La cosa più intrigante da pensare, percorrendo a piedi le ottanta miglia del Vallo di Adriano, da Luguvalium (Carlisle) a Pons Aelius (Newcastle), è che si trattava di un confine fino a un certo punto. Era un’intuizione profetica, un modo nuovo di concepire la frontiera. Non per nulla Adriano era un imperatore filosofo, come Antonino Pio e Marco Aurelio dopo di lui. E aveva capito che per salvare Roma dai “barbari” non sarebbero bastati dei semplici muri.
Decise di costruirlo nel 122 d. C. mentre ispezionava la frontiera settentrionale della Britannia, nel punto dove l’isola si restringe ed era più facile separare i Romani dai “barbari”. Alle legioni II Augusta, VI Victrix e XX Valeria Victrix occorsero sei anni per completare l’imponente sistema di fossati, bastioni, torri e fortini, che poi, a sottolinearne il tratto imperiale, sarebbe stato presidiato da legionari reclutati in Gallia, Dacia, Tracia, Siria e altre province di confine.
Nelle Memorie di Adriano della Yourcenar, l’i…
La cosa più intrigante da pensare, percorrendo a piedi le ottanta miglia del Vallo di Adriano, da Luguvalium (Carlisle) a Pons Aelius (Newcastle), è che si trattava di un confine fino a un certo punto. Era un’intuizione profetica, un modo nuovo di concepire la frontiera. Non per nulla Adriano era un imperatore filosofo, come Antonino Pio e Marco Aurelio dopo di lui. E aveva capito che per salvare Roma dai “barbari” non sarebbero bastati dei semplici muri.
Decise di costruirlo nel 122 d. C. mentre ispezionava la frontiera settentrionale della Britannia, nel punto dove l’isola si restringe ed era più facile separare i Romani dai “barbari”. Alle legioni II Augusta, VI Victrix e XX Valeria Victrix occorsero sei anni per completare l’imponente sistema di fossati, bastioni, torri e fortini, che poi, a sottolinearne il tratto imperiale, sarebbe stato presidiato da legionari reclutati in Gallia, Dacia, Tracia, Siria e altre province di confine.
Nelle Memorie di Adriano della Yourcenar, l’imperatore confessa di amare questa terra: «Le frange di bruma sui fianchi delle colline», «i laghi votati a Ninfe ancor più estrose delle nostre», la «razza malinconica, dagli occhi grigi» che ci vive. Eppure per anni i Romani l’avevano temuta più di ogni altra. Per via del mare nero che la separava dalla Gallia e di quei guerrieri con i corpi “pittati” di scuro e gli scudi anneriti dal fuoco, che sceglievano le notti più buie per attaccarli. ?
Oltre che dai Pitti della Britannia, Roma era minacciata a oriente dai Parti, a nord dai Germani, in Libia dai Garamanti. E tuttavia a certe tribù “barbare” veniva dato il permesso di stabilirsi entro il limes, per facilitare il commercio con l’Urbe e tenere aperti canali con chi restava fuori. Adriano sognava un ordine mondiale diverso dalla guerra perenne, una Pax romana da costruire anche gestendo flussi da confini tutt’altro che chiusi ermeticamente. ?
Tacito ci era arrivato prima di tutti, studiando i Germani e non solo loro. Aveva intuito che esisteva un’affinità precisa tra il presente dei popoli “barbari” e il passato dei Romani. E che oltre il limes era come se il tempo si fosse fermato. Il suo insomma era un invito a tenersi pronti, a prepararsi all’irrompere di popoli nuovi, a ragionare sul destino di Roma insieme ai destini dei popoli ammassati a ridosso del limes. Anche Adriano sapeva che le civiltà muoiono prima o poi, e che Roma non sarebbe sfuggita alla sua sorte. Ma sapeva anche, perché lui pensava in greco, apparteneva cioè a un’immensa civilizzazione mai estinta, che le civiltà possono a volte e in parte reincarnarsi in quelle future: influenzandole spiritualmente tramite la trasmissione del sapere, e quindi, in ultima analisi, preparandosi a diventare altro da sé.
