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Il nazionalismo di Modi che infiamma l’India

Il primo ministro ha perfezionato le tecniche populiste e della post-verità. L’idea di rinominare il Paese con un termine puramente indù come “Bharat” è un attacco agli altri credi religiosi
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Un re si fa tranquillamente il bagno in uno dei suoi fiumi quando si avvicina una cerva gravemente ferita che sta per partorire. Spinto dalla compassione, il re adotta il cerbiatto appena nato. Ne fa la sua mascotte e gli si affeziona con una tale passione che, molti anni dopo, nel momento della propria morte, l’ultimo sentimento che prova è l’affetto sconfinato per questo animale. Ecco perché il leggendario re Bharata, il primo sovrano che riuscì a unire tutta l’India sotto il suo dominio, si sarebbe reincarnato in un cervo.

Narendra Modi

 

Siamo qui nel mondo del mito e della leggenda. E anche della realtà. Bharata, il nome di questo re, deriva da Bharat, il nome sanscrito dell’India, che letteralmente significa “le terre del re Bharata”. Bharat è il nome che il primo ministro indiano Narendra Modi vorrebbe dare al suo Paese. Ci sono molti modi di praticare il populismo e questo ne è un e…

Un re si fa tranquillamente il bagno in uno dei suoi fiumi quando si avvicina una cerva gravemente ferita che sta per partorire. Spinto dalla compassione, il re adotta il cerbiatto appena nato. Ne fa la sua mascotte e gli si affeziona con una tale passione che, molti anni dopo, nel momento della propria morte, l’ultimo sentimento che prova è l’affetto sconfinato per questo animale. Ecco perché il leggendario re Bharata, il primo sovrano che riuscì a unire tutta l’India sotto il suo dominio, si sarebbe reincarnato in un cervo.

Narendra Modi

 

Siamo qui nel mondo del mito e della leggenda. E anche della realtà. Bharata, il nome di questo re, deriva da Bharat, il nome sanscrito dell’India, che letteralmente significa “le terre del re Bharata”. Bharat è il nome che il primo ministro indiano Narendra Modi vorrebbe dare al suo Paese. Ci sono molti modi di praticare il populismo e questo ne è un esempio. Serve ad esibire potere, ad alimentare narrazioni che demonizzano il passato recente del Paese e a commemorare il sempre glorioso passato remoto. Servono anche a creare dibattiti che distraggono l’opinione pubblica dai fallimenti quotidiani che spesso gravano sui governi. Così la Persia è diventata Iran, la Birmania è diventata Myanmar, la Cecoslovacchia è diventata Repubblica Ceca e più recentemente Cechia, il Venezuela è diventato Repubblica Bolivariana del Venezuela, e via dicendo.

Vale la pena notare che il nome del partito politico di Modi è Bharatiya Janata Party, il Partito del Popolo di Bharat o, in altre parole, il Partito del Popolo Indù. Il fatto è che tutta questa famiglia di parole – Bharata, Bharat, Bharatiya – ha la stessa origine religiosa: provengono tutte dalle sacre scritture dell’induismo, a partire dal Mahabharata, qualcosa di simile al vecchio testamento di questa religione, che non è altro che l’epopea del regno di Bharat.

Ed ecco il problema: l’India di oggi, il Paese più popoloso del mondo, è una nazione molto più diversificata di quanto non fosse ai tempi della leggenda. Conta ben 950 milioni di induisti, che costituiscono la base di sostegno del nazionalismo indù di Modi. Ma ospita anche 170 milioni di musulmani – più dell’Iran e dell’Arabia Saudita messi insieme – oltre a 28 milioni di cristiani, 20 milioni di sikh, 8 milioni di buddisti e numerosi gruppi minori. Cercare di imporre un termine puramente religioso come Bharat per designare l’intero Paese è un atto aggressivo di populismo sciovinista. Ignorare l’identità nazionale degli oltre 200 milioni di cittadini non indù dell’India è una provocazione pericolosa.

E non c’è da stupirsi, perché lo sciovinismo religioso è stato la moneta corrente di Modi fin dall’inizio della sua carriera.

Nel 2002, quando una serie di disordini tra comunità religiose sconvolse lo Stato del Gujarat, l’allora governatore Modi non si mosse mentre più di mille musulmani venivano uccisi da orde di indù inferociti. La lezione che Modi trasse da questa tragedia si manifestò nel suo comportamento politico: quanto più si mostrava spietato nei confronti della minoranza musulmana, più mieteva vittorie elettorali.

Il governo del BJP guidato da Modi non ha mai smesso di infiammare le tensioni religiose come metodo per rimanere al potere. Tramite un gigantesco apparato di social media, il BJP e le organizzazioni ad esso affini si dedicano a fomentare le tensioni tra le comunità religiose ogni volta che si profilano delle elezioni. Catene di WhatsApp diffondono post esplosivi su abusi sessuali perpetrati da pedofili musulmani ai danni di bambine indù e, naturalmente, sottolineano il vorace appetito dei musulmani per la vacca, considerata sacra dall’induismo.

Il revanscismo indù non attacca solo l’Islam. A giugno, agenti indiani sotto copertura hanno ucciso in pieno giorno, in un tranquillo sobborgo di Vancouver, in Canada, Hardeep Singh Nijjar, un noto leader della comunità Sikh. Le accuse del governo canadese di fronte a questo oltraggio hanno creato un incidente diplomatico globale, creando tensioni senza precedenti tra l’India e Paesi occidentali fino a poco tempo prima amici.

Modi ha perfezionato le tecniche del populismo, della polarizzazione e della post-verità e continua a usarle per aggrapparsi al potere. Pretendere di rinominare l’India con un termine puramente indù come Bharat rientra perfettamente in questo modello di comportamento che sta mettendo in pericolo l’eredità democratica lasciata da Gandhi.

E tutto questo in nome del re Bharata, che voleva solo prendersi cura di un cerbiatto.

Traduzione di Luis E. Moriones

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