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Viaggio in India, dove le monache di Buddha salvano la natura

La lezione di yoga mattuttina nel monastero di di Zanskar, in Ladakh

 

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Nel convento millenario della remota valle di Zanskar, in Ladakh, le monache che adottano i precetti del maestro insegnano a riciclare la plastica e a rispettare il pianeta. Rivolgendosi alle generazioni future
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Zangla (Ladakh, India). Quando arrivo, il sole sta spuntando dietro montagne che toccano i seimila metri. Quaggiù siamo a tremila metri sul livello del mare nella remota valle di Zanskar, isolata dal mondo per sei mesi d’inverno quando i passi innevati non consentono più il transito ai veicoli. Nei prossimi anni l’autostrada, grazie a tunnel e nuove infrastrutture, arriverà anche qui, portando con sé turismo, soldi e inquinamento.

Una monachella esile e alta, incrociata sulla strada che porta all’agglomerato di case, mi conduce attraverso orti e semplici giardini dove incontro la carismatica badessa Stanzin Tsepel. Assieme a lei trovo un’entusiasta insegnante di Delhi, Devina, che si prepara alle lezioni. Beviamo un tè a base dell’orzo coltivato nei campi verdissimi che scorgo oltre la piccola finestra dell’aula dove ci accoccoliamo su materassini a terra.

In questo convento buddista vivono 17 monache che non hanno ancora preso i voti. La più piccina ha quattro anni, la più grande …

Zangla (Ladakh, India). Quando arrivo, il sole sta spuntando dietro montagne che toccano i seimila metri. Quaggiù siamo a tremila metri sul livello del mare nella remota valle di Zanskar, isolata dal mondo per sei mesi d’inverno quando i passi innevati non consentono più il transito ai veicoli. Nei prossimi anni l’autostrada, grazie a tunnel e nuove infrastrutture, arriverà anche qui, portando con sé turismo, soldi e inquinamento.

Una monachella esile e alta, incrociata sulla strada che porta all’agglomerato di case, mi conduce attraverso orti e semplici giardini dove incontro la carismatica badessa Stanzin Tsepel. Assieme a lei trovo un’entusiasta insegnante di Delhi, Devina, che si prepara alle lezioni. Beviamo un tè a base dell’orzo coltivato nei campi verdissimi che scorgo oltre la piccola finestra dell’aula dove ci accoccoliamo su materassini a terra.

In questo convento buddista vivono 17 monache che non hanno ancora preso i voti. La più piccina ha quattro anni, la più grande 30. Ad accudirle e crescerle ci sono 11 suore buddiste, la più anziana delle quali ha 92 anni. Il tempio attorno al quale è sorto esiste da mille anni. Tre secoli fa, un santo buddista, meditando in una caverna di questa montagna, decise che qui andava fondato il convento per il bene della popolazione di Zangla.

Le monache del monastero della valle di Zanskar, in Ladakh, con i tappetini per lo yoga

 

Le monache del monastero della valle di Zanskar, in Ladakh, con i tappetini per lo yoga

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Di recente qui vicino è stata scoperta una fonte d’acqua naturale che pare abbia proprietà medicinali curative contro i dolori reumatici. Gli impacchi di fango della sorgente di Chumik curano mal di schiena, dolori all’anca e alle ginocchia. Ma negli ultimi anni, con l’aumento dei pellegrinaggi, la sacra fonte è sempre più insozzata da mozziconi, bottiglie di birra in vetro e bottigliette di plastica. E, dicono le monache, la fonte sta iniziando a diminuire le sue capacità curative.

Tra poco, alle 7, le monachelle vestite di rosso inizieranno la loro mezz’ora di yoga, seguita da un’ora di studio di filosofia buddista, le preghiere nella sala di meditazione e la colazione seguita dalla ricreazione. Poi lezioni fino a pranzo. Altre due ore quasi di scuola, una tazza di tè e alle 18 c’è il dibattito filosofico basato su quanto appreso al mattino. Poi cena e ci si svaga un po’. Prima delle 22, tutte a letto.

La badessa del convento Stanzin Tsepel

 

La badessa del convento Stanzin Tsepel

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Si sopravvive grazie ai contributi raccolti da una suora buddista americana tramite la Jamyang Foundation. Da sei anni s’è aggiunto il sostegno anche del ministero della Cultura indiano, da quando le monache hanno iniziato un’attività ambientalista, praticando e insegnando come riciclare la plastica e spiegare agli abitanti della valle il problema della scarsità idrica. Nonostante qui siano circondati dall’acqua – in alto il ghiacciaio e nel fondovalle il fiume – non c’è ancora un sistema che trattenga il flusso per l’irrigazione e, paradossalmente, si soffre di siccità. «Insegniamo alle novizie ad osservare i cambiamenti attorno a noi», spiega la badessa Tsepel.

