Lo chiamano Rubè, ma il suo nome è Filippo. Rubè – quel suono rapido e tronco come uno scongiuro – e’ il cognome. E’ giovane e fa l’amore senza amore con Eugenia, va in guerra senza far la guerra sulle Dolomiti. Vuol farsi un nome, innanzitutto.
A volte lo chiamano Burè, Morello. Si sente un impostore, un trasformista, un abusivo della vita, un genio e un finto eroe. Sfugge e insegue, ha paura, di trovarsi innanzitutto. Quando succede, finge di non riconoscersi. E se lo chiede di continuo. Chi sei? E perché la verità ha più facce?
Eccolo, l’avete davanti, il più riuscito e disturbante nevrotico del nostro Novecento, più nevrotico di Zeno che si schermiva con l’ironia, più masochista dei personaggi di Tozzi e di Moravia, più ossessivo dello Straniero di Camus, più livoroso degli inetti brancatiani, meno vitale dell’Uomo finito di Papini. Ciò che manca, dice, «e’ il panorama di se stessi». Resta invischiato nel rimuginio, maestro di ipocondria, paralizzato dall’ambizione ed eccitato dalla menzogna, troppo ingombro di sé per interloquire col mondo. Persino troppo rigido per commuoversi di se stesso, come almeno succede - va al Jack nella Fiesta di Hemingway (e pure a Hemingway, probabilmente).
Eccolo, contemporaneo come mai, il trentatreenne Filippo, afflitto – diremmo oggi – dal disturbo di personalità narcisistica in un mondo dagli specchi rotti. A complicare il tutto, poi, rendendolo disperatamente prossimo, c’è la sua vocazione/ ossessione: essere un intellettuale.
Anzi, come lui dice, «Un in-tel-let-tua-le. Una cosa orribile. Un mostro con due gambe, due braccia e un cervello che mulina a vuoto. O sì, una pompa idraulica per mandare su e giù il sangue. Cuore niente. Né libro né bestia. Incapace di fare il bene e di volere il male. [...] Niente mai d’impulsivo, d’innocente, sì, questa e’ la parola: niente mai di scelto e fatto per istinto. Una sola cosa fatta per istinto, magari un delitto, una strage! Sarei salvo.»
La sua “coscienza” – parola-scheggia che rimbalza e taglia, da Freud a Svevo, a Pirandello – lo «illumina con una luce da proiettore, da fare impazzire». La sua anima – dice lui stesso – «era a doppio, triplo fondo, come il baule di un contrabbandiere».
Essere intellettuali – dunque dubbiosi – non aiuta infatti ad essere fattivi, specie in tempi di faglie e fratture. E’ anzi dannoso, ammette Rubè, processare il mondo e baloccarsi con le parole, come ben sanno i Mattia Pascal, perché il pensiero degenera in psicosi, in vizio causidico, in delirio d’onnipotenza. Cercano di farglielo capire i pochi amici, e soprattutto l’«esangue» e bellissima Eugenia, che sposerà pigramente per scadenza dei termini (del fidanzamento, della parola data, delle illusioni), ma lui si sente assediato dalla palude, vuole un riscatto dalla vita inerte, usare tutta l’intelligenza di cui si reputa invaso, come dono e maledizione. Incarna e sconta lo spirito del tempo. Sino al sacrificio finale, estremo e antieroico, accidentale.
Che personaggio Rubè! E con quale genio Borgese lo raddensa e sviscera a poco a poco, divertendosi lui stesso, con il partecipe sadismo e la sana ambivalenza degli scrittori a radiografarne le anse del cervello, i diverticoli e cavità del pensiero, le ustioni dell’anima, l’affanno del respiro, gli spasmi e i balzi di dopamina. E la goffaggine e la ferocia, tutto mischiato e corroso, la fragilità e il vanto, cupezza e farneticazioni, vigliaccheria e arditezza. Com’è felice nell’autore la lezione dell’amato Dostoevskij, specialmente in quell’infinito accusarsi e giudicarsi cambiando prospettiva, che secondo Bachtin e’ il dono dello scrittore russo, capace di far dialogare i suoi personaggi con se stessi in un tribunale della coscienza impietoso – e guai a chiamarlo monologo!
