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Alessandro Giammei: “Cara Michela, madre d’anima, ora avrò più paura”

Con i “figli d’anima” Michela Murgia durante la sua festa di nozze il 22 luglio. Giammei è il secondo da sinistra

 
Parla il figlio di Michela Murgia: “La sua eredità sono le parole e le idee che ha voluto condividere. Non sarà dimenticata”
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“Quando avevo paura, sapevo che potevo scriverle. Adesso avrò un po’ più di paura”. Alla vigilia del funerale della sua “madre d’anima” Michela Murgia, Alessandro Giammei si lascia andare per un attimo al dolore della perdita. Poche ore dopo sarà a Piazza del popolo, a salutare la scrittrice che per lui è stata un’altra madre, e lo farà leggendo davanti alla folla nella Chiesa degli Artisti un brano di Accabadora, il suo romanzo più amato. È uscito dall’appartamento in cui con il resto della famiglia allargata di Murgia ha trascorso queste giornate di lutto e ha camminato fino a uno dei pochi bar aperti in questa Roma d’agosto. Cresciuto a Roma, 35 anni, insegna letteratura italiana a Yale. Negli ultimi mesi ha fatto avanti indietro tra gli Stati Uniti e l’Italia per stare vicino a Michela; al dito ha l’anello a forma di raganella che lei ha regalato ai componenti della sua famiglia queer. Parla con con cura, come se nel rumore di questa morte pubblica volesse protegger le cose davver…

“Quando avevo paura, sapevo che potevo scriverle. Adesso avrò un po’ più di paura”. Alla vigilia del funerale della sua “madre d’anima” Michela Murgia, Alessandro Giammei si lascia andare per un attimo al dolore della perdita. Poche ore dopo sarà a Piazza del popolo, a salutare la scrittrice che per lui è stata un’altra madre, e lo farà leggendo davanti alla folla nella Chiesa degli Artisti un brano di Accabadora, il suo romanzo più amato. È uscito dall’appartamento in cui con il resto della famiglia allargata di Murgia ha trascorso queste giornate di lutto e ha camminato fino a uno dei pochi bar aperti in questa Roma d’agosto. Cresciuto a Roma, 35 anni, insegna letteratura italiana a Yale. Negli ultimi mesi ha fatto avanti indietro tra gli Stati Uniti e l’Italia per stare vicino a Michela; al dito ha l’anello a forma di raganella che lei ha regalato ai componenti della sua famiglia queer. Parla con con cura, come se nel rumore di questa morte pubblica volesse protegger le cose davvero importanti per lui.

Ognuna delle storie di voi quattro figli ‘d’anima’ di Michela Murgia è diversa. Qual è la sua?

«Ci siamo conosciuti giocando su Internet a un gioco di ruolo letterario nel 2005. Io facevo il liceo, lei all’epoca dirigeva una centrale termoelettrica. Lei in Sardegna, io a Roma. Ho ancora quelle nostre chat. E le dico cosa mi viene in mente: nel gioco lei era la regina degli elfi. Gli elfi potevano risorgere, ma lei non volle. Decise che il suo personaggio sarebbe morto, e ideò il funerale. Già allora aveva qualcosa di potente. Se ne andò dalla centrale termoelettrica e finì allo Stelvio; faceva i letti in un albergo, ma era felice, piena di energia. Le dissi: Michela, puoi diventare Presidente del consiglio. E lei: no, governatore della Sardegna. Da allora, non abbiamo mai smesso di condividere progetti».

Lei è poi diventato studioso di letteratura. Murgia la consultava?

«Non è mai stata un’intellettuale solitaria. Ha iniziato con un blog; poi, quando è passata alla letteratura ha continuato a condividere ciò che scriveva, e negli anni è stato un grande privilegio per me leggerla in tempo reale. Non c’è una sola Michela, ma dieci diverse Michela: ci sono ventenni che la conoscono per i social, settantenni che hanno solo letto i suoi libri. Ognuno si stupisce che esista l’altra. Solo leggendola si vede chi era: in Accabadora c’è un unico schiaffo, della madre d’anima alla figlia, perché sottovaluta le parole. Continuare a condividerle è il miracolo del suo ultimo periodo».

Perché il miracolo?

«Aveva risorse inesauribili. Quattro giorni prima di essere ricoverata la prima volta, era a teatro di fronte a migliaia di persone: sorridente, con la voce limpida nonostante sette litri d’acqua nei polmoni. E già molto malata, sedendosi ogni giorno a un bar di Trastevere, ha scritto Tre ciotole. Che non è un libro confuso, stanco, ma dritto come una freccia. Aveva la capacità di concentrarsi dentro al mondo, senza uscirne. Non sa quante volte le ho detto Michela, è il momento che non rispondi più. Lei, niente».

È per questo che ha inventato un altro modo di essere madre?

«Pensava che la maternità fosse molto di più di ciò che ti capita, che la puoi realizzare con la volontà e l’amore. Una sua visione modernissima e anche antica, direi biblica. Ci ha mostrato che ciò che ci sembra nuovo è più antico di ciò che riteniamo tradizionale».

Lo ha fatto anche creando una fratellanza tra voi quattro?

«L’ha fatto con molti, non solo con noi: fratelli e sorelle uniti dal fatto che lei chiariva delle cose che vogliono dire tanto per tanti. Non era affatto “divisiva”».

Però immagino che abbiate anche litigato.

« Litigavamo, sì, sulle grandi questioni e su quelle banali. Che so, che io arrivavo a Santo Stefano invece che a Natale perché stavo così lontano. Ma lei ci teneva al fatto si litiga per restare. Se non si litiga, vuol dire che ci si ritira. Anche in questo mi tranquillizzava, sulla possibilità di affrontare i contrasti, e comporli».

Che altro le mancherà di lei?

La sua capacità di sorprendere. Non dormiva mai dove le si metteva il cuscino, come la poesia. E poi quando ho paura, so che posso scrivere a Michela e mi passa. Adesso avrò un po’ più paura. Ma è una mancanza che si risolve: apro un suo libro e la voce sta lì».

Non teme che questa fiammata di lutto collettivo finisca per esaurire le sue battaglie?

«Il nostro Paese ci sembra lento, ma lei ci credeva molto, così come credeva moltissimo nel ruolo degli intellettuali. Poi, ciò che succede sui social conta e non conta, lei li usava per ciò che sono, come si usa uno strumento. Io penso che il destino di Michela non sarà di essere dimenticata. Non c’è da temere».

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