✕

Ettore Mo, il grande inviato tra guerre e umanità

(ansa)
Ritratto del giornalista che ha raccontato tutti gli ultimi conflitti inseguendo la verità dei fatti: dall’Afghanistan al Vietnam, dall’Iran all’America Latina
2 minuti di lettura

Disteso a terra nel giardino dell’unico hotel ancora aperto a Kabul, Ettore Mo non faceva caso ai traccianti dei proiettili che illuminavano a giorno la notte. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, la capitale dell’Afghanistan, ultimo avamposto delle forze locali fedeli a Mosca, stava per cadere in mano ai mujaheddin: ma lui aveva già trasmesso il reportage del giorno e adesso era impegnato a raccontare pezzi della propria avventurosa vita al giovane collega della concorrenza sdraiato al suo fianco.


Come questo: “A Padova ho lavorato come guida in un istituto per non vedenti. Portavo i ciechi in giro per la città. Descrivevo le donne che non potevano vedere con i loro occhi. Forse ho imparato a scrivere così”. Avrebbe potuto essere un racconto del suo scrittore preferito, Ernest Hemingway, e infatti lo scrisse: era uno dei brani con i quali si presentò nella casa londinese di Piero Ottone, allora corrispondente da Londra del Corriere della Sera, rispondendo a un’offerta di lavoro co…

Disteso a terra nel giardino dell’unico hotel ancora aperto a Kabul, Ettore Mo non faceva caso ai traccianti dei proiettili che illuminavano a giorno la notte. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, la capitale dell’Afghanistan, ultimo avamposto delle forze locali fedeli a Mosca, stava per cadere in mano ai mujaheddin: ma lui aveva già trasmesso il reportage del giorno e adesso era impegnato a raccontare pezzi della propria avventurosa vita al giovane collega della concorrenza sdraiato al suo fianco.


Come questo: “A Padova ho lavorato come guida in un istituto per non vedenti. Portavo i ciechi in giro per la città. Descrivevo le donne che non potevano vedere con i loro occhi. Forse ho imparato a scrivere così”. Avrebbe potuto essere un racconto del suo scrittore preferito, Ernest Hemingway, e infatti lo scrisse: era uno dei brani con i quali si presentò nella casa londinese di Piero Ottone, allora corrispondente da Londra del Corriere della Sera, rispondendo a un’offerta di lavoro come baby-sitter.


Il futuro direttore del Corriere lo assunse, ma lesse i racconti e gli diede anche un posto da collaboratore nella redazione londinese del quotidiano milanese, lanciando così la carriera di quello che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali e corrispondenti di guerra italiani, che ieri ci ha lasciati, a 91 anni.

Prima del giornalismo, Mo non aveva fatto soltanto la guida per ciechi e il baby-sitter: era stato “sguattero e cameriere a Parigi, barista nelle isole della Manica, bibliotecario ad Amburgo, insegnante senza titoli a Madrid, infermiere in un ospedale per incurabili a Londra, steward di prima classe su una nave della marina mercantile britannica”, come ricordava lui stesso nella prefazione di uno dei suoi libri.

Un’esistenza romanzesca, un personaggio hemingwayano, anche negli eccessi, o alla Jack London, di una specie come non ne esistono più: di quelli che imparano a conoscere la vita sulla pelle, non per sentito dire nelle scuole di scrittura creativa, accoppiando l’esperienza da bassifondi a una irrefrenabile passione per la narrativa.

La sua biografia poteva ricordare un terzo scrittore americano, Charles Bukowski, perché anche per lui il successo si è fatto attendere a lungo: ma quando è arrivato lo ha incoronato, insieme a Bernardo Valli, come il più grande della categoria.

Fisicamente era piccolo, ma con nervi d’acciaio e un dinamismo, un coraggio, una generosità, che lo facevano sembrare un gigante. I giornali possono essere ingiusti, ritardando progressi per ragioni burocratiche, di grado o d’età: ma in genere finiscono per riconoscere il talento.

Così Mo, passando da un corrispondente all’altro come collaboratore da Londra, firmandosi all’inizio “vice” come usava una volta, diventa il giornalista italiano con le migliori fonti nella capitale britannica, quindi viene finalmente assunto al Corriere, assegnato per un po’ agli spettacoli perché da giovane era stato tenore (un altro dei suoi mille mestieri): si distingue anche lì, firmando interviste memorabili.

Ha 47 anni quando finalmente riesce a coronare il sogno di raccontare il mondo: viene inviato a seguire la rivoluzione in Iran, quindi la guerra in Afghanistan. Quest’ultimo è il Paese della svolta, ci entra clandestinamente a dorso di cavallo vestito da mujaheddin attraverso le montagne al confine con il Pakistan, ci trascorre anni e mette a segno decine di scoop, per tacere dell’amicizia con il comandante Massud, il “leone del Panshir”, assassinato da al Qaeda due giorni prima dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001.

Da allora Mo è inviato in tutti i conflitti e le crisi del pianeta, dal Medio Oriente al Vietnam, dall’Africa all’America Latina. Ha vinto tutti i premi di giornalismo. Ha pubblicato quindici libri, premiati anche quelli, “senza scriverne nemmeno uno”, si scherniva, perché erano raccolte di suoi articoli: da leggere religiosamente, per chi sogna di fare l’inviato e vuole imparare il suo stile, secco, pulito, privo di barocchismi ed egualmente poetico, davvero alla Hemingway. Da quei viaggi tornava in una casetta comprata sul lago d’Iseo, dove lo aspettavano la moglie e tre figli: poi ripartiva, 300 giorni all’anno in giro con la valigia, a raccontare le guerre e la vita.

 

Leggi i commenti