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Paolo Pellegrin. La fotografia è l’arte del corpo

Isola di Lesbo / Grecia 2015 © Paolo Pellegrin / via Magnum Photos

 
In mostra a Venezia gli scatti del grande fotogionalista. Che spiega perché essere fisicamente nei luoghi è l’unica forma di resistenza
4 minuti di lettura

Sul bordo del buco nero della storia, qualcuno deve pure affacciarsi e guardare. Paolo Pellegrin sta per inaugurare la grande mostra retrospettiva di oltre trent’anni del suo lavoro di fotogiornalista per Magnum e per le maggiori testate del mondo: “L’orizzonte degli eventi” (fino al 7 gennaio 2024), a cura di Denis Curti, alle Stanze della fotografia di Venezia. Ci saranno le sue icone celebri, la madre di Jenin, la bambina in fuga di Tiro, i soccorritori di Beirut… Ma anche il suo lavoro sui temi planetari, come la crisi delle risorse, e alcuni esperimenti di cui è giusto lasciare la sorpresa. È l’itinerario di un testimone oculare, nel momento in cui il mondo dei media sembra volerne fare a meno, in cui l’idea stessa di testimonianza sembra diventare superflua. Incontro Pellegrin mentre torna dall’Ucraina. È difficile intervistarlo se non quando torna, o quando sta per ripartire.

Paolo Pellegrin

 
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Sul bordo del buco nero della storia, qualcuno deve pure affacciarsi e guardare. Paolo Pellegrin sta per inaugurare la grande mostra retrospettiva di oltre trent’anni del suo lavoro di fotogiornalista per Magnum e per le maggiori testate del mondo: “L’orizzonte degli eventi” (fino al 7 gennaio 2024), a cura di Denis Curti, alle Stanze della fotografia di Venezia. Ci saranno le sue icone celebri, la madre di Jenin, la bambina in fuga di Tiro, i soccorritori di Beirut… Ma anche il suo lavoro sui temi planetari, come la crisi delle risorse, e alcuni esperimenti di cui è giusto lasciare la sorpresa. È l’itinerario di un testimone oculare, nel momento in cui il mondo dei media sembra volerne fare a meno, in cui l’idea stessa di testimonianza sembra diventare superflua. Incontro Pellegrin mentre torna dall’Ucraina. È difficile intervistarlo se non quando torna, o quando sta per ripartire.

Paolo Pellegrin

 

Quante volte sei stato in Ucraina in questo anno e mezzo di guerra?

«Questa dev’essere la quinta».

Negli ultimi anni hai lavorato su temi di lunga durata, l’ambiente, il paesaggio. La storia breve ti ha riconvocato?

«Breve, dici? Non sappiamo quanto durerà questa guerra purtroppo. E poi la distinzione tra storia breve e storia lunga non mi convince. Sai cosa disse Chou En-lai quando gli chiesero un giudizio sulla Rivoluzione francese? “È ancora troppo recente”...».

Diciamo allora che l’orizzonte degli eventi continua a catturarti…

«Da anni questo titolo sta in un angolo dei miei pensieri e finalmente ho potuto usarlo. Contiene solo due parole ma sono le parole chiave attorno a cui gira tutta la mia esperienza. Orizzonte, perché ho sempre cercato di guardare l’insieme, ho sempre incluso un orizzonte, magari in diagonale… Eventi, perché alla storia non si sfugge. Gli eventi sono cose dure, che non puoi negare».

 Madre di un bambino ucciso a Jenin. West Bank, Territori Palestinesi Occupati 2002 © Paolo Pellegrin / Magmum Photos

 

Però è una definizione astronomica, riguarda i buchi neri.

«Me la suggerì il mio primo grande mentore fotografico, Enzo Ragazzini, ben prima che diventasse una definizione popolare. Mi fa pensare a uno spazio dove la luce non passa più, le radiazioni luminose non escono, uno spazio che ha una sua sacralità, qualcosa che incontro spesso nel mio lavoro: il senso di entrare in un luogo dove accadono cose più grandi di me».

Ma è anche il bordo oltre il quale gli eventi vengono inghiottiti e non si vedono più, giusto?

«Appunto, c’è l’altra faccia della storia, il pericolo che tutto finisca in un imbuto dove quel che accade non dice più nulla a nessuno».

Siamo su quel bordo?

«Ho questo timore, quando vedo affermarsi l’idea che i fatti siano tutti confutabili, che non esista più non dico una verità, che è sempre relativa, ma neppure una realtà, che invece è lì e solida come una roccia».

Le menzogne, nel mondo dell’informazione, ci sono sempre state, cosa c’è di nuovo?