(Lo dice benissimo, e devo citarlo, il suo grande conterraneo Vitaliano Brancati: «Quando Borgese dice io, per un processo semplice e moralmente candido, Tolstoj, Dostoevskij e Goethe ne rimanevano misteriosamente implicati».)
Com’è vivo questo ragazzo che vuole vivere e vincere nel momento più tragico e instabile della nostra storia, specchiandosi con «gli occhi un po’ cavi e allucinati» nel caos degli opposti furori, tra il serpeggiare dell’ideologia fascista e la seduzione della «guerra sola igiene del mondo», che lo induce ad arruolarsi volontario, con sperdimento e voluttà estetica (e quanta emozione per la divisa, per le armi che non sa utilizzare!). «Raramente aveva conosciuto un tripudio fisico così intero. [...] Si sentiva rotolare, e gli pareva d’avere l’anima girevole e piena d’aria calda, come le gomme delle ruote.»
Rubè vuole imporsi in società, avere soldi, prestigio e successo. Ma non sa essere un avventuriero, per mancanza di energia, coraggio e leggerezza. E? «un avventuriero sventurato» – che teme di fallire persino nel suicidio, «per meritare il ludi- brio che spetta ai finti suicidi»: «E se poi non mi riesce? Il filo si rompe, la rivoltella fa cilecca?», «se la mano trema?». (Qui a me ricorda i deliziosi versi, trionfo di autoironia e disincanto, di Dorothy Parker. Ma il Nostro non e’ un campione di ironia, ha ambizioni tragiche, legge Stendhal. E D’Annunzio, anche se non ce lo dice.) Icastico, chiosa: «il misticismo dell’energia e’ una forma di misticismo della violenza».
E poi non ha alcun talento sociale, e’ rigido e giudicante, auto- censorio e pavido, imploso. «E chi poteva amare se detestava se stesso?» Si innalza e biasima, ferisce e medica, con quell’aria da cospiratore in preda a una crisi di asma.
«Si stupiva del contrasto fra la sua vita interna, violenta e frondosa sino alla soffocazione, e quella vita esterna, di tutti i giorni e di tutte le ore, da umile capitano inabile alle fatiche di guerra, da avvocatuccio fallito, emarginatore di pratiche.»
Per questo, per manifestarsi – anzi per unificarsi – si arruola, parte euforico e furente, perché la guerra gli appare un’espansione di sé, esplosione liberatoria che illumina e rischiara, un teatro di energia primordiale, che rimette in moto società, ruoli e istinti sopiti. Il brivido contro la noia. Una nuova estetica – un’ebbrezza – che spazza via la palude. I giorni dei bombardamenti saranno «i migliori senza paragone della sua vita [...] quasi scorresse etere invece di sangue nelle vene, e i piedi non avessero peso».
Com’è reale e visibile, ovunque, l’organismo di questo ragazzo, ansioso e trafelato, solcato da umori e lampi improvvisi, lacerato dalle fitte al petto, tensioni allo stomaco, bruciori in gola e tremori incontrollati. Questo corpo che suda, gonfia, perde sangue e rabbrividisce, si infiamma di febbre e desiderio, si impenna, svuota e riempie con cupidigia e sgomento, fame e rimorsi.
Un corpo, cioè una biografia, che agglomera in sé, come metonimia, lo sforzo e l’entropia del momento storico, con- vertendo il caos in destino personale, e la propria morte in simbolo epocale.
Un corpo che per questo, nella foga di essere mondo, totalità e presenza, sarà ridotto in pezzi, e calpestato, fuor di metafora, nel fulminante finale. Corpo umiliato da un accidente brutale che sarà poi rivendicato, e celebrato, per colmo di beffa, dagli opposti schieramenti politici, a ribadirne la fungibilità nell’era nuova della massa. (Rube? calpestato a morte dalla folla, una bandiera rossa in una mano e un drappo nero nell’altra, con casuale e simbolica ambivalenza, lascia la pagina ma non il nostro immaginario, tale e’ il crescendo di tensione e pena.)
