La bambina e la scrittrice sono vittime della vita. Alla prima la guerra ha strappato la famiglia e c’è un’inquietante foto a testimoniare l’esplosione della sua casa, con la piccola che fugge verso l’obiettivo; la seconda è stata martoriata da un altro tipo di guerra, tutta in famiglia, e stavolta ha deciso di restare in ascolto, in connessione psichica con i suoi personaggi. In Lasciarsi cadere (nottetempo) ripercorriamo con un diverso compasso le vicende ad alta intensità biografica che l’americana Lidia Yuknavitch ha raccontato in La cronologia dell’acqua, un libro pregevole e di successo, culmine di una sofferta ricerca letteraria che in questo libro si consolida ed espande. Nessun romanzo che racconti la storia di una donna abusata dal padre da bambina, che lascia due volte l’università, due volte arrestata, nuotatrice di talento, bisessuale, alcolizzata e dipendente dal sesso, con due matrimoni fallimentari e una bambina nata morta risulterebbe credibile.
«Dentro a tutto ciò c…
La bambina e la scrittrice sono vittime della vita. Alla prima la guerra ha strappato la famiglia e c’è un’inquietante foto a testimoniare l’esplosione della sua casa, con la piccola che fugge verso l’obiettivo; la seconda è stata martoriata da un altro tipo di guerra, tutta in famiglia, e stavolta ha deciso di restare in ascolto, in connessione psichica con i suoi personaggi. In Lasciarsi cadere (nottetempo) ripercorriamo con un diverso compasso le vicende ad alta intensità biografica che l’americana Lidia Yuknavitch ha raccontato in La cronologia dell’acqua, un libro pregevole e di successo, culmine di una sofferta ricerca letteraria che in questo libro si consolida ed espande. Nessun romanzo che racconti la storia di una donna abusata dal padre da bambina, che lascia due volte l’università, due volte arrestata, nuotatrice di talento, bisessuale, alcolizzata e dipendente dal sesso, con due matrimoni fallimentari e una bambina nata morta risulterebbe credibile.
«Dentro a tutto ciò che scrivo c’è una bambina. A volte è un’orfana di guerra. A volte semplicemente gironzola. Forse la bambina è una metafora, o forse sono io, o forse è un personaggio che non la smette di tornare», scrive Yuknavitch. L’io diventa tante persone e accetta di trasformarsi nel dettato di una favola che assorbe insopportabili verità. Del potere, dei limiti e della pervasività della scrittura che chiama in gioco sé stessi abbiamo parlato con l’autrice.
La scrittrice Lidia Yuknavitch
In “La cronologia dell’acqua” ha definito il linguaggio come «la piccola schiena delle parole» («the small back of words»); è un passaggio essenziale per arrivare a “Lasciarsi cadere” (in originale “The Small Backs of Children”). Mi sembra che il suo intento sia espandere l’universo del linguaggio per metterlo alla prova con i lettori e con sé stessa. È così?
«Sì, mi interessa espandere il mio universo linguistico, per aprirlo a una specie di nuoto, come se fosse un oceano. Credo nello spazio narrativo come un luogo in cui scrittore e lettore si incontrano, nuotano, creano significati insieme, un luogo in cui corpo e immaginazione vibrano per creare una storia. La cronologia dell’acqua è la storia di una ragazza che ha sofferto per la violenza del padre e della famiglia, e poi quella stessa donna è diventata scrittrice per salvarsi la vita. Lasciarsi cadere racconta la stessa storia, a cambiare sono le coordinate narrative. La violenza stavolta è la guerra, una versione patriarcale del potere del padre. La bambina è trattata come un oggetto nel modo in cui le nazioni scambiano le vite dei bambini con il potere e i tornaconti politici».
Una delle scene più toccanti del libro è quando scrive «L’arte diventa il mondo intero della bambina» e le mani della piccola diventano quelle di una pittrice e il suo corpo «tende verso il divenire». Nessuno le ridarà la famiglia, ma il mondo è pronto ad accogliere qualcosa di lei e a restituire. Ricorda quando la stessa trasformazione è avvenuta in lei?
