È morto lo scrittore Milan Kundera
di Leonetta BentivoglioPer la stragrande maggioranza dei lettori il nome di Milan Kundera, morto a Parigi a 94 anni dopo un lungo tempo di eclissi volontaria dalla scena letteraria, evoca subito il romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, e già solo questo titolo ha il sapore di un enigma, presentandosi come una contraddizione in termini: si può definire la lievità del vivere come un fardello soffocante? Molta filosofia e letteratura classica occidentali respirano implicitamente dentro il capolavoro kunderiano, che uscì nel 1984 riscuotendo poi un successo clamoroso.
L’insostenibile leggerezza dell’essere, un romanzo cult
La particolare “leggerezza pesante” di Kundera ci catturò non solo come una trama bella e densa, ma come un modo di concepire la complessità di sfumature delle umane interazioni e di meditare sul senso dell’essere così come siamo, lanciati come cose inermi nella spirale divoratrice della Storia.
Lo scrittore ceco, nella sua opera centrale, trasmette una verità perturbante: viv…
Per la stragrande maggioranza dei lettori il nome di Milan Kundera, morto a Parigi a 94 anni dopo un lungo tempo di eclissi volontaria dalla scena letteraria, evoca subito il romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, e già solo questo titolo ha il sapore di un enigma, presentandosi come una contraddizione in termini: si può definire la lievità del vivere come un fardello soffocante? Molta filosofia e letteratura classica occidentali respirano implicitamente dentro il capolavoro kunderiano, che uscì nel 1984 riscuotendo poi un successo clamoroso.
L’insostenibile leggerezza dell’essere, un romanzo cult
La particolare “leggerezza pesante” di Kundera ci catturò non solo come una trama bella e densa, ma come un modo di concepire la complessità di sfumature delle umane interazioni e di meditare sul senso dell’essere così come siamo, lanciati come cose inermi nella spirale divoratrice della Storia.
Lo scrittore ceco, nella sua opera centrale, trasmette una verità perturbante: viviamo subendo il fatto che nulla di quanto ci riguarda può ripetersi in maniera identica. Il passaggio da un istante all’altro si declina in un presente ostinato e transeunte, che ci obbliga a percorrere i nostri giorni nella mancanza perenne di ciò che stiamo vivendo, poiché ogni momento scappa via nell’attimo stesso in cui ci siamo dentro.
Milan Kundera a Parigi nel 1975
L’intero racconto risulta chiaramente alimentato dalla sofferenza dell’esule Kundera, abilissimo nel rammentare, criticare, rimpiangere e attaccare gli artefici dei soprusi che lo tormentano.
Sempre poetico e cesellato nella prosa (non a caso Kundera nacque alla scrittura come poeta, debuttando con tre volumi di poesie), Milan attraversò un’ampia fetta della propria vita in contrasto col regime cecoslovacco, che lo aveva allontanato dalla sua terra. Ovunque, in ciò che scrive, s’insinua la convinzione che la sorte umana sia di per sé una trappola, e ad esempio Tomás e Tereza, nell’“Insostenibile leggerezza”, ci appaiono schiacciati da una tragedia senza catarsi. Ma sarebbe deviante o riduttivo considerare l’estro di Kundera solo alla luce dei suoi affanni biografici e dei suoi malesseri verso le violenze della politica. Quest’autore ombroso e raffinato, capace di muoversi con bravura vertiginosa tra fiction e saggi, si può percepire come un frutto elevatissimo della stratificata cultura ceca, di cui elabora le influenze provenienti dalle tradizioni ebraiche, tedesche, morave, boeme e magiare. La sua scrittura ha lo stesso effetto sottilmente ipnotico ricavabile dalla visione del Teatro Nero di Praga, fondato su un trucco ottico: coloro che controllano le fila dello spettacolo sono risucchiati dal buio del contesto, facendo sì che oggetti e immagini si animino sulla scena come se fossero dotati di vita propria. Si nutre del medesimo sortilegio prospettico il rapporto di stimolo reciproco (invisibile, non dichiarato) tra stati soggettivi e sfondi oggettivi nei libri di Kundera.
Se ipotizziamo una suddivisione, sommaria e grossolana, tra i due grandi filoni della letteratura ceca, vedremo che uno si basa su una vena popolaresca e paradossale, ai limiti del surrealismo, e vi appartengono per esempio Jaroslav Hašek e Bohumil Hrbal, mentre un altro è più intellettuale, psicologico e introspettivo, e lo domina l’incomparabile gigante Franz Kafka. Con la sua profondità illusionistica e cerebrale, Kundera va inserito nel secondo gruppo, senza escludere qualche sconfinamento nel primo per via di alcuni sprazzi d’ironia surrealistica emergenti dai suoi testi. Kundera parla a lungo dell’amato Kafka in quel saggio meraviglioso e discontinuo che è “I testamenti traditi” (1993), dove lo spazio concesso al creatore della “Metamorfosi” è pari a quello attribuito al compositore ceco Leoš Janáček, di cui il nostro romanziere colse come nessuno la forza innovativa.
