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Perchè è importante spiegare ai ragazzi la rivoluzione di Franco Basaglia

L’apertura dell’archivio a Venezia può diventare un’occasione di conoscenza di un fenomeno che riguarda tutti
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Quando, la scorsa primavera, in alcuni istituti scolastici ci sono state occupazioni per chiedere maggiore attenzione alla salute mentale dei ragazzi e delle ragazze qualcuno ha scosso la testa commentando: ai miei tempi si manifestava per cose più serie. Questa circostanza mi torna alla mente oggi, mentre leggo che oggi, 6 settembre, apre nella nuova sede di Venezia l’archivio di Franco Basaglia e Franca Ongaro, sua moglie e compagna di lotte e di lavoro per tutta la vita.

Mi torna alla mente perché penso che senza dubbio, là dentro, si troveranno le "prove" del fatto che anche negli anni più caldi dei movimenti, il tema della salute mentale è stato considerato un tema politico, cruciale per la democrazia, serio, anzi serissimo, ma in troppi, oggi, sembrano essersene dimenticati. Dopo la pandemia, con una impennata di casi psichiatrici che coinvolgono i più giovani, quello della salute mentale è, invece, un tema che coinvolge tutti. Per questo ripassare vita e opere di Basaglia può e…

Quando, la scorsa primavera, in alcuni istituti scolastici ci sono state occupazioni per chiedere maggiore attenzione alla salute mentale dei ragazzi e delle ragazze qualcuno ha scosso la testa commentando: ai miei tempi si manifestava per cose più serie. Questa circostanza mi torna alla mente oggi, mentre leggo che oggi, 6 settembre, apre nella nuova sede di Venezia l’archivio di Franco Basaglia e Franca Ongaro, sua moglie e compagna di lotte e di lavoro per tutta la vita.

Mi torna alla mente perché penso che senza dubbio, là dentro, si troveranno le "prove" del fatto che anche negli anni più caldi dei movimenti, il tema della salute mentale è stato considerato un tema politico, cruciale per la democrazia, serio, anzi serissimo, ma in troppi, oggi, sembrano essersene dimenticati. Dopo la pandemia, con una impennata di casi psichiatrici che coinvolgono i più giovani, quello della salute mentale è, invece, un tema che coinvolge tutti. Per questo ripassare vita e opere di Basaglia può essere utile, anzi forse dovrebbe essere obbligatorio e l’apertura di questo archivio, preludio alle celebrazioni del centenario (marzo 2024) è una buona occasione per farlo.

Quando Basaglia é diventato psichiatra, nell’immediato dopoguerra, la malattia mentale era trattata in due modi: i manicomi, per i poveri, le cliniche private, per i ricchi. In manicomio Basaglia incontra ogni tipo di scarto della società, e una sofferenza che solo in parte riconduce a questioni esclusivamente mediche. Ancora non sono stati inventati gli psicofarmaci e l’unico modo per “tenere buoni” i pazienti è la contenzione, l'elettroshock, la reclusione, la violenza. Basaglia pensa che nessuna cura sia possibile nel manicomio. In un’intervista rilasciata alla Rai, molti anni dopo, Franca Ongaro ricorda la storia di Margherita una ragazza rinchiusa in un letto a gabbia nell’ospedale psichiatrico di Gorizia.

I casi come il suo sono migliaia e riguardano tutte le città d’Italia. Franco Basaglia e Franca Ongaro non sono soli a pensare che tutto vada riformato: con loro ci sono Antonio Slavich, Lucio Schittar, Agostino Pirella, Domenico Casagrande, Leopoldo Tes, Giorgio Antonucci, Maria Pia Bombonato, Giovanni Jervis e sua moglie Letizia Comba Jervis. Questa equipe di medici, insieme ad amministratori provinciali coraggiosi, come Mario Tommasini a Parma, porteranno alla legge che chiuderà i manicomi nel 1978, la legge 180.

Una rivoluzione unica al mondo resa possibile dalla mobilitazione della società, delle scuole, dall’occupazione degli ospedali psichiatrici, dall’intervento di registi e giornalisti. Uno per tutti: Sergio Zavoli che con il suo I giardini di Abele andato in onda nel gennaio del 1969, porterà dentro le case di venti milioni di italiani la storia dei “matti” di Gorizia. Ma oltre a fornire materiali per ricostruire la genesi della riforma psichiatrica, e con essa di un nuovo modo di pensare alla relazione fra malattia e società, l’apertura dell’archivio Basaglia potrebbe servire anche a capire che cosa è andato storto dopo il 1978. Perché, a soli due anni dalla riforma, alcuni medici potevano lamentare in interviste televisive (che costituiranno una parte importante del fondo archivistico) che la riforma non era mai stata applicata, che la maggior parte dei fondi era stata affidata alle cliniche private.

Tornare a parlare di Basaglia oggi significa tornare a parlare di come da privilegio per pochi, in due decenni, il diritto alla salute in Italia è diventato un diritto di tutti. Non dimentichiamo che l’anno della legge 180 è anche l’anno in cui prende forma, con trent’anni di ritardo, il servizio sanitario nazionale. Un servizio previsto dalla Costituzione che parla espressamente di diritto alla salute e non solo alla cura. «Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Diritto alla salute significa pensare che l’acqua non deve essere inquinata, le fabbriche non devono versare i loro rifiuti tossici nella terra o nei fiumi, che i pesticidi devono essere usati in modo regolamentato, battaglie degli anni Ottanta di cui ancora oggi beneficiamo. Diritto alla salute significa, nei nostri giorni, educare i ragazzi a un rapporto equilibrato con i farmaci prescritti, problema drammatico negli Usa qui evitato soltanto grazie a una diversa cultura di medici e pazienti. 

In numerose interviste rilasciate dopo il 1978, Franco Basaglia ci ha tenuto moltissimo a sottolineare come la sua fosse una prospettiva di lavoro e di ricerca tutta interna al sistema sanitario pubblico. Una prospettiva di presa in carico da parte di tutti della dimensione sociale, collettiva della cura. Che oggi significa non girarsi dall'altra parte di fronte alla ragazzina che si taglia o smette di mangiare e all’adulto affetto da gravi forme di psicosi. Salute e malattia mentale riguardano le nostre vite, i nostri affetti, con una incidenza di cui non possiamo non tenere conto. Che l'apertura dell'archivio veneziano possa essere un'occasione per tornare a parlarne. Non solo fra addetti ai lavori.


 

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