Benjamín Labatut. Gli scienziati che scrutarono l’abisso
di Lara CrinòBenjamín Labatut a Capri per il Premio Malaparte
(ansa)Benjamín Labatut è scrittore di connessioni e, come ammette, di ossessioni. Cileno cosmopolita, 43 anni, è balzato alla ribalta internazionale qualche anno fa con Quando abbiamo smesso di capire il mondo (Un verdor terrible il titolo originale), saggio romanzesco in cui la vita di alcuni scienziati dei primi decenni del XX secolo – tra cui Fritz Haber, considerato il padre delle armi chimiche – si fa pretesto per raccontare come il fato della modernità sia stato plasmato dalle scoperte scientifiche.
Torna ora in libreria, ancora una volta per Adelphi, con il primo libro scritto in inglese, Maniac, che nei prossimi giorni presenterà ai lettori italiani in varie località della Penisola. L’abbiamo raggiunto in Cile, via Zoom, alla vigilia della partenza, e con lui abbiamo discusso di questo nuovo lavoro. Un’opera ibrida, dove realtà storica e invenzione si mescolano per evocare i fantasmi del secolo scorso, a partire dalla bomba atomica, e lo spettro – spaventoso, allettante, irresisti…
Benjamín Labatut è scrittore di connessioni e, come ammette, di ossessioni. Cileno cosmopolita, 43 anni, è balzato alla ribalta internazionale qualche anno fa con Quando abbiamo smesso di capire il mondo (Un verdor terrible il titolo originale), saggio romanzesco in cui la vita di alcuni scienziati dei primi decenni del XX secolo – tra cui Fritz Haber, considerato il padre delle armi chimiche – si fa pretesto per raccontare come il fato della modernità sia stato plasmato dalle scoperte scientifiche.
Torna ora in libreria, ancora una volta per Adelphi, con il primo libro scritto in inglese, Maniac, che nei prossimi giorni presenterà ai lettori italiani in varie località della Penisola. L’abbiamo raggiunto in Cile, via Zoom, alla vigilia della partenza, e con lui abbiamo discusso di questo nuovo lavoro. Un’opera ibrida, dove realtà storica e invenzione si mescolano per evocare i fantasmi del secolo scorso, a partire dalla bomba atomica, e lo spettro – spaventoso, allettante, irresistibile – che batte la pista del nuovo millennio, ossia l’Intelligenza Artificiale. Al centro di Maniac, che narra anche del fisico Paul Ehrenfest e del campione del gioco Go Lee Sedol, troneggia infatti la «sinistra intelligenza meccanica» di János (John) von Neumann, il matematico ungherese americano, scomparso nel 1957, che con le sue scoperte ha aperto la strada alla realizzazione dell’arma nucleare, dei moderni calcolatori e, decenni dopo, dell’IA.
Il rifugiato geniale von Neumann, che lascia l’Europa per gli Stati Uniti intuendo in anticipo l’orrore del Terzo Reich è il motore narrativo del libro. «Ho scelto von Neumann per alcune suggestioni» spiega Labatut scostandosi i capelli dagli occhi, un gesto ricorrente come a cercare nella mente le ragioni della fascinazione per il personaggio: «Innanzitutto, la descrizione che ne diede un altro scienziato nato in Ungheria, Eugene Wigner: “Solo lui era totalmente vigile”. Poiché l’acutezza del pensiero è una delle mie ossessioni, ho voluto indagare di che tipo di illuminazione si trattasse. Sottovalutiamo potenza e pericoli dell’illuminazione spirituale, ma che dire dell’illuminazione scientifica? Cosa accade quando si intuisce qualcosa che gli altri non vedono?».
Si ferma, poi prosegue: «L’altra immagine che mi ha colpito è quella di von Neumann in fin di vita per il cancro, preda di dolori indicibili, il cervello invaso dalle metastasi, con una processione di generali e uomini di potere che va a trovarlo sperando in una sua rivelazione finale».
Per lo scrittore la scienza è un grimaldello cognitivo, «una scusa per puntare a qualcosa che è oltre, poiché ci porta al limite della nostra capacità di ragionamento». Non si tratta di mera curiosità scientifica e infatti, ammette, «non ho mai letto libri divulgativi; ho letto i Veda, ho letto Roberto Calasso… quel che mi interessa è l’invisibile. Citerò Calasso quando diceva che l’ignoto si presenta in due forme: ciò che non conosciamo ancora e ciò che non potremo mai conoscere. Diciamo che uso la scienza per affrontare questo secondo genere di ignoto».
