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Que viva Mexico: tra narcos e farfalle nel Paese perduto

Tempio dell'Hospitalito (Guanajuato, Messico)

 

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Lo scrittore recensisce l’ultimo libro di Francesco Forgione, “Mais rosso” ambientato nel paese centroamericano
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Le storie dei killer del crimine organizzato, in fondo, si somigliano un po’ tutte. Sei un ragazzo povero. Ti spacchi la schiena per due soldi. E ogni giorno incroci i ragazzi che si pavoneggiano in piazza sulle grosse moto luccicanti. Quelli con la grana in tasca e le ragazze più disponibili. Quelli che non hanno bisogno di lavorare perché gli basta schioccare le dita per avere il mondo ai loro piedi. Ti guardano dall’alto in basso.

Sono i ragazzi della banda. Sono i delinquenti. Sono i cattivi. E comandano loro. Mentre gli altri chinano il capo, tu resti a guardarli, con un misto di orgoglio e di curiosità. Non li temi. Chi, come te, è nato all’inferno, non sa cosa sia la paura. Ciò che provi è un desiderio irrefrenabile: quello di diventare uno di loro. E loro ti studiano, ti pesano, ti avvicinano e ti mettono alla prova. E un bel giorno il sogno si avvera. Sei uno di loro. Certo, c’è un prezzo da pagare. Roba tipo: stuprare, ammazzare, smembrare, sciogliere nell’acido nemici, am…

Le storie dei killer del crimine organizzato, in fondo, si somigliano un po’ tutte. Sei un ragazzo povero. Ti spacchi la schiena per due soldi. E ogni giorno incroci i ragazzi che si pavoneggiano in piazza sulle grosse moto luccicanti. Quelli con la grana in tasca e le ragazze più disponibili. Quelli che non hanno bisogno di lavorare perché gli basta schioccare le dita per avere il mondo ai loro piedi. Ti guardano dall’alto in basso.

Sono i ragazzi della banda. Sono i delinquenti. Sono i cattivi. E comandano loro. Mentre gli altri chinano il capo, tu resti a guardarli, con un misto di orgoglio e di curiosità. Non li temi. Chi, come te, è nato all’inferno, non sa cosa sia la paura. Ciò che provi è un desiderio irrefrenabile: quello di diventare uno di loro. E loro ti studiano, ti pesano, ti avvicinano e ti mettono alla prova. E un bel giorno il sogno si avvera. Sei uno di loro. Certo, c’è un prezzo da pagare. Roba tipo: stuprare, ammazzare, smembrare, sciogliere nell’acido nemici, amici e gente che passa di lì per caso. Ma fra un tiro di coca e una gita in fuoriserie, con l’adrenalina a mille e la sensazione di avere il mondo nelle mani, le cose brutte si dimenticano presto.

Dopo tutto, non hai che diciassette anni… Sì, di storie come questa, nei suoi trent’anni di giornalista, politico, presidente della Commissione Antimafia, collaboratore di organizzazioni internazionali, sociologo della criminalità organizzata, Francesco Forgione ne ha incrociate tante. E anche adesso che fa il sindaco del comune di Favignana-Isole Egadi, non ha perso il gusto di andarsele a cercare. È così che, tornato in Messico, nello stato del Guerrero, incontra Guillermo, giovane sicario dei cartelli che ha appena finito di espiare la sua pena, e si fa raccontare la sua vita. E mano a mano che il racconto di Guillermo procede, nella vitale e rischiosissima Acapulco, così come nella desolata Montagna, terreno un tempo di rivolte contadine e ora teatro dell’eterna narco-guerra messicana, affiorano i fantasmi della natìa Calabria, le memorie dell’egemonia mafiosa nelle terre più devastate del nostro Sud, la rabbia per le ingiustizie sociale che nessuno riesce a debellare, il rimpianto per le mille occasioni che la legalità ha perso nel corso del tempo.

Mais rosso è un libro intenso e a tratti incandescente, nel quale verità, riflessione storica e una narrazione ai confini della “fiction” si fondono abilmente. Il titolo allude all’Amapola, la variante pregiata di papavero da oppio che ha sostituito sulla Sierra la tradizionale coltura del granturco. È l’unico sostentamento dei contadini poveri, questo mais rosso come il sangue dei quarantatré studenti massacrati nel 2014 nell’oscuro episodio di Ayotzinapa: strage di Stato, strage narco o forse tutte e due le cose, in un Paese dove il confine fra legge e crimine è quanto mai labile. Guillermo ora è un uomo libero. Pentito? Ancora orgoglioso del suo passato di “carnicero”, il macellaio dei cartelli? Chi può dirlo? Forgione se lo domanda, ma non c’è risposta.

Usciamo da questo viaggio bombardati di sensazioni contraddittorie: paura che il potere oscuro delle mafie possa dilagare oltre ogni misura, senso d’impotenza. Ma anche un amore profondo per questa terra arida e affascinante, le sue contraddizioni, i suoi meravigliosi miraggi: un giorno, l’auto su cui il narratore viaggia è costretta a fermarsi. Un muro nero la blocca. Poi il muro si scioglie, e prende il volo, un volo variopinto e colorato. Il viaggiatore ha incrociato le farfalle monarca, che si fanno cinquemila chilometri per raggiungere un angolo sperduto del Michoacàn. «Sono le fidanzate del sole, l’anima dei morti. È un giorno meraviglioso, la farfalla vola e vola per il sentiero che lei sola conosce. Cerca acqua e fiori. Questo è il santuario più grande e più bello del mondo». Così scriveva nel 2020 Homero Gòmez Gonzàlez, che delle farfalle si era autoproclamato custode. Due giorni dopo lo avrebbero ammazzato. Straziante, incomprensibile Messico.

Il libro

Mais Rosso, di Francesco Forgione (Zolfo, pagg. 208, euro 17)

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