Deepti Kapoor: “Cocaina, lusso sfrenato e violenza. Benvenuti nella nuova India”
dalla nostra inviata Raffaella De SantisMentre a Delhi si tiene il G20, arriva a Mantova Deepti Kapoor, autrice di un crime mozzafiato, L’età del male (Einaudi Stile libero) che racconta la saga di una famiglia mafiosa, i Wadia e quello che ruota intorno ai suoi affari criminali. Il romanzo è stato paragonato al Padrino: cocaina, lusso, violenza, sesso, eccessi di ogni tipo e una Delhi infernale dove i ricchissimi la fanno da padroni e i poveri vivono ammassati negli slums. Kapoor, 43 anni, ha un passato da giornalista a Delhi per l’Indian Express e la rivista The week, sorride al paragone ma preferisce citare la serie Succession: «La mia non è solo la storia di un clan mafioso ma uno spaccato sociale che lega malavita e politica». Incontriamo Kapoor qualche ora prima dell’evento con Carlo Lucarelli in piazza Sordello. I diritti di questo romanzone pieno di suspense e di sorprese sono stati venduti alla Disney e un team di sceneggiatori sta già lavorando per farne una serie tv. Kapoor, che ora vive tra Lisbona e Villar Pero…
Mentre a Delhi si tiene il G20, arriva a Mantova Deepti Kapoor, autrice di un crime mozzafiato, L’età del male (Einaudi Stile libero) che racconta la saga di una famiglia mafiosa, i Wadia e quello che ruota intorno ai suoi affari criminali. Il romanzo è stato paragonato al Padrino: cocaina, lusso, violenza, sesso, eccessi di ogni tipo e una Delhi infernale dove i ricchissimi la fanno da padroni e i poveri vivono ammassati negli slums. Kapoor, 43 anni, ha un passato da giornalista a Delhi per l’Indian Express e la rivista The week, sorride al paragone ma preferisce citare la serie Succession: «La mia non è solo la storia di un clan mafioso ma uno spaccato sociale che lega malavita e politica». Incontriamo Kapoor qualche ora prima dell’evento con Carlo Lucarelli in piazza Sordello. I diritti di questo romanzone pieno di suspense e di sorprese sono stati venduti alla Disney e un team di sceneggiatori sta già lavorando per farne una serie tv. Kapoor, che ora vive tra Lisbona e Villar Perosa in Piemonte, sta scrivendo il secondo volume della trilogia e ci dice che conta di finirlo entro la fine dell’anno.
Perché ha scelto di raccontare un’altra India, lontana da quella esotica, mistica e confortante che piaceva agli hippy e ai turisti?
«Il mio Paese è molto cambiato dagli anni Settanta. La saga mafiosa della famiglia Wadia è basata su fatti veri. Ho avuto modo di vedere con i miei occhi le cose di cui narro. Sono entrata in quelle ville lussuosissime, ho partecipato alle feste di questi nuovi ricchi che innaffiano le loro serate con fiumi di champagne, affittano interi alberghi per una serata o fanno arrivare carne di manzo dal Giappone».
Uno sfogo del quale lei restituisce con vivacità gli aspetti più kitsch. Come spiega questa esigenza di ostentare ricchezza?
«Gli ambiziosissimi arricchiti guardano all’Occidente con un misto di orgoglio identitario e senso di inferiorità. Tutto è esploso alla fine degli anni Novanta quando si è passati al nuovo modello economico neoliberista. È stato un momento d’oro per gli affari ma la corruzione ha iniziato allora a diventare endemica. Un po’ come è successo in Russia dopo il crollo del comunismo, quando ha preso piede la mafia dei gangster. In quegli anni tutte le grandi aziende internazionali venivano in India e la nostra economia puntava sulla finanza. Circolava, ma solo per pochi, un enorme fiume di denaro. I ricchi vivevano in stile Gatsby: sballo, feste e decadenza».
Quando ha deciso che poteva diventare materia per un romanzo?
«L’episodio scatenante è stato lo stupro di una ragazza su un autobus al centro di Delhi. Jyoti Singh aveva 23 anni, è stata violentata da un branco di sei uomini, era il 2012. Dopo la sua morte la gente ha invaso le strade protestando. Quell’autobus, tra l’altro, era di una compagnia privata e non avrebbe potuto circolare nel cuore della città. Da giornalista ho iniziato a incuriosirmi a prendere coscienza delle enormi sofferenze della maggior parte delle persone e delle diseguaglianze sociali che si nascondevano dietro alla facciata del progresso. Ai poveri in India viene chiesto solo di obbedire. Ajay, il protagonista del romanzo, pagherà cara la sua fedeltà a Sunny».
Stiamo parlando della quinta potenza mondiale, del Paese che è appena approdato sulla luna.
«Modi in occasione del G20 ha fatto ripulire le strade per nascondere la povertà. I poveri di Delhi sono stati evacuati nei villaggi intorno e gli slums sono stati nascosti dietro piante e sipari di vegetazione».
Come vede il futuro?
«Non sono così pessimista. L’India è un Paese giovane, pieno di energia e le nuove generazioni hanno risorse inaspettate. Il problema è che è guidato da vecchi che non mollano il potere. Nonostante tutto ho grande fiducia nella nostra democrazia e nei media indipendenti».
I modelli che l’hanno ispirata.
«Il regista francese Jacques Audiard, lo scrittore Roberto Bolaño e soprattutto il suo romanzo 2666, un gioco di specchi dove storie contengono altre storie, Patricia Highsmith e Dostoevskij».
La sua India ha tratti in comune con quella raccontata da Pankaj Mishra, che doveva partecipare al festival ma a causa del Covid non ha potuto.
«Ho letto L’età della rabbia, meraviglioso. Lo scontro tra l’India della minoranza ricca e la massa di diseredati non può essere più nascosto. Il 3% della popolazione ha in mano oltre il 50% della ricchezza del Paese».