Maia, Banna, Vindolanda, Vercovicium, Brocolitia, Cilurnum, Segedunum. Da questi forti affacciati sulla fine del mondo, i Romani potevano dunque abbracciare il loro passato e il loro futuro con un unico sguardo. Oltre il Vallo i nuovi popoli “barbari”, dall’energia prorompente. Al di qua la moltitudine delle genti romane, che bisognava proteggere dalla furia – distruttrice ma al tempo stesso creatrice – di chi si affaccia per la prima volta sul palcoscenico della Storia. Dopo tutto la Grecia non si era estinta, reincarnandosi in Roma. E quest’ultima si sarebbe un giorno reincarnata a sua volta nelle civiltà bizantina, carolingia, medievale. Adriano vedeva le difficoltà del presente, e vaticinava sul futuro di Roma. Ed è per questo che camminando lungo il suo Vallo è impossibile non pensare al presente dell’Europa e porsi il problema del suo futuro e del futuro della civiltà occidentale. ?
Fortuna vobis adsit, ovvero “la Fortuna ti aspetta”, troviamo scritto lungo il percorso; che a pensarci bene potrebbe essere il motto ideale per un’Europa che volesse riprendere in mano il proprio destino: scegliendo di guardare oltre gli Stati-nazione per farsi federazione; guidando le transizioni energetica e climatica; scommettendo sui nuovi popoli che premono sul limes orientale e meridionale; preparandosi a un’identità futura ancora più plurima...
La sorte di Roma sta lì a dimostrare che le civiltà che pensano di sopravvivere costruendo muri invalicabili sono destinate a morire. E che solo quelle disposte ad aprirsi, che non temono di diventare altro da sé, riescono a perpetuarsi. «Roma non è più Roma» fa dire la Yourcenar al suo Adriano. «Dovrà riconoscersi nella metà del mondo o perire». Che è la stessa identica scelta davanti cui si trova oggi l’Europa.
Il Vecchio continente può decidere se perire continuando a credersi fortezza, a erigere muri ai propri confini illudendosi di respingere l’altro e poter restare sempre uguale a se stesso. Oppure può decidere di reincarnarsi dentro un nuovo corpo, allargando i propri orizzonti spirituali e culturali prima che sia troppo tardi, aprendosi a idee, identità, tradizioni, colori e cosmogonie che oggi percepisce come estranee.
Le civiltà cominciano a morire quando il pensiero viene imprigionato dal passato, dentro caselle a tenuta stagna, impenetrabili al futuro; e quando i pantheon si fossilizzano e ci portano a considerare sbagliati gli dei e i valori degli altri. Per questo l’Europa ha bisogno dell’Adriano di Yourcenar: che lungo questo Vallo ebbe la premonizione di un impero che per non essere travolto avrebbe dovuto rigenerarsi, spostando il proprio baricentro culturale verso l’Atlantico.
Ma camminare oggi lungo il Vallo, vuol dire anche fare i conti con le rovine del XXI secolo. Dopo la Brexit questo muro è tornato suo malgrado a essere identificato con un confine: a separare l’Inghilterra che nell’Unione europea non vuole più starci dalla Scozia che invece vorrebbe tornarci al più presto. Come se un Adriano europeista ante litteram, prefigurando la Brexit futura, lo avesse fatto costruire non per tener fuori gli Scozzesi, ma per tener dentro gli Inglesi.
Brexit, tra l’altro, viene dal latino, lingua madre nel nostro continente, dal nome Britto (abitante della Britannia) e dal verbo exeo (uscire). E dal latino, insieme ai termini più eruditi della lingua di Shakespeare, vengono i nomi di città che finiscono con caster, tipo Lancaster, o chester, tipo Manchester, derivazione di castrum (accampamento). «Dov’è la lingua, è la patria» diceva Ceronetti, per cui nessuna Brexit potrà mai separare la Britannia dal resto d’Europa.
La serie. Finis Terrae
In questo ciclo di articoli, Fernardo Gentilini racconta alcune aree strategiche del mondo attraverso letteratura e storia