L’intervista. Ito Ogawa: “La felicità è una lettera scritta a mano”
Ilaria Zaffino«Trovo ogni volta sorprendente e meraviglioso il modo in cui si possono esprimere emozioni profonde attraverso la parola scritta. I caratteri tracciati a mano sono intrisi della personalità di chi scrive: una lettera è come l’alter ego di una persona». Ito Ogawa, classe 1973, è una scrittrice giapponese che nel nostro Paese si è fatta conoscere sin dal suo esordio nel 2008 con Il ristorante dell’amore ritrovato, bestseller internazionale con 850mila copie vendute in patria, 80mila solo in Italia, divenuto anche un film, a cui sono seguiti i racconti La cena degli addii e il toccante La locanda degli amori diversi, inno alle famiglie arcobaleno e alla forza delle donne capaci di sfidare i pregiudizi e curare le ferite dell’anima, tutti pubblicati in Italia da Neri Pozza. Adesso arriva La cartoleria Tsubaki, dove ritroviamo la stessa delicatezza nel toccare temi a lei cari, accompagnata da sottile ironia. Abbiamo raggiunto l’autrice via mail. «Fin dai tempi del Ristorante dell’amore rit…
«Trovo ogni volta sorprendente e meraviglioso il modo in cui si possono esprimere emozioni profonde attraverso la parola scritta. I caratteri tracciati a mano sono intrisi della personalità di chi scrive: una lettera è come l’alter ego di una persona». Ito Ogawa, classe 1973, è una scrittrice giapponese che nel nostro Paese si è fatta conoscere sin dal suo esordio nel 2008 con Il ristorante dell’amore ritrovato, bestseller internazionale con 850mila copie vendute in patria, 80mila solo in Italia, divenuto anche un film, a cui sono seguiti i racconti La cena degli addii e il toccante La locanda degli amori diversi, inno alle famiglie arcobaleno e alla forza delle donne capaci di sfidare i pregiudizi e curare le ferite dell’anima, tutti pubblicati in Italia da Neri Pozza. Adesso arriva La cartoleria Tsubaki, dove ritroviamo la stessa delicatezza nel toccare temi a lei cari, accompagnata da sottile ironia. Abbiamo raggiunto l’autrice via mail. «Fin dai tempi del Ristorante dell’amore ritrovato avevo in mente una storia che avesse come protagonista la scrittura», ci dice subito, «adoro scrivere lettere e, per quanto anacronistico, ho tanti amici che condividono questa passione. Ogni volta che ne ricevo una mi commuovo. Ma come la mettiamo se a ricevere una lettera è una persona che non predilige il classico scambio epistolare? Ho sentito che quando si riceve una bella lettera e non si è in grado di replicare con altrettanta grazia ed eleganza, si prova un complesso di inferiorità e uno stress non indifferente. In casi del genere, se ci fosse una scrivana pubblica come Hatoko, la società potrebbe trarne grande beneficio: è stato questo pensiero a indurmi a scrivere La cartoleria Tsubaki».
Ma davvero esiste ancora in Giappone, nell’epoca delle email e dei social, la figura dello scrivano pubblico?
«Esiste, ma le sue mansioni sono limitate ad attestati, diplomi e documenti in cui è necessaria una bella grafia. Non credo esistano invece persone come Hatoko, che si prendono la briga di scrivere una lettera in vece di un’altra persona. Eppure il mondo di oggi ne avrebbe tanto bisogno!».
Nei suoi libri, questo non fa eccezione, si parla sempre di seconde opportunità, nuovi inizi.
«Amo parlare di “rigenerazione”. Nella vita è impossibile evitare fallimenti, dolore e tristezza, fa parte del gioco. Tuttavia la vita non si esaurisce nei momenti bui. Noi esseri umani abbiamo dentro di noi un seme indistruttibile, una forza taumaturgica che la natura ci ha regalato. È la nostra essenza, e mi piace ricordarlo attraverso le mie storie: la speranza non muore mai, la vita ricomincia e prima o poi la luce torna a splendere su di noi. Il mio desiderio più grande è che tutti, dopo aver letto l’ultima pagina dei miei romanzi, possano intravedere un raggio di sole».
