Cultura

Piero Gobetti. L’italiano vero è Matteotti

Piero Gobetti (MONDADORI PORTFOLIO)

Piero Gobetti (MONDADORI PORTFOLIO)

 
Escono le lettere datate 1924 dell’editore e antifascista della prima ora. In cui spiega la sua ammirazione per il parlamentare ucciso quell’anno
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Un anno in 1.765 lettere. Aspettando che se ne scriva la biografia definitiva, Piero Gobetti (1901-1926) continua a raccontarsi attraverso la corrispondenza. Dopo i carteggi 1918-1922 e 1923, sempre a cura egregiamente filologica di Ersilia Alessandrone Perona ecco dispiegarsi il Carteggio 1924 (Einaudi), così cruciale per l’arcangelo della Rivoluzione Liberale. Protoavversario di Mussolini e del mussolinismo sarà dal Duce ufficialmente riconosciuto come antagonista. Il telegramma al prefetto di Torino del primo giugno è l’epigrafe idealmente tragica di questo monumento epistolare: «…Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».

Il Resistente numero 1, secondo Guglielmo Alberti, non nasconderà la delusione. Fin dalla marcia su Roma aveva auspicato che i tiranni fossero tiranni e ora, nella sua città, a contrastarlo a nome del governo si stagliava il Prefetto, un manichino. Subìta una perquisizione scrisse a Curzio Suckert (alias Malaparte): «Preferiremmo dal fascismo una condotta più intelligente perché è sempre meglio trovarsi con degli avversari sul serio. Il Prefetto di Torino va diffamando con le sue gaffes l’opera del governo, che in fin dei conti è un governo italiano, e se il fascismo a Torino fa ridere certo si deve in gran parte all’opera sua».

Gobetti riconobbe in Malaparte «la più forte penna del fascismo; apprezzandolo, lo volle fra i collaboratori della rivista La Rivoluzione Liberale, ne pubblicò Italia barbara, e non esitò ad ammonirlo per il ritardo nella consegna di un romanzo, Viaggio in Inferno (22 maggio): «Sono assai sdegnato con te. […] Sinora il fascismo ha rovinato tutti gli uomini che ha reclutato. Non sono più riusciti a scriver nulla di buono».

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

 

Il 10 giugno il delitto Matteotti. A Filippo Turati, a cui il 24 giugno chiederà un consiglio per un volume di scritti del parlamentare assassinato, Gobetti manifesterà la sua risolutezza: «È necessario agire… Battere in blocco mussolinismo e maggioranza. Io credo che Mussolini non cadrà: ma bisogna, se cade, che siano le minoranze a farlo cadere e a succedergli. Guai se si dovesse tornare a Giolitti. Bisogna formare un governo di partiti, non di false concentrazioni». L’azione sarà morale, l’Aventino, la secessione parlamentare capitanata da Giovanni Amendola. Gobetti ne rivendicherà la primogenitura: «Rivoluzione Liberale proclamò l’Aventino nel novembre 1922. […] Nel giugno 1924 anche i parlamentari accettavano la nostra impostazione integrale. L’Aventino ha avuto almeno per questo una grande ripercussione morale. È una vittoria del carattere degli italiani».

Filippo Turati

Filippo Turati

 

Ma non mancava, la prodigiosa «energia nova», di intravedere «il rovescio della medaglia», l’incapacità delle «opposizioni di prendere iniziative concrete di azione». Varerà così i Gruppi della Rivoluzione Liberale che in realtà si rivelarono «deboli e non concludenti», come osserva Ersilia Alessandrone Perona.

La vocazione pedagogica, d’impronta salveminiana, si imporrà. A prevalere sarà un programma di educazione nazionale («creare una nuova classe dirigente» l’architrave) «di pochi intellettuali che parlano ad altri intellettuali», come evidenzierà Norberto Bobbio. Un partito gobettiano non nascerà mai, né vivo Piero, né dopo la sua scomparsa. La forza a lui più affine sarà il Partito d’Azione, distinguendosi come partito così poco partito, un partito non a caso di intellettuali.

Gobetti dedicherà a Matteotti un numero de La Rivoluzione Liberale, poi edito in volume per i tipi della sua casa editrice, la Piero Gobetti editore, nata nel 1923. Renderà omaggio al deputato socialista definendolo «nemico delle sagre», un segno distintivo del suo italiano ideale: colui «che non se la intende col vincitore, che combatte alla luce del sole, che conosce il disprezzo delle sagre, dei gesti, che non si arrende alle allucinazioni collettive, che non ha bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale».

Tra politica e cultura, scorrerà il 1924. In nuce gli Ossi di seppia, che l’editore accoglierà nel catalogo della sua casa nel 1925. È Sergio Solmi a presentargli il valore di Montale (3 luglio): «Che te ne pare del libro? A me sembra che “esista”». Il 9 agosto Gobetti, non così sensibile alla letteratura secondo Arrigo Cajumi, diceva: «Le sue poesie mi piacciono!», salvo lamentare lo scarso pubblico in Italia per un’opera «di eccezione e di gusto» come la sua.

Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

In settembre, Gobetti verrà aggredito e picchiato in seguito all’articolo contro Delcroix (l’invalido di guerra eletto nel “listone” e definito un «aborto morale»). Montale non mancherà di manifestargli la sua solidarietà: «Non voglio che Le manchi in quest’ora il saluto di uomo che si sente più “strame” che “guerrillero”».

È la confessione di una pavidità riscattata da Montale nei suoi versi (l’antifascismo poetico di «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»). Quando si tratterà di mandare in stampa Ossi di seppia, inutilmente chiederà infatti a Gobetti di escludere dalla copertina il motto «Che ho a che fare io con gli schiavi?» presente su tutte le copertine della sua casa editrice.

Montale risalterà fra i collaboratori de Il Baretti, la terza rivista di Gobetti, dopo Energie Nove e La Rivoluzione Liberale, varata nel 1924. Il primo numero apparve il 23 dicembre. Illuminismo l’editoriale del direttore: «Invece di levare grida di allarmi o voci di raccolta incominciamo a lavorare con semplicità per trovare anche per noi uno stile europeo».

L’ultima lettera del 1924 è di Marcello Soleri, col quale Gobetti aveva polemizzato sul sistema elettorale. Il mittente, liberale giolittiano, sindaco di Cuneo, come ministro della Guerra nell’ottobre 1922 stese il decreto dello stato d’assedio, non accolto dal Re, che avrebbe impedito l’ascesa al potere delle camicie nere.

Ancorché – come Piero sapeva – Mussolini non fosse «nulla di nuovo», ancorché nel fascismo leggesse l’«autobiografia della nazione».

Il libro – Carteggio 1924 di Piero Gobetti (Einaudi, a cura di di E. Alessandrone Perona, pagg. CLII - 1512, euro 120)

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