Italo Calvino: “Perché credo negli angeli”
di Marco BelpolitiItalo Calvino (1923-1985)
Esistono gli angeli? Secondo Italo Calvino sì, ma non sono esseri celestiali e paradisiaci, appartengono piuttosto a un sottomondo, per quanto svolgano perfettamente la loro funzione di messaggeri e di aiutanti divini. Lo spiega in un manoscritto inedito del primo ottobre 1963 che la moglie Chichita ha trascritto anni fa, ora in appendice al volume Lettere a Chichita (1962-1963) a cura di Giovanna Calvino, in uscita da Mondadori: una famiglia, un espistolario e un mondo che Robinson racconta nel numero in edicola da domani, impreziosito da un racconto inedito dello scrittore.
Al centro del testo autobiografico sugli angeli c’è Giovanni Nicosia, nato a Riesi nel 1919. Fu lui a introdurre il giovane Italo all’Einaudi, a far leggere a Pavese un suo racconto dicendogli che Italo aveva scritto un saggio su di lui, cosa non vera.
«Nella confusione della Liberazione s’intrufola nella casa ed. Ein. come traduttore di una lingua che non sa, e mi convince a farmi assumere come salesman per e…
Esistono gli angeli? Secondo Italo Calvino sì, ma non sono esseri celestiali e paradisiaci, appartengono piuttosto a un sottomondo, per quanto svolgano perfettamente la loro funzione di messaggeri e di aiutanti divini. Lo spiega in un manoscritto inedito del primo ottobre 1963 che la moglie Chichita ha trascritto anni fa, ora in appendice al volume Lettere a Chichita (1962-1963) a cura di Giovanna Calvino, in uscita da Mondadori: una famiglia, un espistolario e un mondo che Robinson racconta nel numero in edicola da domani, impreziosito da un racconto inedito dello scrittore.
Al centro del testo autobiografico sugli angeli c’è Giovanni Nicosia, nato a Riesi nel 1919. Fu lui a introdurre il giovane Italo all’Einaudi, a far leggere a Pavese un suo racconto dicendogli che Italo aveva scritto un saggio su di lui, cosa non vera.
«Nella confusione della Liberazione s’intrufola nella casa ed. Ein. come traduttore di una lingua che non sa, e mi convince a farmi assumere come salesman per essere nel giro», così racconta Calvino.
A molti anni di distanza Italo lo rincontra. È il 1963, l’anno di uscita de La giornata d’uno scrutatore: «Rivedo dopo tanti anni G.N. La sua breve comparsa diciotto anni fa decise della mia vita: mi strappò dall’isolamento della provincia e mi mise in contatto con le persone tra cui da allora vivo e lavoro».
Gli angeli ci sono, ma non sono esseri spirituali. Nicosia, partigiano e correttore di bozze in Einaudi, era poi emigrato in Sudamerica dove diceva d’aver combattuto tra le file rivoluzionarie. Riappare una sera e cena con Italo e gli chiede di stampare un suo libro da Einaudi. In seguito Nicosia pubblicherà due opere: Il grande tumulo (1965) e L’uomo tagliato dall’uomo (1970). Calvino è imbarazzato, non solo per la richiesta, ma perché di colpo ha davanti la persona che gli ha aperto la strada e di cui si è dimenticato. Un essere benefico, ma anche losco e meschino, scrive. Lo ritrova identico ad allora: «Il giovane siciliano trafficante e pseudo-astuto, teso come un adolescente dietro sogni velleitari o millanterie, con una perpetua esaltazione che ha sempre un fine».
Nicosia parla e parla. E Calvino annota: «Io soffro, vorrei che tacesse, che non si scoprisse così, che non mi obbligasse a questa vergogna che non è solo vergogna di lui». Al tempo stesso Italo sa che «a lui non va solo la riconoscenza, ma il rispetto, la riverenza che si deve agli angeli».
