Un extraterrestre di nome Franco Baresi
di Lucio LucaC’è una data, il 25 maggio del 2005, che ricompare di tanto in tanto nei peggiori incubi di ogni tifoso del Milan. La notte in cui Mario, seduto tra Stefano Simonetta e suo padre, ebbe solo la forza di dire: “Questo è un dolore che ci porteremo nella tomba”.
Era appena finita Milan-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni (all’epoca si chiamava ancora così) che i rossoneri avevano letteralmente regalato agli avversari. Perché quando chiudi il primo tempo in vantaggio di tre gol, una finale di Coppa non la perdi nemmeno se giochi in otto, se scoppia la guerra globale termonucleare, se eleggono un Papa nero e chissà quante altre cose al mondo. E invece quella coppa il Milan la perse. E sugli spalti dello stadio Ataturk di Istanbul c’era, appunto, anche il giovanissimo Stefano Simonetta, oggi docente universitario di filosofia alla Statale e nelle carceri della sua Milano. Dov’è nato nel ’68, vedi caso, dalle parti dello stadio San Siro.
Simonetta parte da questo ricordo infausto per chiedersi: “Ma se fosse stato ancora in attività, come avrebbe reagito l’unico extraterrestre che mi è capitato di vedere su un campo di calcio?”. L’extraterrestre è Franco Baresi, il capitano per antonomasia, al quale è dedicato Da bambino ho visto un Ufo appena pubblicato da Edizioni Clichy.
Un racconto che è un po’ il romanzo di una vita straordinaria: dai primi calci al pallone agli allenamenti, dai sogni alle vittorie e alle sconfitte. Fino a quel primo giugno del 1997 quando si giocò l’ultima irrilevante partita di campionato, Milan-Cagliari, che per i tifosi rossoneri significò invece il saluto al mitico libero e l’addio alla maglia numero 6 ritirata dalla società. Quel giorno finiva un’epoca – oltre a Baresi smetteva il suo “gemello diverso” Mauro Tassotti – e quando lascia uno del genere (si pensi a Maradona, Totti, Del Piero, Maldini e pochi altri) il tifoso piange, anche se tifa per un’altra squadra. O almeno così succedeva quando il calcio aveva ancora un’anima e non solo conti totalmente fuori controllo.
Di Franco Baresi ricorderemo sempre la sicurezza nella sua area, l’eleganza, il controllo, la velocità. C’è chi gli preferiva un altro mito come Gaetano Scirea, chi giura che il piscinin (più tardi diventerà Kaiser Franz) come lo chiamavano a Milano era meglio, ma poco importa. Parliamo comunque di extraterrestri, ufo appunto come scrive Simonetta. Il suo libro è un tuffo nella memoria, parla di calcio certo ma parla soprattutto di Milano e di quello che è diventata. L’autore racconta il tragitto per andare allo stadio e poi i campetti di periferia dove si giocava a pallone prima che la playstation si prendesse pure il gioco più bello del mondo. Vent’anni di storia che si intrecciano con vittorie incredibili, quelle dell’era Sacchi per intenderci, e momenti di dolore puro come la retrocessione in serie B, il calcioscommesse, gli scandali e i momenti più bui.
E poi c’è Franco Baresi che va ai Mondiali del ’94, si rompe il menisco, rientra in tempo miracolosamente per giocare la finale col Brasile, sbaglia un rigore stremato da 120 minuti e 40 gradi all’ombra – le maledette tv imposero di giocare all’ora di pranzo – e poi sbagliano anche Massaro e Baggio e la Coppa va dall’altra parte. Ma in questo libro ci sono campioni e brocchi, speranze e delusioni, gli “sciagurati Egidi” e gli squali come Jordan, la triste parabola di Luther Blisset e le geometrie di Ray Wilkins. Insomma, gente che negli anni Ottanta ci ha fatto gioire o dannare, a seconda dei punti di vista (leggi squadra del cuore).
E quindi sbaglia chi pensa che Da bambino ho visto un ufo sia un libro per milanisti. Piuttosto è consigliato a tutti i più giovani che certe storie, in un pallone sempre più bucato come quello di oggi, farebbero bene a conoscerle e a metabolizzarle. Per amare di più quel che resta del calcio.
Il libro
Da bambino ho visto un Ufo
di Stefano Simonetta
Edizioni Clichy
pagg. 160
euro 18
