La malattia di Michela Murgia e il racconto sui social
di Ilaria Zaffino“Ho un tumore al quarto stadio, mi restano mesi di vita”: è il 5 maggio quando la notizia inizia a circolare sulla stampa, online e attraverso i social. Michela Murgia in occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Einaudi, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, ha deciso di dirlo apertamente ai suoi lettori: sta per morire. Le restano pochi mesi. E ha deciso di raccontarlo. Perché indietro non si torna. È così che il mondo apprende, dapprima da una lunga intervista sul Corriere della sera e, parallelamente, da una riflessione accorata dell’amica Chiara Valerio su Repubblica, che la scrittrice sarda, 51 anni appena compiuti lo scorso 3 giugno, è malata, molto malata. Ma lei, l’autrice di Accabadora, vincitrice del premio Campiello, la barricadera di Istruzioni per diventare fascisti e Stai zitta, la cronista impegnata di Il mondo deve sapere, la cattofemminista di Ave Mary. E la chiesa inventò la donna e di God save the Queer. Catechismo femminista, non si tira indietro e senza…
“Ho un tumore al quarto stadio, mi restano mesi di vita”: è il 5 maggio quando la notizia inizia a circolare sulla stampa, online e attraverso i social. Michela Murgia in occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Einaudi, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, ha deciso di dirlo apertamente ai suoi lettori: sta per morire. Le restano pochi mesi. E ha deciso di raccontarlo. Perché indietro non si torna. È così che il mondo apprende, dapprima da una lunga intervista sul Corriere della sera e, parallelamente, da una riflessione accorata dell’amica Chiara Valerio su Repubblica, che la scrittrice sarda, 51 anni appena compiuti lo scorso 3 giugno, è malata, molto malata. Ma lei, l’autrice di Accabadora, vincitrice del premio Campiello, la barricadera di Istruzioni per diventare fascisti e Stai zitta, la cronista impegnata di Il mondo deve sapere, la cattofemminista di Ave Mary. E la chiesa inventò la donna e di God save the Queer. Catechismo femminista, non si tira indietro e senza risparmiarsi fino alla fine combatte in prima persona anche questa ultima battaglia.
Tutto era cominciato l’1 febbraio del 2022, quando l’autrice aveva scelto i social, con un post su Facebook, per rispondere ai tanti messaggi che manifestavano delusione per la cancellazione delle date dei suoi spettacoli in questo modo: “Ho iniziato l’anno della terapia intensiva, la malattia non è una catastrofe, ma un pezzo della mia vita, che vale come gli altri e non voglio trattarla come un segreto oscuro o una cosa di cui vergognarmi”. Per poi continuare: “Certe cose potrò farle, ma altre no e i lunghi spostamenti e le situazioni fisicamente performative per adesso sono fuori dalla mia portata. Di tanto in tanto”, scrive ancora sulla sua pagina Facebook, “compariranno anche condivisioni della mia cura, che fa parte di me come tutto il resto. Ammalarsi è normale, curarsi è normale e anche scegliere in cosa fermarsi è normale. Non tornerà tutto come prima, ma quello che verrà dopo potrebbe persino essere meglio. Diamoci il tempo di farlo succedere”. Inutile ricordare la pioggia di messaggi di incoraggiamento di amici e lettori che seguì in quell’occasione, come anche lo scorso maggio alla rivelazione che la malattia aveva raggiunto lo stadio terminale e il tempo rimasto stava ormai per scadere.
Tempo durante il quale, e gli ultimi mesi ne sono la conferma, Michela Murgia non ha smesso di parlare e far parlare di sé. Anzi. A cominciare dall’ultimo Salone del libro di Torino dove il suo intervento con Matteo Bianchi, per parlare dell’ultimo libro, fa il tutto esaurito con standing ovation quando più strabordante che mai afferma: “Io sto vivendo il tempo della mia vita adesso, in questo momento che non ho più filtri, non ho più paure, nessuno mi può più fare niente, mi sto facendo tutto da sola. Mi sveglio la mattina e dico: basta dico tutto, faccio tutto, tanto che mi fanno, mi licenziano? In questo momento di grandissima libertà, questo libertà voglio usarla per lasciare un’eredità: se c’è qualcosa che non ho avuto il coraggio di dire o di fare adesso lo faccio, io non ho più limiti. Però vi dico: non aspettate di avere un cancro per fare la stessa cosa. Perché se ragionassimo tutti nello stesso modo, probabilmente non avremmo i fascisti al governo”.
Sino all’ultimo potente atto mediatico che si è consumato con il matrimonio “in articulo mortis” con Lorenzo Terenzi che ha riacceso i riflettori, mai spenti, e le polemiche, mai davvero sopite, sulla scrittrice e attivista, le sue scelte e la sua famiglia queer. Su Instagram l’autrice ha pubblicato il video della firma del “contratto”, con tanto di sottofondo musicale e la scritta “non è una festa” perché, aggiunge, “lo abbiamo fatto controvoglia: ogni giorno c’è una complicazione fisica diversa, entro ed esco dall’ospedale e ormai non diamo più niente per scontato. Se avessimo avuto un altro modo per garantirci i diritti a vicenda non saremmo mai ricorsi a uno strumento così patriarcale e limitato. Niente auguri, quindi, perché il rito che avremmo voluto ancora non esiste. Ma esisterà e vogliamo contribuire a farlo nascere”.
E mentre, sempre su Instagram, il suo post più recente ci aggiorna sulle sue condizioni direttamente dall’ospedale dopo l’ultimo ricovero - “Posso stare meglio ma non posso più stare bene, meglio è comunque preferibile a male, quindi godetene con me” - quel suo matrimonio “controvoglia”, che può però gettare le basi per il cambiamento, resta il lascito più grande di Michela Murgia: quell’eredità che lei stessa, in fin di vita eppure ancora piena di vita, dal palco di Torino, ha tanto voluto lasciarci.