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Domenico De Masi, il sociologo che pensava positivo amico di Sartre e Lula

Molisano, studiò a Parigi. Vide nello smartworking una luce nel tunnel del Covid
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Se n’è andato il sociologo che pensava positivo. Con Domenico De Masi, per gli amici Mimmo, scompare una delle punte più acuminate della sociologia mondiale. Era nato nel 1938 a Rotello, una cittadina molisana. E del sannita aveva gli occhi chiari e profondi che guardano attraverso le epoche. Proprio come il protagonista ideale del Lunario dell’orfano sannita di Giorgio Manganelli. E orfano sannita De Masi lo era letteralmente, visto che perse il padre medico quando era ragazzino. Infatti, l’Università la fece a Perugia presso il collegio dell’ONAOSI (Opera nazionale assistenza orfani sanitari italiani).

Dopo la laurea in giurisprudenza fu folgorato dalla sociologia e andò a studiarla a Parigi. Per mantenersi agli studi accettò di mettere in ordine la biblioteca di Jean-Paul Sartre, che lo ospitò a lungo nella sua casa. Il contatto con l’eminenza grigia della filosofia francese mise il turbo al suo pensiero. Ribadiva sempre la sua ammirazione sconfinata per il padre dell’esistenz…

Se n’è andato il sociologo che pensava positivo. Con Domenico De Masi, per gli amici Mimmo, scompare una delle punte più acuminate della sociologia mondiale. Era nato nel 1938 a Rotello, una cittadina molisana. E del sannita aveva gli occhi chiari e profondi che guardano attraverso le epoche. Proprio come il protagonista ideale del Lunario dell’orfano sannita di Giorgio Manganelli. E orfano sannita De Masi lo era letteralmente, visto che perse il padre medico quando era ragazzino. Infatti, l’Università la fece a Perugia presso il collegio dell’ONAOSI (Opera nazionale assistenza orfani sanitari italiani).

Dopo la laurea in giurisprudenza fu folgorato dalla sociologia e andò a studiarla a Parigi. Per mantenersi agli studi accettò di mettere in ordine la biblioteca di Jean-Paul Sartre, che lo ospitò a lungo nella sua casa. Il contatto con l’eminenza grigia della filosofia francese mise il turbo al suo pensiero. Ribadiva sempre la sua ammirazione sconfinata per il padre dell’esistenzialismo, che considerava un grande pensatore e una persona di intelligenza superiore, oltre che finissimo scrittore.

Il suo saggio dedicato a Flaubert L’idiota della famiglia - diceva Mimmo – era un capolavoro di scrittura e di interpretazione critica. Non altrettanto positivo il giudizio su Simone de Beauvoir, compagna di Sartre e papessa del femminismo francese. “Aveva un carattere impossibile. Avara e antipatica”. Nel suo giudizio non c’era nessuna misoginia, ma una difesa filiale per le angherie che a suo dire il povero Sartre era costretto a subire.

Al mestiere del sociologo si avvicinò al suo ritorno in Italia. Prima come responsabile della formazione e selezione nel gruppo IRI, poi come docente e consulente di Sociologia del lavoro presso l’IFAP, Centro per lo studio delle funzioni direttive aziendali, presieduto prima da Giuseppe Glisenti, poi da Pasquale Saraceno. E in fine come professore nelle Università di Napoli Federico II, di Sassari e alla Sapienza di Roma, dove fu anche preside della Facoltà di Scienze della comunicazione.

Aveva doti di organizzatore e pianificatore di risorse umane, che ne fecero un ricercatissimo consulente aziendale. Ma anche una immaginazione teorica fervida e indisciplinata, che amava scompigliare le carte polverose della sociologia accademica. Il suo pensiero mescolava l’insegnamento di maestri come Tocqueville, Marx, Alain Touraine, Agnes Heller, al pensiero critico della Scuola di Francoforte. E dentro il suo crogiuolo accostava queste fonti classiche alla fiamma viva del pensiero sociale latino-americano. Non a caso il Brasile fu la su seconda patria.

Per oltre un trentennio fu consigliere del governo brasiliano e cittadino onorario di Rio de Janeiro. Amicissimo del presidente Luiz Inácio Lula e di artisti in bilico fra l’arte e la politica, come Gilberto Gil, Caetano Veloso e Chico Buarque de Hollanda, nonché archistar come Oscar Niemeyer. Insieme al progettista di Brasilia ideò l’avveniristico auditorium di Ravello, negli anni in cui diede vita alla Fondazione Ravello. Da questa contaminazione vitale deriva l’effervescenza di un pensiero profondamente epicureo, che considerava la felicità il vero scopo della vita. E non il lavoro. O la ricchezza. Per questo venne identificato come il sociologo del tempo libero. Convinto assertore della necessità di uno stato presente e agente, che abbia a cuore la felicità e la redistribuzione delle opportunità. Ai suoi occhi erano l’altra metà dello sviluppo economico. Che altrimenti si riduce ad un arido calcolo bottegaio. 

Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva con il sociologo Domenico de Masi

 (ansa)

Per questo, nel clima cupo del post Covid, individuò nello smartworking una luce oltre il tunnel del lockdown. In un libro anticipatore come Smart Working. La rivoluzione del lavoro intelligente prefigurava un’idea di lavoro più produttiva, più ecologica, meno costosa e al tempo stesso meno stressante, perché restituisce al lavoratore un’autonomia creativa e organizzativa che migliora il risultato e soprattutto aumenta la sua soddisfazione. 

In realtà, a suo avviso, per uscire dalla crisi sistemica globale dovremmo fare come l’aquila. Che a quarant’anni si isola per sei mesi in attesa che le ricrescano becco, ali e artigli. E dopo la muta ricomincia una nuova vita. Mentre a suo avviso l’Occidente perso nel suo economicismo fa come il tacchino che non riesce a uscire dal cerchio di gesso che gli hanno disegnato intorno. E resta prigioniero di sé stesso. Proprio come noi, ostaggio di una storia e di un’economia giunte al capolinea.

Il risultato è che viviamo come se fossimo ancora nell’era industriale, proprio perché non riusciamo a costruire un modello di vita adatto a quella postindustriale. È questo l’ultimo insegnamento dell’ingovernabile Mimmo. Che un paio d’anni fa ad una cena all’Ambasciata brasiliana di Roma mi disse, fissandomi con quel suo sguardo convinto e penetrante, realistico e sognante, “noi per avere un futuro dobbiamo fare come l’aquila, altrimenti facciamo la fine ingloriosa dei tacchini”.

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