Milan Kundera nel 1973 a Praga
Da Brno a Praga a Parigi, vita di un esule
Milan Kundera era nato nel 1929 a Brno, in quella che una volta era la Cecoslovacchia e ora è la Repubblica Ceca. Suo padre, rinomato pianista, diede al figlio una solida educazione musicale. Da giovane Milan fu jazzista e la musica sarebbe rimasta sempre al centro dei suoi interessi, insieme al teatro. Si laureò alla Scuola di Cinema di Praga, dove poi avrebbe tenuto corsi di letterature comparate. Nel 1948, ancora studente, s’iscrisse al Partito Comunista e le sue idee “non conformi” provocarono la sua espulsione.
Quando fu riammesso divenne un punto di riferimento dei dibattiti politici di quegli anni. Schieratosi a favore della Primavera di Praga, fu cacciato di nuovo dal Partito nel ’70, e cinque anni dopo emigrò in Francia, dove insegnò nelle università di Rennes e di Parigi. In quest’ultima città ha vissuto per decenni insieme all’inseparabile moglie Vera Hrabanková. Nel ‘79 perse la cittadinanza cecoslovacca e nell’81 ottenne quella francese. Le sue opere sono state proibite per molto tempo in Cecoslovacchia e i titoli più recenti di Kundera sono nati in francese. Soltanto nel 2006 “L’insostenibile leggerezza dell’essere” poté vedere la luce nel Paese dell’autore.
Già nel ’63 Milan conquista una certa fama col primo dei tre tomi di racconti chiamati “Amori ridicoli”, che convergeranno in un unico volume nel ’70. La sua fertile attività di drammaturgo si esprime negli anni Sessanta in vari play (“I proprietari delle chiavi”, “L’abbaglio”, “Due orecchie, due nozze”) e culmina nel ‘71 con “Jacques e il suo padrone”, omaggio a “Jacques il Fatalista” di Diderot. L’esordio nel romanzo avviene nel ’64 con “Lo scherzo”, agra ricostruzione del clima persecutorio vigente in Cecoslovacchia. Negli anni Settanta firma “Il valzer degli addii”, dramma sentimentale “basato sulla forma teatrale del vaudeville” (parole sue), “La vita è altrove”, ritratto di un poeta-rivoluzionario condannato a una morte precoce dalla propria lirica innocenza, e “Il libro del riso e dell’oblio”, composto da sette medaglioni votati all’argomento scivoloso dell’uso strumentale della dimenticanza usato dai regimi totalitari per mantenere il potere.
Nel ’90 esce in Francia “L’immortalità”, narrazione scandita in sei atti intrisi d’irridente malinconia. Sono tappe di esplorazione dell’eros e dell’emergere del caso nei labirinti emotivi delle nostre vite. Le parti dell’insieme s’intersecano e si sovrappongono, e vi possono irrompere le disquisizioni di campioni quali Goethe e Hemingway. In lingua francese esce una trilogia sui vizi umani: “La lentezza” (1995), “L’identità” (1997) e “L’ignoranza” (2001). Nel nuovo millennio Kundera pubblica soprattutto saggi, come “Il sipario” (2004) e “Un incontro” (2009), che accoglie le sue note sull’arte dello scrivere. Durante la sua vecchiaia Kundera ha scelto di divenire un enigmatico e sofferto scrittore-fantasma, vivendo a Parigi “incatenato” alla moglie e mantenendo la sua promessa di non apparire più in pubblico. Dopo il trionfo dell’“Insostenibile leggerezza” aveva dichiarato, lapidario: “Sono in overdose di me stesso”. Nell’aprile di quest’anno, per Nr edizioni, è uscito in Italia “Nome in codice: “Elitar I. Sulle tracce di Milan Kundera”, della francese Ariane Chemin, che in un racconto-inchiesta attorno al significato dell’assenza ripercorre la vita di questo prezioso testimone sommerso delle lacerazioni sconvolgenti che hanno segnato il Novecento.
In Italia Kundera viene edito e ristampato di continuo da Adelphi, che nel maggio del ‘22 ha proposto per la prima volta in italiano “Un Occidente prigioniero”, saggio preveggente sull’odierna guerra della Russia. Nel libro confluiscono due interventi politici di Kundera, uno del ’67 e l’altro dell’83. Il primo esalta i valori culturali delle singole nazioni e sottolinea l’ingiustizia delle interferenze imposte dagli ideologi di regime. Il secondo è un atto d’accusa all’Occidente pavido e inerte, che ha assistito senza battere ciglio alla “distruzione” (causata del blocco sovietico) del suo lembo orientale, costituito da Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Aver ignorato tale zona geografica, vista come il cuore ideale dell’Europa, ha prodotto guasti le cui conseguenze risultano adesso plateali. È stata una delle profezie scaturite dalla sensibilità storica di Kundera, cantore nostalgico dell’est europeo e scrittore tra i più incisivi e geniali del ventesimo secolo.