Il sociologo Richard Sennett: “L’architettura dev’essere etica non estetica”
di Lara CrinòTraffic on roads through town ©Oivind Hovland / Ikon Images
Consulente delle Nazioni Unite e professore emerito della London School of Ecomics, l’americano Richard Sennett, 80 anni compiuti, da decenni studia il rapporto tra singolo, collettività e ambiente urbano; tra i suoi molti titoli editi anche in Italia da Feltrinelli L’uomo flessibile e Costruire e abitare. Etica per la città. Un esempio di “pensiero trasversale” che riflette su ambiti diversi, tra sociologia e urbanistica, nello spirito multidisciplinare che anima anche la Biennale Architettura curata da Lesley Lokko fino al 26 novembre. Proprio Sennett è protagonista, con, tra gli altri, Mariana Mazzucato e Ricky Burdett, di Progettare ed educare: imparare a disimparare, una delle tavole rotonde della Biennale.
Richard Sennett
Che cosa deve “imparare a disimparare” la nuova generazione di urbanisti e architetti?
«Penso che la professione sia divenuta molto disfunzionale, perché ancora m…
Consulente delle Nazioni Unite e professore emerito della London School of Ecomics, l’americano Richard Sennett, 80 anni compiuti, da decenni studia il rapporto tra singolo, collettività e ambiente urbano; tra i suoi molti titoli editi anche in Italia da Feltrinelli L’uomo flessibile e Costruire e abitare. Etica per la città. Un esempio di “pensiero trasversale” che riflette su ambiti diversi, tra sociologia e urbanistica, nello spirito multidisciplinare che anima anche la Biennale Architettura curata da Lesley Lokko fino al 26 novembre. Proprio Sennett è protagonista, con, tra gli altri, Mariana Mazzucato e Ricky Burdett, di Progettare ed educare: imparare a disimparare, una delle tavole rotonde della Biennale.
Richard Sennett
Che cosa deve “imparare a disimparare” la nuova generazione di urbanisti e architetti?
«Penso che la professione sia divenuta molto disfunzionale, perché ancora modellata sull’idea ottocentesca del genio: uno spirito che taglia fuori la cooperazione, in primo luogo con la comunità. Ne risultano città standardizzate, noiose, che non soddisfano i bisogni di chi le abita. Insegno da 50 anni e quello che vedo è che la maggior parte dei miei studenti non aggiungono valore alla società attraverso ciò che fanno. La tipica carriera implica un lavoro senza riflessione in un ambiente molto competitivo. Chi si occupa di urbanistica dovrebbe invece pensare più come un dottore che come un imprenditore».
L’urbanista e l’architetto dovrebbero pensare come un dottore. Che cosa intende?
«Serve un atteggiamento mentale diverso. Gli studenti devono sapere di più di giurisprudenza, di economia, di sociologia. L’aspetto tecnico si può approfondire lavorando, ma l’aspetto etico va interiorizzato negli anni dello studio. Nessuna azienda chiederà all’architetto e all’urbanista se il suo progetto è “giusto”, ma lui dovrebbe chiederselo. Gli esteti, coloro che pensano che l’architettura sia arte, sono corrompibili dal business, perché farebbero di tutto affinché ciò che hanno concepito veda la luce. Che la Biennale, che è sempre stata percorsa dall’anelito verso l’edificio meraviglioso e perfetto, ospiti una discussione come questa significa che c’è coscienza della crisi».
Quali sono le sfide che le città sono inadatte ad affrontare se non si cambia rotta?
«La più grande è il cambiamento climatico. Ciò che abbiamo visto in questi mesi, le ondate di calore estive, sono solo uno dei fattori complessi che renderanno le città sempre più difficili da abitare. Il mutamento del clima trasformerà il modo in cui le persone lavorano, cambierà il turismo e creerà un flusso sempre maggiore di migranti climatici dall’Africa verso l’Europa, flusso che l’Europa è politicamente impreparata a gestire. Per questo motivo, a mio parere, questo è il grande tema di cui l’urbanistica deve occuparsi».
Il cambiamento climatico sembra tuttavia estremamente difficile da contrastare. Lei che è consulente delle Nazioni Unite che idea si è fatto delle strategie già a disposizione di chi progetta e amministra le città?
«Alcune sono ormai ripetute fino a diventare banali ma restano vere, come piantare alberi. Poi ci sono le lezioni del passato. Città come Firenze o Venezia non furono concepite da un uomo solo, ma come risultato di un’intelligenza collettiva. In generale, le città europee sono sfuggite alla logica statunitense, diffusasi anche negli altri continenti, di demolire e ricostruire. Da voi si aggiunge più che distruggere, e i vecchi edifici sono spesso meglio costruiti e più flessibili delle scatole di vetro con aria condizionata che minacciano di sostituirli. Sappiamo che è più costoso sul breve termine ma ecologicamente sensato sul lungo periodo riadattare ciò che piuttosto che costruire ex novo».
A proposito di intelligenza collettiva: in che modo tecnologie e social network la influenzano?
«Non ho mai creduto alle sirene del neoliberismo; la verità è che le nuove tecnologie vengono usate per isolare e controllare, e la pandemia l’ha reso più evidente. In uno spazio comune c’è un’intera gamma di forme di comunicazione non verbale che mettiamo in atto; online siamo dei terminali. Ormai siamo così assuefatti all’isolamento che anche quando ci troviamo nello stesso luogo, ad esempio per lavoro, restiamo in modalità di non comunicazione; il mio team alla LSEconomics studia questa dinamica fin dagli anni Novanta. E questo è il mondo predetto da Foucault: il silenzio come forma di repressione. Contro questo dobbiamo combattere».