Qui molte pagine sono dedicate a spiegare il lavoro del calligrafo e la sua lunga tradizione in Giappone. Lei ha studiato letteratura giapponese antica: quanto questo influisce su ciò che racconta?
«Non scrivo con l’intento di rifarmi alla tradizione, forse lo faccio in modo inconsapevole. Non nascondo però la mia predilezione per la cultura e le tradizioni del mio Paese, e questo mi influenza quando scrivo. Mi piace creare storie mettendo su carta il mondo che amo».
Oltre all’arte della calligrafia, nel romanzo si dà importanza ad altre tradizioni: la cerimonia del tè, l’usanza di ammirare i ciliegi in fiore (“hanami”), feste e riti religiosi. Quanto ancora contano nel Giappone di oggi queste tradizioni?
«Sono importantissime. Durante la pandemia le feste tradizionali sono state sospese. Non era possibile partecipare alla cerimonia del tè, né ammirare i ciliegi in fiore, per evitare assembramenti. Di conseguenza sono aumentate le persone sole e la solitudine è diventata un problema enorme. Le feste tradizionali non sono indispensabili alla sopravvivenza umana, ma lo sono per la nostra anima, abbiamo bisogno di eventi che esulino dalla quotidianità e nutrano la serenità interiore. Quando in primavera si va a fare hanami o quando si partecipa alla cerimonia del tè si migliorano le nostre vite e il nostro spirito: è qualcosa di fondamentale, di cui tutti abbiamo sentito la mancanza».
A proposito di nutrire la serenità interiore, “La cartoleria Tsubaki” è stata accostata al filone dei “libri che fanno bene” come “I miei giorni alla libreria Morisaki” di Satoshi Yagisawa o “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi. Trova delle affinità con questi autori?
«Non ho letto i loro libri, però posso dire che anch’io desidero sempre scrivere libri “che scaldano il cuore”, che servano cioè a migliorare almeno un po’ la vita delle persone».
Nei suoi libri precedenti ha però affrontato anche temi delicati come il suicidio e la morte…
«Affronto spesso il tema della morte, credo sia inevitabile per uno scrittore. Fa parte della vita: affrontare e conoscere la morte significa dare risalto alla vita. E anche il suicidio ne fa parte, perciò trattare le questioni della vita come tabù, chiudere gli occhi e far finta di niente, non porta soluzioni. Per questo cerco sempre di toccare questi argomenti, così da sensibilizzare il più possibile i lettori».
Un altro elemento ricorrente è il cibo: perché?
«Il cibo è necessario per la nostra sopravvivenza. Mangiare e vivere sono azioni strettamente correlate. Ne La Cartoleria Tsubaki, la relazione di Hatoko con il cibo e la cucina cambia e si sviluppa di pari passo con i mutamenti che riguardano la sua esistenza e la sua famiglia».
Per i suoi personaggi il cibo in un certo senso cura le ferite dell’anima: potremmo dire che qui è la scrittura, la parola, a svolgere lo stesso ruolo?
«Una lettera è il regalo più bello che si possa ricevere. Aprire la cassetta delle lettere e trovare una busta con nome e indirizzo scritti a mano da una persona cara è impagabile. La differenza con un’email è abissale, le stesse parole risultano completamente diverse. Dopo aver scritto questo libro ho ricevuto moltissime lettere, tutte scritte rigorosamente a mano. Quelle lettere mi hanno dato coraggio e infinita gioia, ripagandomi dell’impegno che metto sempre nel mio lavoro».
Per le risposte di Ito Ogawa traduzione dal giapponese di Gianluca Coci
Il libro
La cartoleria Tsubaki di Ito Ogawa (Neri Pozza, traduzione di G. Coci, pagg. 304, euro 18)