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Si fa presto a dire totalitarismo

Hannah Arendt

 

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Una parola che aveva trovato una potente sistemazione nel libro di Hannah Arendt. Associata indifferentemente a nazismo e comunismo. Ma è difficile omologare fenomeni storici così differenti
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Le parole non sono tutte uguali. Alcune scivolano sulle cose, limitandosi a descriverle. Altre penetrano nella realtà, spostando gli equilibri a favore degli uni o degli altri. Creano nuove egemonie, o la loro illusione. Perciò sono contese, diventano terreno di una battaglia ideale che è sempre anche politica.

La prima di queste parole, su cui puntare l’attenzione, è il termine-concetto di “totalitarismo”. Non a caso è stato frequentemente evocato dalla destra italiana di governo come schermo protettivo rispetto alla richiesta di tagliare i ponti con il fascismo: non con il fascismo in quanto tale, si è risposto da parte dei suoi esponenti, ma con tutti i totalitarismi. Dando così per scontato il significato di una categoria tutt’altro che neutrale, anzi da sempre contesa da forze politiche rivali.

Coniata dagli antifascisti italiani nei primi anni Venti contro il fascismo, era stata poi appropriata da questo — da Mussolini e da Gentile — e rovesciata in senso positivo contro i lo…

Le parole non sono tutte uguali. Alcune scivolano sulle cose, limitandosi a descriverle. Altre penetrano nella realtà, spostando gli equilibri a favore degli uni o degli altri. Creano nuove egemonie, o la loro illusione. Perciò sono contese, diventano terreno di una battaglia ideale che è sempre anche politica.

La prima di queste parole, su cui puntare l’attenzione, è il termine-concetto di “totalitarismo”. Non a caso è stato frequentemente evocato dalla destra italiana di governo come schermo protettivo rispetto alla richiesta di tagliare i ponti con il fascismo: non con il fascismo in quanto tale, si è risposto da parte dei suoi esponenti, ma con tutti i totalitarismi. Dando così per scontato il significato di una categoria tutt’altro che neutrale, anzi da sempre contesa da forze politiche rivali.

Coniata dagli antifascisti italiani nei primi anni Venti contro il fascismo, era stata poi appropriata da questo — da Mussolini e da Gentile — e rovesciata in senso positivo contro i loro avversari. Ripresa negli anni Trenta e Quaranta in Francia, in funzione anti-stalinista, e in Germania in chiave antinazista, aveva trovato, nel 1951, una potente sistemazione nel libro di Hannah Arendt sulle Origini del totalitarismo in un’analisi comparata di nazismo e stalinismo (Einaudi, con un saggio di Simona Forti).

Tradotta in lessico politologico da Carl Friedrich, Zbigniew Brzeziński e Raymond Aron, nel periodo della guerra fredda ha svolto una funzione strumentale in chiave anticomunista, attirandosi critiche non ingiustificate. Arretrata da autori come Jacob Talmon e François Furet alle origini della rivoluzione francese, o addirittura al platonismo da Karl Popper, ha finito per perdere ogni pregnanza storica e semantica, diventando un modo, per chi l’adoperi, di sfuggire a una chiara presa di posizione politico-culturale.

I problemi che ha suscitato nel dibattito più recente sono essenzialmente due — il rapporto col fascismo e la connessione tra nazismo e comunismo. Quanto al primo punto, ancora nel suo ultimo libro, Totalitarismo 100. Ritorno alla storia (Salerno 2023), Emilio Gentile ha chiarito in maniera definitiva come stanno le cose. Se per totalitarismo s’intende un sistema, in una società di massa, che fa uso sistematico della violenza e del terrore, monopolizzando i mezzi di comunicazione, il fascismo ne ha costituito il prototipo in Europa.

Contro i tentativi di ridurlo a una forma di bonario autoritarismo, va detto che esso è entrato in profondità nella società, nella cultura, nelle istituzioni italiane, corrompendole. È vero che, sul piano storico, nonostante le guerre coloniali di sterminio, si è macchiato di crimini quantitativamente assai minori rispetto al genocidio nazista. Ma sul piano paradigmatico non ha fatto che anticiparlo. Anche se non sono la stessa cosa, senza fascismo non vi sarebbe stato nazismo.

Ma proprio sul piano paradigmatico — cioè nella sua essenza “filosofica” — il nazifascismo è difficilmente comparabile con il comunismo. Non per numero delle vittime — quelle dello stalinismo sono state anzi maggiori di quelle del nazismo. Ma per la radicale differenza dei loro linguaggi concettuali. Qui la categoria di totalitarismo evidenzia i suoi deficit più vistosi. Non per nulla il libro della Arendt, ottimo nella ricostruzione del nazismo, è fragile nell’analisi comparata con il comunismo. E, a loro volta, i libri sul totalitarismo di Aron, Talmon e Furet, puntati sul comunismo, non parlano di nazismo.

Difficile omologare fenomeni storici così differenti. Certo, collegamenti trasversali non mancano — violenza diffusa, terrore generalizzato, primato del partito sullo Stato (a differenza del fascismo). Ma in un quadro ideologico nettamente diverso.

Mentre il comunismo scaturisce dal ventre della modernità — dalla filosofia della storia hegelo-marxiana — per il nazismo è diverso. Non nasce dall’estremizzazione, ma dalla decomposizione, della cultura moderna. Non perché non ne contenga schegge, frammenti, come ha dimostrato George L. Mosse, ma perché li traduce in un linguaggio del tutto eterogeneo al lessico precedente. Il comunismo “realizza” in forme parossistiche una tradizione filosofica moderna — quelle dell’eguaglianza assoluta. Il nazismo rompe con essa in nome dell’assoluta differenza.

E ancora: il comunismo ha come trascendentale la storia, come soggetto la classe, come lessico l’economia. Il nazismo come trascendentale la vita rovesciata in morte, come soggetto la razza, come lessico la biologia. Entrambi perseguono una folle visione scientifica, ma i comunisti la identificavano in una filosofia predeterminata della storia, i nazisti in una sovrapposizione tra razze umane e animali.

Il gerarca Rudolf Hess spiegava che «il nazismo non è altro che biologia applicata». Hitler era chiamato «il grande medico tedesco», perché affondava il bisturi nel corpo di quel popolo per espellere il tumore che lo devastava, identificato con l’ebraismo. Come ha scritto Emmanuel Levinas nel 1934 in Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, l’essenza del nazismo, diversa da ogni altra ideologia, sta nell’incatenamento dello spirito al corpo: «Il biologico, più che oggetto della vita spirituale, ne diventa il cuore».

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