«Sì. Avevo tredici anni ed ero all’Eight grade. Mi sono presa la mononucleosi, e sono stata a letto per tre mesi senza poter andare agli allenamenti di nuoto. Mio padre lavorava a casa, mentre mia madre vendeva case in giro per il mondo: sono stati tre mesi brutali. Non potevo sfuggire a mio padre e così ho iniziato a disegnare su un quaderno, ed è questo che mi ha salvato la vita».
Penso che lei abbia un magistrale controllo dei frammenti e che riesca a tenere tutto insieme, soprattutto perché accetta che il risultato possa suonare obliquo. Come è arrivata a questo tipo di scrittura?
«Sono stata parecchio influenzata da scrittori — più poeti che prosatori — e artisti che si esprimono per frammenti, soprattutto pittori. Ma è anche vero che vivo la mia vita in modo piuttosto frammentario. Anche i miei ricordi si manifestano per frammenti. Non ho una concezione tradizionale dell’identità, della famiglia e di come vivere una vita, e il mio modo di scrivere riflette quello che sono».
La sua scrittura, infatti, si espande nel dominio delle altre arti e si ha l’impressione che per lei siano tutte sullo stesso piano. Che ruolo ha l’occhio nel suo modo di scrivere?
«Per me l’occhio e l’io sono abbastanza simili, nel senso che si tratta sempre di scandire le immagini e le scene della vita un fotogramma alla volta. E così, mentre viviamo gli eventi della vita, è come se gli mettessimo una cornice intorno per poi disporli in sequenza e dargli un senso, ed è lo stesso quando passiamo dal bianco di una tela o di una pagina al colore, alla luce, alla storia. Un quadro, una canzone, una poesia, un balletto, una pièce, una scultura, una foto, un film sono tutti spazi di trasformazione in cui i significati possono cambiare, essere reinventati o riordinati».
I libri pubblicati dopo “Lasciarsi cadere” (“Il libro di Joan”, uscito per Einaudi nel 2019; la raccolta di racconti “Verge” e il recente romanzo postapocalittico “Thrust”) sembrano più spostati verso la fiction. In “Thrust” scrive: «Il male è solo vivere in una direzione diversa. La gente deve imparare a guardare all’indietro. Le parole. Gli oggetti. Il tempo. Le persone si bloccano con troppa facilità». A che punto è il suo guardarsi all’indietro e quanto è in grado di condividere staccandosi da sé?
«La scrittura narrativa mi ha illuminato sul fatto che il tempo non è lineare (è vero anche in fisica!). Le nostre esperienze e i nostri ricordi estendono la nostra forza vitale nello spazio. Quindi, ripetizioni, esplosioni di intensità, echi del passato, lampi di futuro sono parte del mio esprimermi. Scrivere mi ha liberato dall’ineluttabilità del rapporto causa-effetto. Ora so per certo che ogni esperienza è parte di un movimento più ampio».
Una volta ha scritto che per leggere Marguerite Duras «devi stenderti in un appartamento di una città straniera e abbandonare i pensieri». Qual è l’atteggiamento giusto per leggere “Lasciarsi cadere” e più in generale i suoi libri?
«Immagino un posto sicuro e caldo, con molte coperte e cuscini, una luce gradevole, forse un fuoco, una bottiglia di vino e un cane fedele, in modo che il lettore possa sentirsi accudito, protetto da un animale forte e amorevole, in una stanza al riparo da ogni pericolo. Quel tipo di stanza in cui le nonne raccontano le storie ai nipoti, in modo da ricordarci l’un l’altro le nostre vite nel tempo».
Il libro
Lasciarsi cadere di Lidia Yuknavitch (nottetempo, traduzione di Alessandra Castellazzi, pagg. 208, euro 17)