Lo scritto illumina molti aspetti semisconosciuti della biografia di Calvino. Ci sono infatti altri angeli dei suoi inizi: i compagni della Resistenza, quelli che l’hanno introdotto nella lotta partigiana, come Adriano S., ex-boxeur, futuro gangster, morto a Dien Bien Phu; due fratelli: Pier delle Vigne (Pietro Sughi) e Jaurès Sughi, detto Leone, l’uno avanzo della Legione Straniera, l’altro avanzo di galera, con cui, ricorda, visse l’inizio della esperienza partigiana «in sodalizio fraterno» legato a «un’allegria che mai nessuna compagnia d’amici mi ridarà così piena». C’è poi la persona che lo portò da Chichita in taxi, Elvira Orphée Ocampo, «personaggio sgradevole» ma anche angelo. Forse proprio questa è la ragione che ha spinto Giovanna Calvino a includere il testo nel libro che racconta l’incontro tra i suoi genitori.
Sulla natura degli angeli c’è un testo molto penetrante su quello che si presenta come uno dei misteri della vita: «Vedo ogni svolta segnata dalla presenza d’angeli egualmente stonati e incongrui. Che sia una regola?». Scrive: «I fatti decisivi della mia vita avvengono tramite personaggi che subito ripiombano nell’ombra, anche nei ricordi, che voglio cancellare quasi vergognandomi della sproporzione tra la loro figura e il valore che mi hanno aperto». Calvino s’interroga non solo sulla loro esistenza e sull’importanza che hanno avuto nella sua vita, ma anche sulla loro natura borderline, di personaggi truffaldini, negativi e persino spiacevoli. Si chiede se per essere davvero degli angeli, per compiere la loro missione, è «necessario che almeno per un momento m’identificassi con loro, riconoscessi in quello che mi muoveva il loro stesso movente, in qualche modo li trasfigurassi, attribuissi loro ali ed aureole». Completata la missione, eccoli nella loro realtà: «Creature spennacchiate, un po’ meschine, magari equivoche, certamente antipatiche».
Queste osservazioni ci rivelano aspetti della personalità di Calvino e insieme la sua capacità introspettiva d’analizzare sé stesso in rapporto agli altri, che diventa immediatamente un tema letterario. Come non scorgere qui la sensibilità con cui ha dato vita ai personaggi de Il sentiero dei nidi di ragno o de La speculazione edilizia, solo per citare due libri del decennio precedente?
Calvino, nemico delle profondità psicologiche e dell’autobiografismo, riesce a restituirci aspetti dell’animo umano proprio e altrui. G.N. con i suoi trucchi e le sue piccole truffe è colui che riesce a tuffarlo nella vita, a creare situazioni felici e fortunate.
Un senso di colpa, oltre al sentimento di vergogna provato davanti a lui, lo fa riflettere su ciò che è accaduto. Perché lui ce l’ha fatta e G.N. no? Quando si compie l’avvenimento vero «tutti i mezzi o movimenti finti o secondari scompaiono come cancellati». Proprio Nicosia l’ha anche aiutato a scoprire i maestri veri e le donne veramente amate: «La via incongrua che ci porta a loro è il vero segno della loro elezione».
Le righe dedicate ai maestri alludono agli errori commessi, alle esitazioni, alle scelte provvisorie compiute. Non solo qui Calvino è capace di una perspicacia psicologica al limite del «narcisismo inevitabile delle analisi autobiografiche», subito da lui condannato, ma mette a nudo una delle molteplici corde della propria immaginazione: la dote di saper entrare nella testa di persone così diverse da lui, perché qualcosa di loro gli appartiene.
L’autore de I nostri antenati, l’inventore de Le cosmicomiche, compie continue proiezioni di sé sulla pagina. Per quanto sia vero che questo accade a quasi tutti gli scrittori, peculiare di Calvino è la capacità di riconoscere l’altro nel proprio io, un io multiforme come quello di Qfwfq (narratore e protagonista di alcune sue storie, tra cui appunto Le cosmicomiche e Ti con zero).
Lo testimoniano alcuni testi autoriflessivi disseminati nella sua opera, come la celebre prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno. Un genere letterario che è suo e di pochi altri, una forma d’autobiografia senza io che fa di lui uno scrittore originale e unico nel secolo del trionfo dell’Io.