Gianni Vattimo, morto ieri sera a 87 anni a Torino, è stato a lungo il filosofo italiano più noto ed apprezzato nel mondo. Al pari di Gadamer in Germania per l’ermeneutica e di Derrida per la decostruzione in Francia, ha rappresentato nel modo più intenso ed originale il pensiero postmoderno. Ma è difficile incasellare la sua opera, ampia ed eretica, all’interno di una definizione. Cattolico e nichilista, heideggeriano e comunista, egli rompe i confini disciplinari, collocandosi nel punto d’incrocio tra filosofia, estetica, politica. Della grande filosofia aveva in sé una contraddizione che è stata la sua forza – se si può usare questo termine per colui che, insieme a Pier Aldo Rovatti, ha inventato il pensiero debole.
Gianni Vattimo, …
Gianni Vattimo, morto ieri sera a 87 anni a Torino, è stato a lungo il filosofo italiano più noto ed apprezzato nel mondo. Al pari di Gadamer in Germania per l’ermeneutica e di Derrida per la decostruzione in Francia, ha rappresentato nel modo più intenso ed originale il pensiero postmoderno. Ma è difficile incasellare la sua opera, ampia ed eretica, all’interno di una definizione. Cattolico e nichilista, heideggeriano e comunista, egli rompe i confini disciplinari, collocandosi nel punto d’incrocio tra filosofia, estetica, politica. Della grande filosofia aveva in sé una contraddizione che è stata la sua forza – se si può usare questo termine per colui che, insieme a Pier Aldo Rovatti, ha inventato il pensiero debole.
Gianni Vattimo, la vita
Ma andiamo con ordine. Nato a Torino nel 1936, fin da giovanissimo ha coltivato, insieme all’interesse per la riflessione filosofica, un’attitudine estetico-letteraria, scrivendo anche un breve romanzo. Allievo di Luigi Pareyson e di Umberto Eco, ha saputo sintetizzare l’insegnamento di entrambi, pur così diversi tra loro. Da Pareyson ha ereditato la profondità teoretica, anche senza condividere la vena tragica. Di Eco la straordinaria curiosità intellettuale e anche un tratto ironico che lo ha sempre caratterizzato. Una leggerezza di tono, e una semplicità di linguaggio, che conservava anche quando affrontava i temi più ardui. Per lunghi anni ha insegnato, oltre che a Torino, in diverse università in Europa e in America.
Ha diretto la Rivista di estetica, collaborando a Repubblica, Stampa e L’Espresso. Anche nella politica ha attraversato esperienze diverse – dal Partito Radicale a Sinistra Democratica, al Partito dei Comunisti Italiani all’Italia dei Valori – portando in ciascuna di esse la propria ispirazione e i propri temi.
Convinto ecologista e fervente animalista, ha sempre lottato contro ogni forma di blocco ideologico.
Nella sua stessa esperienza di vita, ricca e complessa, ha dimostrato un’indipendenza dalle convenzioni che ha difeso fino all’ultimo con coraggio. Nonostante i mutamenti e le svolte, sempre espresse e rivendicate con trasparenza, le sue opere tracciano un filo costantemente riconoscibile, costituito dal rifiuto di ogni forma di dogmatismo, da lui inteso come una sorta di violenza nei confronti della poliedricità del reale. In particolare la sua polemica si è rivolta contro ogni fondamento orientato ad incanalare il pensiero in un alveo precostituito.
Gianni Vattimo e il pensiero su Nietzsche e Heidegger
Da questo punto di vista i suoi autori di riferimento sono stati Nietzsche e Heidegger, dei quali ha fornito un’interpretazione radicale entrata nella bibliografia mondiale. Saggi come l’Introduzione a Heidegger e Il soggetto e la maschera costituiscono passaggi decisivi per chi studia Nietzsche e Heidegger, entrambi, sia pure diversamente, letti in chiave nichilistica.
In questo senso, il pensiero di Vattimo non è inquadrabile né nell’esistenzialismo né nella fenomenologia. Ma è soprattutto lontano da Hegel e Marx, anche se a quest’ultimo è in qualche modo tornato nella fase più recente della sua esperienza politica. Quello che di entrambi rifiutava era una lettura deterministica della storia che iscriveva entrambi in un “pensiero forte”, al quale contrapponeva quello che egli stesso, insieme a Rovatti, ha definito “pensiero debole” in una antologia edita nel 1983.
Ma debole in che senso? Contro le filosofie che hanno espresso una concezione del mondo fondata su una qualche verità incontrovertibile, Vattimo ha praticato un pensiero che sarebbe riduttivo definire relativistico. Piuttosto teso a riconoscere nelle verità che di volta in volta si sono presentate l’espressione di una storia in continuo movimento. Da questo punto di vista, nonostante tutto, il suo pensiero è riconducibile a un filone storicista, anche se non di tipo dialettico.
La vocazione cristiana, la storicità dell’esperienza e la trascendenza
L’accentuazione, nella fase più tarda della sua produzione, della vocazione cristiana in fondo non contraddice questa attenzione alla storicità dell’esperienza. Naturalmente segnata da una inaggirabile relazione con la trascendenza. Ma anche in questo caso la prospettiva di Vattimo non è inquadrabile nella tradizione cattolica della filosofia italiana. Il suo libro del 1986, Credere di credere, esprime una posizione teoreticamente sfumata che interpreta anche la verità cristiana in una chiave fortemente soggettiva. Il Dio cristiano, e soprattutto il Cristo, tutt’altro che onnipotente, è egli stesso indebolito dal proprio sacrificio, e appunto per questo capace di rapportarsi a un’umanità fragile e bisognosa. Il Dio di Vattimo non ha un’anima logico-razionale. Ma non è neanche il Dio tragico di Pareyson e di Sergio Givone. È colui che rompe il rapporto con la tradizione sacrificale, esponendosi egli stesso al sacrificio supremo.
Si sente in questi passaggi l’influenza di René Girard e Sergio Quinzio. Il Dio cristiano invita alla pietà e alla tolleranza, immettendo nella storia il proprio segno salvifico. Ciò spiega, alla fine del suo percorso, l’apparentemente contraddittoria vicinanza di cattolicesimo, nichilismo e comunismo. La religione cattolica, insieme alle tradizioni del comunismo eretico, contribuisce a democratizzare la storia umana, aprendo una speranza di pace all’interno della violenza. La lettura degli Scritti filosofici e politici, editi nel 2021, con una lucida introduzione di Antonio Gnoli e una pregevole presentazione di Gaetano Chiurazzi, costituisce un riferimento essenziale per chi si accosti al pensiero di Vattimo. Letti tutti insieme, i suoi interventi filosofici e politici, anche con le loro distonie, restituiscono il profilo unitario di un grande filosofo della differenza.