Forse con qualche amaro presentimento, d’altronde lui detesta la massa (di cui incarna peraltro angustia e velleità piccolo-borghesi), quella massa frenetica e ambigua di Milano che negli stessi anni Bontempelli raccontava con ilare sarcasmo nella Città operosa. E come il suo, anche il corpo delle città attraversate si manifesta e respira nella «vita lenta e dondolata di Roma», nel «cielo pagliettato dall’oro del pomeriggio», «nelle lampade ad arco – a Milano – che s’anemizzavano nella nebbia mucillaginosa». Mentre «le rocce a perpendicolo, nude, scrostate, forate, rosicchiate paiono la dentatura guasta di un mostro ucciso».
Tutto e’ fisiologia del disagio, ha un danno nel profondo, un allarme inceppato. Ma ciò che più lo atterrisce, sino alla follia, e’ la Palude. E lo ripete spesso. La vita come palude, spazio fermo e ristagnante, torbido e torpido. Che ti avvolge e trattiene, invischia e decompone. La palude e’ il suo spettro, la figura del suo delirio, e può dissolversi – pensa – solo con la guerra. La palude e’ anche la sua ignavia, in guerra come in amore. E’ la fuga davanti ai sentimenti e alle responsabilità, quando la «mortifera» moglie aspetta un figlio, quando la vitalissima amante, forse colpevole di un esubero di felicità, annega sotto i suoi occhi mentre lui non tenta un gesto per salvarla.
Bentrovato Rubè. Nel nostro Novecento sei l’antieroe più esatto e completo nel corteo di inetti appesi al bordo della Storia. Così detestabile e infantile, tronfio, volubile e dolente, contraddittorio e masochista che ci leghi e respingi, impietosisci e turbi. La tua vita ci appassiona, la tua morte spiazza. Ci interroga e chiama a deporre.
«Pensava che l’esaurimento fosse un nome decoroso della viltà.»
(E che dire, a proposito, dello splendido dialogo con il sacerdote sul crinale tra destino e scelta?)
Il disagio della (ci)viltà. Gli atti mancati che si fanno gorghi, come il nostos fallito in Sicilia, quando lui ripartirà subito, senza nemmeno vedere la madre. O quando manca l’appuntamento con la moglie (e dunque con la salvezza) perché ottenebrato e distratto, in treno, da una presenza misteriosa e ambigua come la morte – che dunque lo condurrà alla fine.
Ti adesca oggi, Rubè, e ti parla, per la sua difficoltà a orientarsi nello spazio – politico e affettivo – per «l’inettitudine alla felicità» che avverte in «quel sentirsi sempre distaccato e sazio». Per la fragilità truccata da arroganza, e quel talento del fallire che ce lo rende intimo e caro. Perdonabile e odioso, col suo «ribrezzo dell’umanità». Incompatibile e spregiudicato persino con se stesso.
A cent’anni dalla nascita, Rubè e’ vivo come mai, vero e riconoscibile. L’identità molteplice. La nevrosi del premio. Il taglio delle radici. L’incubo della palude.
Con «l’anima sua simile a un anfiteatro dopo lo rappresentazione del circo equestre: un infinito sbadiglio, con cicche di sigarette e bucce di arance.»
Fra cicche, bucce, fari e lustrini oggi lui forse farebbe un selfie. Tu chiamala, se vuoi, Sindrome di Rubè.
Il libro
Rubè di Giuseppe Antonio Borgese, Bur, pagg. 576 euro 13
La sindrome di Rubè
di Elvira Seminara
Torna in libreria per BUR il capolavoro di Giuseppe Antonio Borgese con una prefazione di Elvira Seminara. Che pubblichiamo per gentile concessione dell’editore