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Il primo anno di Giorgia Meloni al governo: l’underdog prigioniera del passato

Giorgia Meloni

 

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Si è circondata di profughi dell’avventura missina e ha puntato le sue carte sulla differenza radicale dalla classe dirigente generale. Ora rivendica la diversità quasi come fosse antropologica. Ritratto di una leader alle prese con un’eredità difficile da gestire
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Primo governare, naturalmente: ma non solo. Consapevole di portare con sé a palazzo Chigi una frattura nella lunga vicenda repubblicana, Giorgia Meloni ha coltivato ogni giorno, fin qui, l’ambizione di un’inversione culturale italiana, per dare un orizzonte di riferimento solido e permanente alla raccolta di consenso elettorale che l’ha portata alla vittoria, ma che resta esposto alla volubilità della pubblica opinione, pronta a rendere effimero ogni trionfo. L’estrema destra che ha conquistato il potere, dunque, fin dal primo giorno è stata investita dalla presidente del Consiglio degli obiettivi di programma da raggiungere — come avviene per ogni squadra di governo — ma soprattutto di una vera e propria missione: scalare la storia del Paese per completarla, integrarla, contestarla e correggerla. In una parola, riconvertirla.

Assegnandosi questo compito, Meloni assume su di sé la piena identità aliena dell’altro mondo da cui proviene. Quella che abbiamo davanti non è infatti u…

Primo governare, naturalmente: ma non solo. Consapevole di portare con sé a palazzo Chigi una frattura nella lunga vicenda repubblicana, Giorgia Meloni ha coltivato ogni giorno, fin qui, l’ambizione di un’inversione culturale italiana, per dare un orizzonte di riferimento solido e permanente alla raccolta di consenso elettorale che l’ha portata alla vittoria, ma che resta esposto alla volubilità della pubblica opinione, pronta a rendere effimero ogni trionfo. L’estrema destra che ha conquistato il potere, dunque, fin dal primo giorno è stata investita dalla presidente del Consiglio degli obiettivi di programma da raggiungere — come avviene per ogni squadra di governo — ma soprattutto di una vera e propria missione: scalare la storia del Paese per completarla, integrarla, contestarla e correggerla. In una parola, riconvertirla.

Assegnandosi questo compito, Meloni assume su di sé la piena identità aliena dell’altro mondo da cui proviene. Quella che abbiamo davanti non è infatti una semplice alternanza tra il governo e la sua opposizione, e nemmeno un passaggio tra destra e sinistra, come la cronaca politica ha già sperimentato più volte. Meloni e il suo gruppo di fedelissimi provengono infatti da un universo “altro” rispetto alla lunga costruzione istituzionale, costituzionale, repubblicana del dopoguerra. Non erano semplicemente una minoranza: rappresentavano, nelle loro origini, nelle radici e nei riferimenti ostentati, l’altra storia, una diversa memoria patria, un culto politico estraneo alla religione costituzionale, che lo ha condannato e bandito.

C’erano due modi per affrontare questo testacoda: sciogliere nella vittoria elettorale il nodo identitario che ancora lega quella destra alla mitologia fascista e alla pratica politica post-fascista, cancellando ogni ambiguità in nome della democrazia e riconoscendosi nella storia comune della repubblica; oppure custodire intatta quell’identità per portarla infine — sulla spinta della vittoria elettorale — a diventare parte integrante e riconosciuta della storia nazionale: appunto capovolgendola per riscriverla.

La prima strada avrebbe dato all’Italia quel moderno partito conservatore che non ha mai avuto, perché la destra da noi è stata fascista, dorotea e berlusconiana, nient’altro: e avrebbe automaticamente portato il mondo meloniano dentro l’Europa, assorbendolo nelle culture tradizionali e dandogli un ruolo nelle grandi famiglie politiche continentali e nel cuore dell’Occidente.

La seconda via assume invece l’anomalia storica come un elemento identitario, non da risolvere ma da preservare, costringendo la Premier a un’acrobazia politica continua tra le forme costituzionali del sistema e la sostanza renitente e ostinata della nuova destra, estranea a quella cultura politica. È come se Meloni governasse il Paese con gli strumenti altrui, perché sono stati confezionati da un mondo diverso dal suo. E invece di uscire definitivamente da questa contraddizione del secolo, correggendola, la leader della destra sceglie di uscire dal sentimento costituzionale repubblicano (o meglio, di non entrarci) correggendo la storia.

Per chi si definisce “underdog”, si circonda di profughi dell’avventura missina e punta tutte le sue carte sulla differenza radicale non solo dall’élite ma dalla classe dirigente generale (dimenticando il passaggio da ministro nell’età d’oro berlusconiana) si capisce il terrore dell’omologazione nel sistema, respinta come una dispersione identitaria nella cultura dominante, che rende tutto conforme. Meglio, per Meloni, marcare al contrario la sua alterità, esibire la sua anomalia, rivendicare la differenza quasi come fosse antropologica e la vecchia eredità politica funzionasse da novità, o almeno da distinzione, comunque da differenza.

Lo slittamento a destra di ciò che resta del sentimento pubblico, guidato dagli opinion maker, in Italia copre con indulgenza la contraddizione politica.

In Europa il gioco è più complicato. Ecco perché Meloni non rivendica apertamente quell’eredità come fanno a spizzichi e bocconi i suoi seguaci, ma si limita a non condannarla, a non respingerla e rifiutarla, come una dotazione di riserva, a cui alludere continuamente come in un codice cifrato: mentre mancano — e non per caso — i riferimenti alla democrazia liberale, all’Occidente e ai suoi valori.

La partita è appena incominciata, e incontra scarsa resistenza, rivelando che per gran parte dell’intellettualità italiana l’antifascismo non è un valore in sé, ma una sovrastruttura ideologica. Eppure basterebbe spiegare che la storia è una e una sola: non è la repubblica che deve riscriverla, ma è la destra che deve finalmente fare i conti con la sua lezione.

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