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È morto Luca Goldoni, una vita da inviato tra guerra e costume

Luca Goldoni

 
Una lunga carriera giornalistica ma anche tanti libri di successo: ecco chi era lo scrittore di “È gradito l’abito scuro”
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“È invecchiando che il nostro si scopre all’improvviso “zavorra” per i bilanci dello Stato, “soggetto a rischio” per gli agenti delle assicurazioni che lo valutano brutalmente come un’auto usata: quanti chilometri ha? Che aspettativa di vita ha? E allora si sorprende ad amare svisceratamente il suo scampolo di esistenza”.

Così Luca Goldoni, scomparso a 95 anni, scriveva ironicamente di se stesso giunto alla boa dei novant’anni in Cosa farò da piccolo, compendio di riflessioni sull’Italia contemporanea e sulla propria lunga carriera da giornalista, ma soprattutto da osservatore, affettuoso e insieme critico, del Bel Paese, delle sue genti e dei suoi vizi. Un giro di frase che restituisce il carattere del personaggio, reporter di lungo corso, uomo di mondo, autore prolifico di saggi di successo tra costume, storia e attualità, poi anche di un romanzo intitolato Il sopravvissuto, scritto poco dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in cui aveva immaginato le avventure di un uomo scampato a …

“È invecchiando che il nostro si scopre all’improvviso “zavorra” per i bilanci dello Stato, “soggetto a rischio” per gli agenti delle assicurazioni che lo valutano brutalmente come un’auto usata: quanti chilometri ha? Che aspettativa di vita ha? E allora si sorprende ad amare svisceratamente il suo scampolo di esistenza”.

Così Luca Goldoni, scomparso a 95 anni, scriveva ironicamente di se stesso giunto alla boa dei novant’anni in Cosa farò da piccolo, compendio di riflessioni sull’Italia contemporanea e sulla propria lunga carriera da giornalista, ma soprattutto da osservatore, affettuoso e insieme critico, del Bel Paese, delle sue genti e dei suoi vizi. Un giro di frase che restituisce il carattere del personaggio, reporter di lungo corso, uomo di mondo, autore prolifico di saggi di successo tra costume, storia e attualità, poi anche di un romanzo intitolato Il sopravvissuto, scritto poco dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in cui aveva immaginato le avventure di un uomo scampato a Ground Zero.

Nato a Parma, cresciuto negli anni della Seconda guerra mondiale («La mia gioventù in sintesi? Bombe, morte, fame, freddo» raccontava sempre in Cosa farò da piccolo) iniziò a scrivere sul giornale locale, la Gazzetta di Parma, per poi passare alle pagine del bolognese Il Resto del Carlino; di lì aveva fatto il salto verso il quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, diventandone inviato. Pur continuando, da emiliano legatissimo alla sua terra, a fare base a Bologna, aveva viaggiato ovunque, spesso anche su fronti caldi e in zone di guerra: in Africa e Medio Oriente, nell’Europa dell’est, negli Stati Uniti e in Sudamerica, e poi in scenari esotici, dalla Groenlandia alla Patagonia all’Australia. Ma nonostante l’agio e il talento con cui sapeva andare ovunque, e raccontare di ogni luogo, anche il più lontano, guerre e pace, ciò che lo aveva sempre interessato di più era l’Italia, e gli italiani.

Gli piaceva pizzicare, ma non pungere troppo e il suo tono era sempre un’ironia che non amava far sfociare nel sarcasmo feroce, come a dare sempre agli altri, e forse anche alle proprie debolezze, il viatico di un’ultima chance. I suoi libri avevano titoli azzeccati, e vendevano benissimo: tra i premi che vinse ci fu il Libro d’oro, per aver superato i tre milioni di copie. Piaceva molto a una borghesia che, nell’Italia degli anni Settanta, poi degli Ottanta e Novanta, voleva leggere di sé, capirsi meglio ma senza seriosità: Di’ che ti mando io; Cioè; Lei m’insegna; Colgo l’occasione; Vai tranquillo; Stiamo lavorando per voi; Buon proseguimento, già dalla copertina sapevano conquistare i propri lettori. Con lo stesso sguardo disincantato Goldoni guardava anche al passato. Raccontando. come fece in Se torno a nascere il boom economico e il post Sessantotto, e poi dedicandosi alle biografie di personaggi storici. A Maria Luigia, moglie di Napoleone, poi amatissima duchessa di Parma e Piacenza, nei primi anni Novanta, quando il genere non era certo di moda come oggi, dedicò una biografia “femminista”: la volle intitolare Maria Luigia donna in carriera, per restituire a questa figura di regnante – molto amata dai parmensi come lui – il profilo di un personaggio politico e non di una semplice pedina della Storia. Di Garibaldi, padre della patria, aveva invece dissacrato con bonomia il mito: il libro si intitolava Garibaldi. L’amante dei Due Mondi, e dell’eroe dei Mille narrava le rocambolesche avventure di letto, più che di battaglia.

Si poteva permettere di scrivere dei suoi amori e delle sue passioni, e così faceva. In rubriche sui giornali – da Airone e TV Sorrisi e canzoni – ma anche dedicando titoli agli animali (Vita da bestie; Una bestia per amico; Millezampe) e alternandoli a libri più “seri” come Tranelli d’Italia. E nessuno sa più sbrogliare la matassa, dove, come in un diario, osservava l’evoluzione della società italiana del nuovo millennio. Di tutti i suoi titoli, però, il più riuscito è forse È gradito l’abito scuro. Un libro di fine anni Settanta, in cui fotografava come sempre l’avvicendarsi delle mode e dei modi. E lo faceva con brio e una certa eleganza. Da emiliano, e da giornalista d’altri tempi.

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