✕

La Siberia che sogna il mito Gengis Khan

Un'incisione dell'imperatore mongolo Gengis Khan, vissuto tra il 1162 e il 1227

 

Ascolta l'audio

Nell’immensa regione, ricca di tradizioni sciamaniche, ancora oggi c’è chi si rifà al mitico guerriero. Mentre la Cina approfitta della debolezza russa
4 minuti di lettura

Sulle carte geografiche della Cina, da qualche tempo, le città russe della Siberia orientale hanno ripreso gli antichi nomi cinesi. Mossa simbolica si dirà, passata quasi sotto silenzio dal momento che Xi e Putin sono costretti a essere amici. Eppure il segnale è fin troppo chiaro, e ripropone interrogativi che la debolezza di Putin emersa plasticamente nei giorni scorsi rende sempre più pressanti: quanto aspetteranno i cinesi prima di riaprire la questione dei confini lungo l’Amur? E più in generale: per quanto tempo ancora l’immensità siberiana continuerà a essere una questione soltanto russa?

La spinta imperiale zarista che portò alla conquista della Siberia iniziò nel XVII secolo, e la sua parte orientale finì sotto il controllo di Mosca con i trattati di Aigun e Pechino nella seconda metà dell’Ottocento. Fu un’epopea di vento, di ghiaccio, e di foreste impenetrabili quella dei cosacchi verso Vladivostok. Ma il loro successo dipese anzitutto dal fatto che il Celeste Impero era …

Sulle carte geografiche della Cina, da qualche tempo, le città russe della Siberia orientale hanno ripreso gli antichi nomi cinesi. Mossa simbolica si dirà, passata quasi sotto silenzio dal momento che Xi e Putin sono costretti a essere amici. Eppure il segnale è fin troppo chiaro, e ripropone interrogativi che la debolezza di Putin emersa plasticamente nei giorni scorsi rende sempre più pressanti: quanto aspetteranno i cinesi prima di riaprire la questione dei confini lungo l’Amur? E più in generale: per quanto tempo ancora l’immensità siberiana continuerà a essere una questione soltanto russa?

La spinta imperiale zarista che portò alla conquista della Siberia iniziò nel XVII secolo, e la sua parte orientale finì sotto il controllo di Mosca con i trattati di Aigun e Pechino nella seconda metà dell’Ottocento. Fu un’epopea di vento, di ghiaccio, e di foreste impenetrabili quella dei cosacchi verso Vladivostok. Ma il loro successo dipese anzitutto dal fatto che il Celeste Impero era ormai troppo debole e corrotto per opporsi agli eserciti degli zar, anche perché già sotto scacco sul fronte meridionale, dove imperversavano gli inglesi.

Oggi la situazione è ribaltata, con la Russia sempre più debole e subalterna rispetto a Pechino, specie dopo la recente rivolta della Wagner di Prigozhin. Il che, nonostante i messaggi per ora rassicuranti dagli uomini di Xi, non deve farci dimenticare che frontiere orientali tra i due paesi furono tracciate quando il rapporto di forza tra Mosca e Pechino era tutto in favore della prima. Un’avvisaglia di ciò che un giorno non troppo lontano potrebbe accadere si ebbe nel 1969, al tempo di Breznev e Mao, amici per finta anche loro. Bastò un’isola contesa lungo l’Amur a far scoppiare le ostilità, e per poco non ci scappava una guerra su larga scala.

Ma la questione va oltre la Siberia orientale e riguarda l’immensa fascia di territorio tra Russia, Mongolia e Cina, la stessa dove Ferdinand A. Ossendowski, un secolo fa, ambientò il suo famigerato Bestie Uomini e Dèi. Un libro controverso, su cui René Guénon e poi Julius Evola hanno costruito teorie esoteriche e reazionarie. Che oggi torna nuovamente di attualità, dopo che già alla fine del secolo scorso Tiziano Terzani pensò di utilizzarlo in Un indovino mi disse per spiegare come popoli e gruppi etnici in quella parte dell’Asia, per ragioni spirituali, tendano istintivamente alla ribellione, non sentendosi a casa né in Russia e né in Cina.

