Art of Southeast Asia di Roger Nelson.

Pedrosa, quando è avvenuto il suo primo incontro con l’arte?

«Visitando i musei con i miei genitori: per qualche anno abbiamo vissuto a Londra. Ho studiato arte, economia, mi sono laureato in legge a Rio de Janeiro – la mia è una formazione composita – ma mi sono perfezionato in Arte e scrittura critica al California Institute of the Arts, che ho frequentato per tre anni. Ho cominciato come artista, quindi ho iniziato a collaborare con riviste come Artforum e Frieze. La svolta è avvenuta con la Biennale di San Paolo, nel 1998, dove sono stato chiamato come curatore aggiunto. Il tema era l’Antropofagia, che nella cultura modernista brasiliana è un concetto molto specifico: indica nei tropici la pratica di assimilazione della cultura dominante europea da parte di una cultura dominata che la digerisce e rielabora».

La decolonizzazione è un tema ormai ineludibile, non solo nell’arte.

«Negli anni Ottanta le mostre internazionali avevano come protagonisti solo maschi bianchi europei o nordamericani. Le cose sono cambiate solo a partire dalla fine degli anni Novanta. Ora assistiamo a un’accelerazione. La Biennale con i padiglioni nazionali rappresenta il mondo, ma anche la mostra centrale nelle ultime edizioni è diventata un’altra cosa. La Documenta di Okwui Enwezor e poi, certo, anche la sua Biennale del 2015, hanno rotto una tradizione».

Con le sue mostre di Historias al Museu de arte de São Paulo ha voluto concentrarsi su temi, più che su artisti: l’infanzia, la sessualità, le storie afroatlantiche. L’anno prossimo si occuperà della diversità. È un approccio politico portato avanti in anni recenti in cui la tenuta democratica del Brasile è stata a rischio. Che ruolo ha l’arte in tutto questo?

«L’arte non può cambiare il mondo, ma la maniera in cui noi lo guardiamo. Raccontare le storie degli “altri” – il Brasile ha il più alto numero di comunità indigene – fa parte ormai dello spirito del tempo. A San Paolo racconteremo ancora le storie queer e dell’immigrazione».

C’è qualcosa che ruberebbe ai curatori della Biennale che l’hanno preceduta?

«Visito la Biennale di Venezia dal 1996, ma l’ultima, quella di Cecilia Alemani, ha portato la mostra a un livello completamente diverso. Tutto quello che è stato esposto prima della pandemia sembra preistoria, ormai. Anche l’idea delle capsule del tempo in cui restituire giustizia alle artiste del passato era illuminante. È una dimensione storica che mi interessa riprendere. Le donne partecipanti hanno superato di molto gli uomini, cosa anticipata in parte nell’edizione precedente di Ralph Rugoff».

È attento alle quote da rappresentare in mostra?

«Cerco di essere molto aperto. Da sempre nelle mie mostre ci sono tante artiste donne. Se nelle mostre di contemporaneo oggi non ci fossero per il 50 per cento uomini e per l’altro 50 donne sarebbe un problema. Quando mi sottopongono una lista di artisti, sottolineo i nomi femminili e i cognomi di artisti che rimandano a storie di immigrazione. Ma solo perché, almeno sulla carta, le loro possono risultare esperienze più interessanti. È un mio metodo per filtrare, certo, non è una regola».

Qual è il metodo della sua Biennale?

«La Biennale deve essere ampia e specifica. Deve essere larga, anche per le dimensioni con cui si ha a che fare, ma occorre che abbia un tema chiaro e una struttura definita. Non ci puoi infilare dentro tutto. Si parte sempre da una ricerca. E dai viaggi. Negli ultimi mesi sono stato a Città del Messico, Los Angeles, New York, Corea, Guatemala, Repubblica Dominicana, Portorico, Buenos Aires, Lima, Bogotà, Giakarta, Manila, Hong Kong, Singapore, Roma, Milano, Londra, Parigi, Dubai, Doha, Madrid. Mi aspettano ancora Bologna, Beirut, Istanbul, Vienna, Berlino e il Sudafrica».

Adriano Pedrosa con Roberto Cicutto, presidente della Biennale di Venezia

 

A che punto è con il progetto?

«Sono al 60 – 70 per cento. Con il Nucleo storico il progetto è quasi concluso. Ci saranno, in tre stanze, un’opera per artista. Saranno un centinaio in tutto. Parte di questo nucleo sarà dedicata alla diaspora degli artisti italiani nel mondo, a partire da Brasile e Argentina. Al Nucleo contemporaneo sono stati invitati artiste e artisti che non hanno mai partecipato a una Biennale. Ho chiamato solo una artista presente in un’edizione passata: il suo lavoro era troppo adatto, non potevo farne a meno. Con alcuni lavorerò per la prima volta. Per ora siamo a più di cento. Non mi interessa il numero, ma che abbiano uno spazio adeguato, giusto per le loro opere».

Non si può non citare Lina Bo Bardi, che progettò il museo che lei dirige. Allestendo i dipinti nelle sue teche di vetro sospese, Bo Bardi in qualche modo ha “decolonizzato” le opere, liberandole dalle pareti. Le farà un omaggio in Biennale?

«Sì. Anche Lina era una “straniera” con l’accento italiano che ha mantenuto per sempre. La sua maniera di esporre ha dimostrato come anche il dipinto più meraviglioso sia l’esito di un lavoro, esattamente come un tavolo di legno o un manufatto indigeno. Se usi la parola “lavoro” per tutti, dai loro la stessa dignità. È un approccio democratico che mette ogni oggetto d’arte sullo stesso piano».

Che cosa porta nel suo bagaglio a Venezia?

«I miei viaggi, i libri, i ricordi, le persone incontrate, le conversazioni…».

Se dovesse scegliere due opere che hanno influenzato il suo percorso, quando era giovane, che cosa le viene in mente?

«Gli ambasciatori di Hans Holbein e Le caramelle di Felix Gonzalez-Torres».

Questa Biennale la spaventa?

«No».

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