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Non è mai troppo tardi per credere in se stessi. E nel romanticismo. Il romanzo di Mieko Kawakami

“Gli amanti della notte” è il terzo libro della scrittrice giapponese tradotto in Italia: tra riflessioni filosofiche e critiche senza riserve alla società ancora troppo maschilista del suo Paese
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Potrebbero essere gli squarci di innegabile lirismo come questo: «Perché la notte è così bella? Perché nel cuore della notte il mondo si dimezza: quando l’immensa luce del giorno svanisce, la metà del mondo che resta splende con tutte le sue forze». Vero e proprio inno alla notte, spazio inquietante in cui tutto può accadere, degno del miglior romanticismo tedesco, che “illumina” la ben più prosaica vita della protagonista, una correttrice di bozze freelance, del nuovo romanzo di Mieko Kawakami, Gli amanti della notte, il terzo tradotto dapprima in lingua inglese e ora anche in italiano. Ma potrebbe essere la stessa vita di questa giovane donna che è letteralmente un disastro — perché per paura di fallire ha sempre lasciato che le cose le capitassero senza mai davvero scegliere niente, nemmeno chi essere — a farci in definitiva apprezzare le riflessioni filosofiche e le critiche alla società giapponese con la quale questa brava e premiata scrittrice (acclamatissimo il suo Seni e uova,…

Potrebbero essere gli squarci di innegabile lirismo come questo: «Perché la notte è così bella? Perché nel cuore della notte il mondo si dimezza: quando l’immensa luce del giorno svanisce, la metà del mondo che resta splende con tutte le sue forze». Vero e proprio inno alla notte, spazio inquietante in cui tutto può accadere, degno del miglior romanticismo tedesco, che “illumina” la ben più prosaica vita della protagonista, una correttrice di bozze freelance, del nuovo romanzo di Mieko Kawakami, Gli amanti della notte, il terzo tradotto dapprima in lingua inglese e ora anche in italiano. Ma potrebbe essere la stessa vita di questa giovane donna che è letteralmente un disastro — perché per paura di fallire ha sempre lasciato che le cose le capitassero senza mai davvero scegliere niente, nemmeno chi essere — a farci in definitiva apprezzare le riflessioni filosofiche e le critiche alla società giapponese con la quale questa brava e premiata scrittrice (acclamatissimo il suo Seni e uova, primo dei suoi romanzi a essere arrivato in Occidente una manciata di anni fa) ancora una volta infarcisce ciò che racconta.

A dare forza al romanzo non è dunque tanto la trama — Fuyuko, questo il nome della protagonista, esce poco, avendo abbandonato l’impiego in azienda per lavorare da casa come freelance, e non frequenta quasi nessuno se si esclude la sua responsabile Hijiri, caratterialmente il suo opposto — quanto l’abilità nel costruire, passo dopo passo, il percorso di crescita, tra cadute (tante) e piccole affermazioni, di questa trentaquattrenne solitaria che a un certo punto rifiuta l’immagine di sé «pallida e misera» riflessa in una vetrina e decide di provare a essere un’altra.

La scrittrice giapponese Mieko Kawakami: è nata a Osaka nel 1976

 

Una storia che ci fa ridere, come quando Fuyuko si imbottisce di alcol, tra birra e sakè, prima dei suoi incontri platonici con il maturo Mitsutsuka, e ci fa piangere. E sicuramente ci conquista, anche per l’attenzione ai dettagli fisici — Kawakami ha già dimostrato la sua ossessione in particolare per il corpo femminile — e grotteschi. Un romanzo «intelligente e brillante», lo ha definitivo il New York Times, che si interroga sul «male che le donne si infliggono l’un l’altra». Attraverso il racconto in prima persona infatti l’autrice porta avanti la sua critica senza riserve ai pregiudizi e alle convenzioni ancora in voga nel Giappone contemporaneo, dove alcune donne cercano di sabotare le “altre”, quelle cioè che non si conformano all’immagine stereotipata della moglie che abbandona il lavoro non appena si sposa. E lo fa nello stile che più che le si addice: non dimentichiamoci che Kawakami ha esordito come poetessa, prima di passare ai romanzi, sempre intrisi di intensa poesia.

Tra gli altri tratti ricorrenti a cui questa scrittrice ci ha abituato ritroviamo qui le sue dissertazioni filosofiche, come già vi erano in Heaven, secondo romanzo di Kawakami tradotto in Occidente e inserito nella short list del Booker Prize nel 2022. Per esempio, lo scambio di battute tra Fuyuko e Mitsutsuka su cosa sono i sentimenti («Forse qualcosa di opprimente e asfissiante o semplicemente complicati a tal punto da rendere opprimenti e asfissianti le relazioni tra le persone)».

Oppure quando, attraverso lo stravagante discorso di Hijiri sulle citazioni, l’autrice ci porta a riflettere sul fatto che nessuna emozione è veramente nostra e che tutti i sentimenti, dalla gioia alla tristezza, sono qualcosa che qualcun altro ha già provato e noi ci limitiamo a imitare, a “citare” appunto.

Anche nell’incontro con Noriko, l’amica d’infanzia con cui Fuyuko si rivede dopo quindici anni, al quale è dedicato un intero capitolo, emergono domande se vogliamo filosofiche: «La nostra vita, il nostro tempo in questo mondo ha un senso? Chi sono io? Più vado avanti e più mi dico che questa non è la mia vera vita, come se a un certo punto avessi imboccato una strada sbagliata, una strada che non è la mia».

Proprio per invertire la rotta («che cosa avevo fatto nella vita fino a quel momento? Avevo mai scelto qualcosa? Il lavoro, l’appartamento in cui abitavo, la solitudine, nessuno con cui parlare erano il risultato di una mia precisa scelta? No. Non avevo mai scelto niente nella vita, niente era frutto di una mia vera decisione»), Fuyuko si sforza nel dare vita a un’altra sé, regalandoci il più bel messaggio di speranza: che non è mai tardi per iniziare a credere nel romanticismo, nell’amicizia e nell’affermazione di sé.


Il libro
Gli amanti della notte
di Mieko Kawakami (e/o, traduzione di Gianluca Coci, pagg. 288, euro 19,50)

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