La guerra, i nemici e le feroci vendette dell’uomo del Cremlino: il libro-inchiesta di John Sweeney
di Michele ValensiseIl metodo è antico, laborioso, ma efficace. Si parte da fatti, testimonianze, da cose viste e sentite di persona lì dove accadono, si ordinano i dati, si cerca una logica anche quando non c’è e alla fine si abbozza un giudizio, si azzarda una previsione. Se poi c’è di mezzo la guerra, con morti, distruzioni, violenza insensata, il compito di chi osserva per capire è più impegnativo. Anche se siamo assuefatti allo scempio scatenato da Vladimir Putin contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, può essere utile scandagliare qualche tratto psicologico di chi l’ha voluto.
La geopolitica ha regole precise e più interpretazioni possibili. Ora uno scrittore britannico, veterano inviato di guerra dell’Observer e della Bbc in Russia e Ucraina, John Sweeney, aggiorna con nuovi capitoli il suo recente libro Killer in the Kremlin (Penguin Books) e offre al lettore un’intensa lezione di giornalismo investigativo. È il primo gradino, con ricostruzioni fattuali e dubbi irrisolti, poi potrà seguire l’elabo…
Il metodo è antico, laborioso, ma efficace. Si parte da fatti, testimonianze, da cose viste e sentite di persona lì dove accadono, si ordinano i dati, si cerca una logica anche quando non c’è e alla fine si abbozza un giudizio, si azzarda una previsione. Se poi c’è di mezzo la guerra, con morti, distruzioni, violenza insensata, il compito di chi osserva per capire è più impegnativo. Anche se siamo assuefatti allo scempio scatenato da Vladimir Putin contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, può essere utile scandagliare qualche tratto psicologico di chi l’ha voluto.
La geopolitica ha regole precise e più interpretazioni possibili. Ora uno scrittore britannico, veterano inviato di guerra dell’Observer e della Bbc in Russia e Ucraina, John Sweeney, aggiorna con nuovi capitoli il suo recente libro Killer in the Kremlin (Penguin Books) e offre al lettore un’intensa lezione di giornalismo investigativo. È il primo gradino, con ricostruzioni fattuali e dubbi irrisolti, poi potrà seguire l’elaborazione concettuale, ma quei reperti raccolti con fatica sul campo non vanno ignorati. Sulla figura di Putin i dubbi iniziano dall’infanzia, è possibile che da bambino sia stato affidato con l’inganno dalla madre a una famiglia adottiva a Leningrado, dove crescerà nella diffidenza e nella dissimulazione. Appena laureato, entra nei ranghi del Kgb, ma per ragioni misteriose anziché all’estero è destinato a un incarico burocratico in patria. Solo dopo molto tempo arriverà a Dresda e lì sarà testimone della caduta del muro di Berlino e del crollo dell’Urss, un trauma che non supererà mai, addebitandolo alla perfidia dell’Occidente, non alla putrefazione dell’intero sistema sovietico.
Catapultato al vertice del potere, con connessioni opache con la criminalità organizzata, Putin usa il pugno di ferro in tre episodi di violenza feroce, gli attentati contro i condomini di Mosca (1999), l’assalto al teatro della capitale (2002), il massacro nella scuola di Beslan (2004). Anna Politkovskaya, che pagherà con la vita il suo coraggio, dimostra che dietro quegli attacchi, con centinaia di vittime inermi, non c’erano i separatisti ceceni ma spietati agenti provocatori del Fsb, erede del Kgb. Sarebbe stato possibile senza l’avallo dall’alto? Quando fu uccisa, di Anna Politkoskvskaya Putin si limitò a dire gelidamente che la sua influenza era «estremamente insignificante» e nessuno risalì ai mandanti.
Fa ancora rabbrividire la morte nell’estate del 2000 dei ventitré marinai russi del sottomarino Kursk nel mare di Barents, intrappolati ancora vivi dopo un’esplosione a bordo. La Nato offrì assistenza per salvarli, il Cremlino prese tempo in silenzio. Morirono tutti soffocati quando finì l’ossigeno. E Putin impassibile, rimasto in vacanza sul Mar Nero, liquidò la vicenda con due parole: «È affondato».
La scia di sangue si allunga con Alexander Litvinenko, ex colonnello del Kgb/Fsb, autore di una clamorosa denuncia della corruzione dei servizi russi, rifugiato a Londra e ucciso nel 2006 con il polonio. Per Putin era un traditore, come lo era Sergej Skripal, ex agente russo, anche lui riparato nel Regno Unito, avvelenato nel 2018 con il novichok, gas nervino prodotto solo in Russia, arma di distruzione di massa. Chi tentò di uccidere Skripal non esitò nel mettere a repentaglio la vita di decine di altre persone, con una vittima e feriti gravi. La criminale disinvoltura della missione omicida è indice di impunità.
Non è migliore la situazione in Russia. L’assassinio di Boris Nemtsov (2015), oppositore del regime, davanti al Cremlino, resta un mistero, tra omertà e depistaggi, nonostante la concentrazione di telecamere e forze di sicurezza nell’area. Sul luogo dell’agguato candele, fiori e una foto di Nemtsov sono presidiati da suoi amici impavidi, per evitare che siano sistematicamente rimossi da qualche zelante omino in divisa insofferente anche alla sua memoria. Irrisolti anche i troppi casi di persone, critiche con Putin, morte in auto o in aereo o precipitate dalle finestre. Tutte cause accidentali o suicidi?
Per non parlare di Aleksej Navalny e della beffa telefonica al suo avvelenatore. Sweeney rivede le immagini dei morti ucraini nei sacchi di plastica, delle gambe amputate, delle macerie e annota che per vincere una guerra servono tre cose, il morale, la logistica e la leadership. L’Ucraina le ha tutte e deve essere ancora sostenuta. Quanto a Putin, che non si parli di cambiamento epocale: lui è sempre lo stesso, siamo noi a essercene accorti solo ora, in ritardo.
Il libro
Killler in the Kremlin di John Sweeney (Penguin Books, pagg. 352)