«Noi anziane abbiamo visto un mondo diverso, senza plastica, senza cibi inscatolati né gli orribili piatti di polistirolo. Nella valle ci portavamo appresso il nostro piatto e la tazza con il cibo nella bisaccia. Bisogna tornare a quello. Non c’è nulla di cui vergognarsi nell’essere rispettosi della natura, portandosi il proprio piatto e lavandolo. Nella camminata fino al villaggio abbiamo iniziato a veder arrivare la plastica. Pacchetti di pasta istantanea, cartoni del latte, cartacce sporche». Interviene Devina, che ha applicato un metodo scientifico all’educazione delle novizie: «Le bambine se ne sono accorte, di questa sporcizia crescente. Abbiamo deciso di quantificare il fenomeno. Da dove arriva, dove va, chi la produce e come possiamo ridurla? Abbiamo iniziato il compost, e continuato la toilette a secco che è il modo migliore di gestire gli escrementi umani. Le alunne mi portano ogni piccolo pezzo di rifiuto chiedendo: possiamo riutilizzarlo? Cosa possiamo farci con questo? Hanno iniziato a vedere ogni bottiglia di plastica vuota non come spazzatura ma come una risorsa». Lungo il giardino, un muretto di cemento e bottiglie vuote illustra come si riutilizzano i rifiuti come arte ornamentale.

Ragionando sul fenomeno dell’inquinamento e del riscaldamento globale che riduce i ghiacciai a vista d’occhio sono sfociate le emozioni, che nutrono l’eco-ansia. «È giusto evocare i sentimenti», spiega Devina, «ma non per compiangersi, per stimolare una reazione propositiva». Le novizie hanno composto un canto poetico alla natura: «Le montagne sono felici o non lo sono? La natura è la nostra bellezza, la natura è la nostra vita. Il Ladakh non sopravviverà se non ci impegneremo». Mentre cantano, le bimbe piangono assieme alle montagne.

«Il Buddha ha sempre predicato il benessere dell’intera esistenza, non solo degli umani», spiega la badessa Tsepel, «quando preghiamo, lo facciamo per il mondo intero, non per una parte di esso. Il Buddha insegna che non bisogna far male a nessun essere senziente, che sia un insetto, una farfalla o un albero. Fare del male a qualsiasi essere è un peccato. Nello specifico, il Buddha ha sempre detto di pregare la natura. Ed è la dimostrazione che per lui l’ambiente è sempre stato la priorità spirituale».

L’Abhidharma, dice la badessa, testo sacro che miscela filosofia, psicologia ed etica buddista in diversi sutra per indagare la realtà non convenzionale del mondo fenomenico, spiega la genesi del mondo nel terzo verso. «La natura e l’ambiente sostengono la vita umana. Se ci mettiamo contro la natura, la natura si metterà contro di noi. Siamo interconnessi. Se non ci occupiamo di lei, si metterà contro di noi», dice Tsepel. «Il Bodhicaryāvatāra, testo che guida ad aiutare gli esseri umani al risveglio buddista, spiega quest’interdipendenza e come dobbiamo andare mano nella mano con la natura o potrebbe arrivare il finimondo».

Ma lei, personalmente, cosa ne pensa di quello che ci attende nei prossimi anni? Come vede il futuro collettivo la badessa di un convento buddista in uno dei luoghi più alti al mondo che sta per essere raggiunto anch’esso dallo sviluppo e quindi dal degrado ambientale? «Le nuove strade in pochi anni porteranno uno sviluppo inevitabile: grandi alberghi quindi più traffico, più affari, più soldi. Che ci guadagneremo? Macchinoni. Case più grandi, più stanze, più letti, più salotti? A me basta un tappeto, per dormire. A cosa servono tutte queste strade se non c’è abbastanza acqua per tutti? Non è facile convincere gli altri. Sono ciechi che corrono dietro al denaro. Si stanno identificando con gli oggetti. Vedono l’immediato, non il futuro. Pensano di creare una vita di maggiori comfort per le prossime generazioni, hanno buone intenzioni. Sono miopi. Non sanno cosa stanno facendo. Manca la gratitudine verso l’ambiente. L’affitto che devo pagare per vivere in questo mondo è il rispetto per la natura». E questo microcosmo himalayano raffigura, in nuce, come va il resto del mondo.

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