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Milan Kundera, quel che resta è l’Immortalità

Milan Kundera a Praga nel 1968

 

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Se ne va a 94 anni uno uno dei più grandi scrittori del Novecento. Raccontò la libertà di pensiero e artistica contro ogni regime e imposizione. Visse da esule, scelse il silenzio e lasciò che a parlare fossero soltanto i suoi romanzi
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È morto lo scrittore più importante di tutti questi anni che abbiamo vissuto. Il più libero, il più vitale. E di cui avevamo più bisogno in questi tempi. Ma non possiamo considerarla una perdita effettiva, perché aveva deciso di scomparire dentro le strade di Parigi, affinché nessuno lo trovasse più; e quindi era già andato via. Ci restava solo la speranza di leggere ancora qualcosa; e questa speranza, tra l’altro, non se ne va con lui.

Milan Kundera non è stato soltanto un grande scrittore; ma è stato, anzi è, un esempio perfetto di cos’è uno scrittore. Quindi è anche un faro per chiunque nella sua vita consumi il proprio tempo leggendo e/o scrivendo.

Lui, che è stato perseguitato dal regime comunista, nel suo libro più importante racconta un personaggio, Tomàs, che si ribella al regime comunista ma si ribella anche alle imposizioni di coloro che combattono il regime. Dice che anche loro praticano, dalla parte opposta, lo stesso sistema impositivo, con un ricatto civile e morale che …

È morto lo scrittore più importante di tutti questi anni che abbiamo vissuto. Il più libero, il più vitale. E di cui avevamo più bisogno in questi tempi. Ma non possiamo considerarla una perdita effettiva, perché aveva deciso di scomparire dentro le strade di Parigi, affinché nessuno lo trovasse più; e quindi era già andato via. Ci restava solo la speranza di leggere ancora qualcosa; e questa speranza, tra l’altro, non se ne va con lui.

Milan Kundera non è stato soltanto un grande scrittore; ma è stato, anzi è, un esempio perfetto di cos’è uno scrittore. Quindi è anche un faro per chiunque nella sua vita consumi il proprio tempo leggendo e/o scrivendo.

Lui, che è stato perseguitato dal regime comunista, nel suo libro più importante racconta un personaggio, Tomàs, che si ribella al regime comunista ma si ribella anche alle imposizioni di coloro che combattono il regime. Dice che anche loro praticano, dalla parte opposta, lo stesso sistema impositivo, con un ricatto civile e morale che li rende altrettanto repressivi. Lo chiamava judo morale, una mossa di quelle che mettono l’avversario sotto e lo costringono a battere la mano a terra per testimoniare la resa. E quanto più hanno ragione, tanto più usano la mossa.

In questi tempi di battaglie a favore o contro, di judo morale diventato lo strumento principale della vita pubblica, in cui gli scrittori sono convinti di dover avere un ruolo civile e lo impongono a discapito di un pensiero originale, Kundera ha insegnato a essere liberi, a essere autonomi, a essere individui. A essere singolari, per prendere a prestito un verso di Patrizia Cavalli. Non accodarsi né essere a capo di una coda, ma restare ostinatamente solitari e rifiutare i ruoli di eroi o di vittime. Se scegli di scrivere romanzi, parli da dentro i tuoi romanzi - dire soltanto attraverso la letteratura, e non avere altro compito che essere profondi, vivi, necessari. In questi tempi di rigidismi, puritanesimi e militanze cieche, era e rimane una presenza insostituibile per affermare l’estraneità dalla lotta in favore di un po’ di lucidità (per tutti noi) o di totale lucidità (per lui).

Quel libro era L’insostenibile leggerezza dell’essere, solo uno dei tanti capolavori della sua produzione, ma effettivamente il più bello. In Italia ne avevamo accolto prima la popolarità, attraverso una trasmissione televisiva come “Quelli della notte” di Renzo Arbore, in cui Roberto D’Agostino spiegava cos’era il kitsch teorizzato in quel libro, e la gente andava a comprare migliaia di copie senza sapere di cosa si trattasse - anche io, quando l’ho letto la prima volta, in quell’anno, non ci avevo capito niente, e continuavo a dire che era un capolavoro, ma non sapevo perché.

Anche Antonello Venditti cantava una canzone con il titolo del libro, e diceva «non ti solleva Milan Kundera». Quindi sembrava a tutti uno scrittore popolare. È stato invece ostico e ostile, serio e dal pensiero potente, scrivendo libri anche comici o addirittura sarcastici, oppure romanzi filosofici.

C’era qualcosa in lui di molto speciale, che si può provare a sintetizzare così: se aveva una caratteristica era quella di mettere a disagio, di non farti ritrovare in una posizione comoda, rassicurante. Non ti faceva fare sì con la testa mentre lo leggevi, perché approvando cosa leggi approvi in realtà te stesso. No, anzi. Molte volte, leggendo il libro di un autore, capita che questi ne esca ridimensionato; solo qualche volta, invece, accade che sia il lettore a uscirne ridimensionato; è raro, ma è questo il caso.

Ogni libro di Kundera ti ridimensionava. E lui teorizzava, a proposito del romanzo: «La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso». A un certo punto ha cambiato lingua, dal ceco al francese, una cosa inaudita per uno scrittore, per non sentire più la sua voce tradotta in una lingua che ormai conosceva bene perché la viveva quotidianamente da anni.

Di conseguenza, come capita a ogni grande scrittore, hanno tentato di denigrarlo, sminuirlo. Hanno tentato di dire che la sua opera uscendo dal suo Paese si era inaridita. Ma è perché erano stupiti da tanta nitidezza e autonomia di pensiero. Alla fine, adesso, anche per Kundera, come succede ad Agnes e Paul ne L’immortalità, l’ospite è arrivato a casa. E la risposta che dà ai due, preoccupati, su “cosa c’è là”, è la risposta che Kundera aspettava anche per sé stesso: «Ognuno là è la propria opera. Ognuno, per così dire, inventa se stesso. Ma è difficile spiegarlo. Non può capire. Lo capirà un giorno».

Lo capiremo un giorno anche noi. Ma Kundera lo aveva già capito da tempo, e aveva già lasciato che l’opera lo sostituisse. Aveva minacciato il mondo intero di non azzardare l’uso di parole che non stessero nella sua opera, parlando di lui. Nemmeno le interviste - anche quelle aveva disconosciuto.

E adesso che l’ospite l’ha portato via, sappiamo che lì dove è andato, e per noi che restiamo qui, Milan Kundera è la sua opera, i suoi libri, i suoi romanzi. Non c’è stato forse nessuno che abbia creduto al romanzo quanto lui, alla sua forza nello staccarsi dalla cronaca e creare un pensiero originale, piccolo o grande che fosse. È una grande perdita; ma allo stesso tempo, ci ha preparati dicendoci che non abbiamo perso nulla di lui. Che tutto quello che ci spettava lo abbiamo avuto. Il resto non ci riguarda: è morto un essere singolare, appunto, non lo scrittore.

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