Accuse, difese e meme sul web: il caso Elkann diventa un tormentone
di Maurizio CrosettiGli scrittori li dobbiamo prendere sul serio, ma non alla lettera. Le parole di Alain Elkann su Repubblica, in posa da viaggiatore ottocentesco, in queste ore sono state lette, purtroppo per lui, anche troppo alla lettera, più di tutte le altre scritte nel corso di un’intera vita, quasi quanto quelle vergate da Proust, trasportato da Elkann nello scompartimento come bagaglio a mano insieme a carta, penna (stilografica) e calamaio. Che esibizione classista, contro quei ragazzi in scarpe da tennis e senza orologio, descritti con severità dal nonno di tutti i boomer, nonché papà di Lapo e del nostro editore, questo va pur detto. Eppure, l’articolo in questione recava chiarissime istruzioni per l’uso: sul bugiardino c’era scritto “breve racconto d’estate”. Mica era un commento, mica era un reportage. I racconti raccontano quello che vogliono, tutto il resto si chiama giornalismo.
Il distinto signore col vestito molto stazzonato di lino blu (il lino è sempre stazzonato, peraltro, altrime…
Gli scrittori li dobbiamo prendere sul serio, ma non alla lettera. Le parole di Alain Elkann su Repubblica, in posa da viaggiatore ottocentesco, in queste ore sono state lette, purtroppo per lui, anche troppo alla lettera, più di tutte le altre scritte nel corso di un’intera vita, quasi quanto quelle vergate da Proust, trasportato da Elkann nello scompartimento come bagaglio a mano insieme a carta, penna (stilografica) e calamaio. Che esibizione classista, contro quei ragazzi in scarpe da tennis e senza orologio, descritti con severità dal nonno di tutti i boomer, nonché papà di Lapo e del nostro editore, questo va pur detto. Eppure, l’articolo in questione recava chiarissime istruzioni per l’uso: sul bugiardino c’era scritto “breve racconto d’estate”. Mica era un commento, mica era un reportage. I racconti raccontano quello che vogliono, tutto il resto si chiama giornalismo.
Il distinto signore col vestito molto stazzonato di lino blu (il lino è sempre stazzonato, peraltro, altrimenti non è lino) si sarà accorto che i veri Landsknecht fanno oggi le loro scorribande sui social, dove con picca e moschetto menano a più non posso. È Twitter il capo dei Lanzichenecchi che hanno conciato Alain Elkann per le feste, anche se in Rete, com’era prevedibile, alcune voci lo hanno pure difeso, ad esempio Fulvio Abbate («lo struggente spaesamento esistenziale scambiato per classismo»). Segue dibattito. Se un autore deve far discutere, due a zero per nonno boomer e palla al centro.
Non siamo qui a ignorare le molte lettere di protesta arrivate a Repubblica, né le altre critiche - Tomaso Montanari: «Rimpatriamo Elkann da Foggia con un volo di Stato, presto!» - anche se un certo tipo di sdegno assomiglia al modello Giuseppe Conte, proprio lui, quello con la pochette a Cortina. «Conte che alza il ditino verso Elkann è forse l’unica cosa più ridicola di Elkann», twitta Luca Bizzarri. «Mi sono seduta dalla parte della ragione perché sul sedile di fronte ci stava Elkann», questa è Viola Ardone. Fa molto sorridere, come sempre, Andrea Pennacchi: «È un Lanzichenecco solo se viene dalla Baviera rurale, altrimenti è un Giannizzero o un comune brigante. Mia nonna mi urlava: vandalo!».
C’è poi il versante toponomastico della polemica, con gli abitanti di Benevento e Foggia chiamati in causa dallo stranito viaggiatore, e giustamente scossi. Interpretazioni? Dice Paolo Repetti, editore di Einaudi Stile libero: «Non è mia cura difendere Alain Elkann, quello che ha scritto mi sembra il testo di uno smidollato e svagato ricco signore di fronte a una gioventù che non capisce. Dopo di che, se interpretiamo tutto parola per parola diventiamo integralisti. E poi esiste anche la tradizione letteraria dello snobismo».
Che tempi, signora mia. Ma oltre la prima reazione emotiva, ecco Carlo Grande che si domanda: «Quanti preferirebbero viaggiare in treno con un silenzioso scrittore più che con un’allegra rappresentanza di popolo urlante?». «Moto di simpatia per lo stazzonato Elkann» chiosa invece Pigi Battista, accanto all’hashtag #ossigenarsiabenevento. Il surrealismo ha scritto insomma un capitolo interessante nel giorno in cui ci hanno lasciati Otello Profazio e Marc Augé degnati, spiace dirlo, di poche stropicciate parole rispetto a quelle dedicate al fogliettone su rotaia che Repubblica ha fatto viaggiare ad alta velocità. E comunque, questo Proust, che noia.
La concione tra Lanzi e anti Lanzi non pare destinata a placarsi, anzi. «L’odio di classe esiste ancora» scrive Luca Telese, ed è un vortice di meme, faccine, fotomontaggi, battute più o meno felici («Delon si dissocia da Alain»), proposte di serie giornalistiche a tema: Elkann che aspetta il taxi a Termini, Elkann sulla Circumvesuviana, Elkann a Villa San Giovanni, Elkann sulla Potenza-Melfi. Un gioco, certamente, perché la narrativa è anche questo. E allora possiamo confermare che Alain Elkann non si è fermato a Eboli e che, trattandosi di un viaggio in treno, se invece di Proust avesse citato Anna Karenina sarebbe stato peggio.