«Sì, ma un conto è mentire per far credere vero qualcosa che non lo è, un conto è suggerire l’idea che tutto sia falso, che non valga più la pena di chiedersi che cosa sia reale. Io credo sia in atto una strategia sofisticatissima per togliere peso alle cose che contano davvero: la vita e la morte dell’altro. Se tutto è discutibile, tutto diventa possibile, anche il peggio».

Questo che impatto ha sul lavoro del testimone oculare?

«Devastante. Tu vai, vedi, registri, riporti, racconti, e qualcuno ti dice be’, sono solo opinioni. La testimonianza diventa solo una delle possibili narrazioni, neanche la più credibile. Sto maturando una idiosincrasia verso certi atteggiamenti…».

Quali?

«Quelli di chi giudica a distanza, senza la controprova del reale. Credimi, quando sei sul fronte dell’evento, sotto un cielo da cui cadono ogni giorno da venti a quarantamila colpi di artiglieria, gli opinionisti a distanza cominciano ad apparirti insopportabili».

Rifugiati attraversano a piedi il confine per raggiungere Medyka © Paolo Pellegrin / Magnum Photos 

 

Le fotografie sono state per due secoli l’antidoto allo scetticismo: era come dire ecco, lo vedi, non puoi negare che sia così. Ora sembra ribaltarsi tutto: se una immagine esprime bene quello che penso, cosa importa se è autentica o no?

«Io vengo da una storia, quella del fotogiornalismo classico, anglosassone, dove è la realtà che mette alla prova le tue opinioni e non viceversa. Non si può fare troppa teoria o troppa poesia nel mio lavoro».

Le fotografie della tua carriera portano un fortissimo segno della tua personalità…

«Il mito dell’oggettività dell’immagine è crollato da parecchio, nessuno si illude o vuole illudere di riportare la realtà così com’è. Ma in quella tradizione che dicevo hai un patto col lettore e lo devi rispettare. Io sono un occhio delegato, vado lì a vedere per te, e trovo un modo, uno strumento, un linguaggio, anche uno stile se vuoi, per comunicarti quello che ho visto, e magari anche come l’ho visto. In questo patto c’è posto per l’interpretazione, ma non per la manipolazione ideologica, per la disonestà tendenziosa. Sarebbe immorale. Quando sei in un contesto così, stai raccontando i destini delle persone. Puoi sbagliare, ma non puoi barare».

Tutto questo si chiama ancora fotogiornalismo?

«Un’altra cosa che sopporto sempre meno sono le definizioni gabbia, le definizioni maschera che incasellano. Io, dicevo, mi riconosco in una tradizione di fotogiornalismo classico, quello in cui devi andare e vedere. Ma ormai preferisco mettere un punto e non un trattino dopo la parola fotografo».

Un uomo arrestato per aggressione nei confronti del padre. Rochester, Stati Uniti  © Paolo Pellegrin / Magnum Photos 

 

Allora, cosa definisce il tuo lavoro oggi?

«Una cosa molto fisica, credo. Essere lì col corpo. La necessità di affermare con il fatto indiscutibile della tua presenza materiale che le cose accadono ancora, nel mondo reale e non solo nella mente, o nei processi degli algoritmi».

Ma ora anche Amnesty International per denunciare la repressione in Colombia sceglie di utilizzare un’immagine prodotta dall’intelligenza artificiale…

«È quel che sto dicendo: se cominciamo a sostituire alla realtà il nostro pensiero della realtà, vuol dire che abbiamo smesso di cercare tracce della realtà. Su cosa baseranno il loro giudizio gli storici del futuro? Sulle nostre immaginazioni? In Ucraina sta accadendo qualcosa di macroscopico, paragonabile solo alla seconda guerra mondiale. Come è possibile non documentarlo?».

Ma l’intelligenza artificiale sa produrre immagini molto ricche di dati, informazioni, dettagli…

«Va bene, l’intelligenza artificiale ne sa più di me. Ma le manca una cosa: il mistero. Non sto parlando di cose mistiche o religiose. Dico quella cosa straordinaria che è essere lì, dove le cose avvengono, sapendo che non le capisci fino in fondo, ma che proprio per questo devi aguzzare la vista.

Se trascuriamo quella parte, lo strumento sarà anche intelligente ma affonderà le radici sempre e solo in quello che già sa, non scoprirà più nulla. Bisogna affrontare l’inspiegabilità del mondo, prima che sia troppo tardi».

Lo hai chiamato “senso di ultimità”.

«Ci sono momenti che non possono andare persi. Un mondo che faccia a meno delle immagini del reale mi fa paura».

Stai per compiere sessant’anni. Cosa provi riguardando la scia di immagini che hai lasciato dietro di te finora?

«Penso che mentre cercavo di lasciare tracce della storia in corso, accumulavo anche un’analisi della mia psiche. In questa mostra c’è il mondo che ho fotografato ma ci sono anche io. C’è un corpo e c’è un pensiero che sono stati lì, perché qualcuno doveva esserci».

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