L’eroe maledetto di Ossendowski, il barone Roman von Ungern-Sternberg, è uno dei tanti Prigozhin di cui è costellata la storia russa. Tra il 1920 e il 1921, era in guerra contro i bolscevichi, alla testa dei suoi ribelli cosacchi, ottomani, mongoli e tartari, deciso a far rivivere il sogno di Gengis Khan e umiliare la Russia. Il suo disegno era folle, ma corrispondeva a un sentire diffuso tra le genti alle frontiere orientali dell’impero: vincere i bolscevichi, simbolo del Male, riportando sul trono un Romanov; e far nascere ai confini della Siberia un impero buddista e mongolo, indipendente da Mosca e Pechino.

I suoi cavalieri, che lo consideravano una reincarnazione del Dio della Guerra, lo avrebbero seguito fino all’inferno. Amavano la sua crudeltà, specie contro ebrei e comunisti. Ma soprattutto lo amavano perché credeva nelle loro stesse superstizioni. Aveva arruolato lama tibetani, preti ortodossi e mullah musulmani, ma era agli sciamani siberiani che affidava gli esorcismi contro i comandanti nemici, nel mezzo delle battaglie: il che gli permise di sconfiggere i cinesi a Urga, l’odierna Ulan Bator, e tener testa lungamente ai bolscevichi, finché a un certo punto non fu da questi catturato e giustiziato mentre tentava di ricongiungersi con i Bianchi…

Ossendowski, al pari di Ungern, era stregato dalla spiritualità siberiana. Dai maghi, dai rituali della taiga, dalle pratiche occulte di lama e sciamani. Un’attrazione che tiene banco anche nella Russia contemporanea, come racconta Elena Kostioukovitch nel suo Nella mente di Vladimir Putin. Dove si narra che il culto sciamanico e del “sacri centri di potere” nei monti dell’Altaj, nella Siberia profonda, avrebbe fatto proseliti fin dentro il Cremlino, a partire dallo stesso Putin e dal suo (non si sa più fino a quando) ministro della Difesa Shoigu, siberiano di Tuva, il vero obiettivo politico, a sentire Prigozhin, dell’ammutinamento dei reparti Wagner…

Ai popoli che non dimenticano gli antichi dèi, e sognano di vivere secondo Natura come i loro antenati, non seppe resistere neanche Tiziano Terzani, che queste terre le percorse nei giorni fatidici del 1991 mentre l’Urss veniva spazzata via dalla storia. Una mente geopolitica la sua, oltre che salgariana. E difatti ebbe ragione in pieno nel suo Buonanotte, Signor Lenin, altro suo libro profetico, a prevedere che le “genti periferiche” dell’Urss in frantumi, approfittando dell’indebolimento del centro moscovita, avrebbero rialzato la testa in Asia e in Europa, come poi si è visto... E a prevedere che Pechino avrebbe fatto di tutto per sfruttare la situazione.

Oggi al Cremlino hanno problemi più urgenti che il rischio centrifugo a oriente, specie dopo le prove generali di golpe dei giorni scorsi e la roulette russa cui sta giocando l’establishment moscovita. A questo riguardo, nel libro della Koustioukovitch, c’è scritto che il ministro Shoigu, siberiano di Tuva ritiene di essere la reincarnazione di Subedej (1176-1248), uno dei comandanti di Gengis, e che la sua scalata ai vertici statali sia avvenuta soltanto grazie ai sortilegi dei suoi amici sciamani... Il che, fosse vero, ci farebbe guardare con occhi diversi alla resa dei conti in atto tra un esercito “filo-siberiano” e l’ultranazionalista wagneriano di Pietroburgo...

In ogni caso gli analisti politici internazionali guardano oggi alla guerra per il potere iniziata a Mosca più che alla situazione in Siberia, anche perché pare improbabile che Xi, nei cui piani c’è anzitutto Taiwan, possa pensare di aprire contenziosi in Manciuria o nell’Amur proprio adesso. Io non lo so, avranno sicuramente ragione loro... Resta il fatto che da un po’ di anni i cinesi sono tornati a migrare in massa verso la Siberia, e che i siberiani, a partire dall’energia, fanno sempre più affari direttamente con Pechino. E soprattutto, per riandare al punto d’inizio, resta il fatto che Vladivostok, sulle mappe cinesi, è tornata da un giorno all’altro a chiamarsi Haschenwai, come al tempo della dinastia Qing…

La serie: Finis Terrae

Questo ciclo di articoli di Fernardo Gentilini racconta i paesi di alcune aree strategiche del mondo attraverso letteratura e storia.

Leggi i commenti