Nella sua scrittura lo indica con una parola ricorrente: «Abisso». L’abisso «ricorre nella scrittura perché ricorre nel mio pensiero». Mettersi a scrivere è scegliere di «esplorare una parte dell’esperienza che per così dire ci resiste, mi resiste, un aspetto fondamentale dell’esistenza umana con cui non abbiamo familiarità». Si tratta di una relazione complessa col pulsare oscuro dell’esistere.
Mentre alle sue spalle, sulle mensole della libreria alcune figurine, forse di divinità primitive sembrano osservarlo, Labatut approfondisce: «Se dell’abisso avessimo semplicemente paura sarebbe una reazione giustificata e corretta. Noi cerchiamo invece di riempirlo in molti modi e di sondarlo: non puoi vederlo, non puoi viverci, ma come un pipistrello puoi esplorarlo, per così dire, tramite ultrasuoni. La scienza ci serve per avvicinarci il più possibile nella speranza di non precipitare dentro, ma usiamo anche la letteratura, l’arte. Un tempo possedevano un vocabolario psicologico più ricco e una sensibilità maggiore nei confronti dell’invisibile. Persino quando Dio riempiva tutti gli spazi, c’è sempre stato chi era interessato alla sua ombra. Poi abbiamo tolto di mezzo Dio, in qualche modo, perché non potevamo progredire mantenendo una visione infantile della realtà».
Oggi ci confrontiamo con un mondo che come noi è sempre più complesso, e non si lascia afferrare dagli strumenti del linguaggio e dell’esperienza. «Si tratta di viaggio individuale» nota Labatut, e non si capisce se parla di sé o dei suoi protagonisti che «spesso diventano pazzi, o hanno aspetti maniacali». Parafrasando il titolo del libro precedente, potremmo dire che abbiamo smesso di capire il mondo, e che trovare altri modi per farlo è la sfida che ci aspetta?
«È difficile negare che abbiamo rimpiazzato Dio con la matematica. Per questo figure come von Neumann sono in qualche modo per me delle figure religiose. Attraverso di loro ci chiediamo: quali sono i limiti dei linguaggi che usiamo? Cosa facciamo quando questi sistemi presentano le stesse contraddizioni che incontrarono i mistici quando tentarono di avvicinarsi a Dio?».
Mentre in Cile Labatut scriveva di von Neumann, a Hollywood Nolan preparava il film su Oppenheimer. I fautori del Progetto Manhattan che ottant’anni fa portò alla bomba atomica sono al centro di un singolare interesse collettivo. Perché? «In realtà il motivo lo sappiamo tutti: è perché, nelle parole del versetto del Bhagavad Gita, siamo diventati morte, i distruttori del mondo. Attraversiamo un tempo molto particolare in cui non siamo in grado di immaginare il futuro, che però per noi è fondamentale. Trovo interessante il fatto che il grande sogno della scienza oggi sia creare qualcosa che immagini per noi. Stiamo tornando al tempo in cui gli uomini sacrificavano agli dei e invocavano l’oracolo per conoscere il domani».
Prima di chiudere il collegamento Zoom gli chiediamo se, quindi, è l’Intelligenza Artificiale il nuovo oracolo. Nel rispondere lo scrittore cambia spesso espressione, come se pesasse ciò che dice man mano che elabora il pensiero: «Stiamo investendo tutto su una tecnologia, l’IA, che si basa su calcolo e predizioni. La gente parla della possibilità che diventi cosciente e se succederà, come sarà. Ma non è uno scherzo: stiamo davvero tentando un gioco alchemico pericoloso, che è di solito nelle mani di idiots savants del tipo di von Neumann. Le conseguenze di ciò che si sperimenta non le vedremo tra ottant’anni, ma molto prima. Tuttavia non disperiamo: saremo ancora vivi domani mattina».
Il libro e gli incontri – Maniac di Benjamín Labatut (Adelphi, trad. N. Gobetti, pagg. 361, euro 20). Il primo ottobre l’autore riceve a Capri il Premio Malaparte. Il 2 ottobre è a Napoli (Palazzo Zapata, ore 18); il 4 a Roma (Centrale Montemartini, ore 19); il 6 a Milano (Piccolo Teatro Melato, ore 19); il 7 a Torino per Portici di carta (Gallerie d’Italia, ore 17)