Le stragi di Hamas e il sottile confine tra soldato e assassino che si chiama civiltà
di Antonio ScuratiEsiste una differenza tra soldato e assassino. Li separa una linea sottile eppure netta, cruciale, decisiva. A tracciarla non è una supposta natura umana ma il vomere che segna il confine tra civiltà e barbarie. Il vomere che lo traccia e il fucile che lo difende.
Questa affermazione sarebbe apparsa ovvia fino a qualche tempo fa. Ora non lo è più. Non lo è più da quando in Occidente si sono diffuse forti correnti intellettuali le quali, spingendo all’eccesso il senso critico che è il motore stesso della nostra civilizzazione, hanno sottoposto a una radicale e spesso sconsiderata revisione i concetti e i valori positivi che ne sono fondamento. I massacri compiuti da Hamas ci riportano alla terribile realtà.
Abbiamo letto in questi giorni accorate invocazioni alla “comune umanità”, affermazioni secondo le quali gli eccidi di bambini assassinati e decapitati nelle loro case ci interpellerebbero in quanto “esseri umani”. Capisco l’emozionalità suscitata dall’orrore ma non è così. È …
Esiste una differenza tra soldato e assassino. Li separa una linea sottile eppure netta, cruciale, decisiva. A tracciarla non è una supposta natura umana ma il vomere che segna il confine tra civiltà e barbarie. Il vomere che lo traccia e il fucile che lo difende.
Questa affermazione sarebbe apparsa ovvia fino a qualche tempo fa. Ora non lo è più. Non lo è più da quando in Occidente si sono diffuse forti correnti intellettuali le quali, spingendo all’eccesso il senso critico che è il motore stesso della nostra civilizzazione, hanno sottoposto a una radicale e spesso sconsiderata revisione i concetti e i valori positivi che ne sono fondamento. I massacri compiuti da Hamas ci riportano alla terribile realtà.
Abbiamo letto in questi giorni accorate invocazioni alla “comune umanità”, affermazioni secondo le quali gli eccidi di bambini assassinati e decapitati nelle loro case ci interpellerebbero in quanto “esseri umani”. Capisco l’emozionalità suscitata dall’orrore ma non è così. È peggio di così, è più difficile di così, è più drammatico di così: giunti di fronte all’estremo, non esiste nessuna Umanità cui fare appello. Quegli orribili eccidi ci interrogano non in quanto esseri umani ma in quanto esseri umani civilizzati.
La differenza tra soldato e assassino non esiste in natura, è culturalmente costruita; soprattutto, non appartiene a tutte le culture ma è il risultato del lungo, lento, sempre precario processo attraverso il quale la cultura europea ha costruito nel corso dei secoli la propria idea di civilizzazione come perfezionamento graduale dell’umanità.
Da sempre i guerrieri mozzano ed esibiscono le teste dei nemici, da sempre ne stuprano le donne, da sempre ne uccidono i figli bambini. Anche i nostri antenati lo fecero. Anche i nostri antenati – soprattutto i popoli di stirpe germanica – elessero a modello il guerriero belluino, la cui forza consisteva proprio nello scatenamento di una ferocia bestiale capace, nel corso del combattimento, di renderlo simile a una belva. Sono soltanto il cristianesimo e l’ideale cavalleresco ad avviare in Europa occidentale un processo di civilizzazione, durato secoli, alla cui scaturigine sta la separazione tra soldato e assassino. Come ci insegnò Norbert Elias, la “curializzazione del guerriero”, cioè il suo ingentilimento, il suo addomesticamento alla “civiltà delle buone maniere” dopo la fine delle guerre di religione, fu una tappa fondamentale di questo lungo lavorio storico della nostra cultura.
Noi siamo quelli che non mozzano le teste dei nemici, non ne stuprano le donne, non ne uccidono i figli bambini. Soltanto dopo secoli e millenni di ferocia belluina, noi europei ci siamo riconosciuti in queste affermazioni identitarie.
Si tratta, inoltre, di una conquista mai definitiva, smentita moltissime volte dalla nostra storia, anche recente (la “barbarie” tecnologica nazi-fascista in pieno Novecento rappresenta, purtroppo, tra le tante, soltanto la più enorme delle smentite). Eppure, per quante volte la realtà dei conflitti armati lo abbia smentito, si tratta indubbiamente di un’ideale regolativo che ha modificato in profondità il nostro comportamento in guerra, fino al punto di rappresentare un potente fattore identitario. Il consolidamento delle democrazie liberali ha, infine, contribuito fortemente a rafforzare quell’ideale colmando significativamente il divario che lo aveva separato troppo spesso dalla realtà.
Ora molti di noi si sentono assediati, presi in una tenaglia tra guerra in Ucraina ed ennesima guerra in Medio Oriente. È vero, infatti, che mai come in questo caso la maggioranza di noi, inermi, pacifici, protetti cittadini dell’Europa occidentale si è sentita prossima ai cittadini d’Israele, quasi che l’orrore abissale ce li abbia resi fratelli dopo decenni di critiche e distinguo. Ci sentiamo assediati da nemici mortali proprio perché ostentatamente alieni alla distinzione tra soldato e assassino, tra combattente e torturatore, tanto al confine tra Gaza e Israele quanto in quello tra Russia e Ucraina. È una psicosi da assedio che dura, a corrente alternata, almeno da quando il secolo cominciò l’Undici di settembre del 2001. Sin da allora la propaganda bellica statunitense innalzò a mo’ di bandiera la contrapposizione tra guerra e terrorismo. Ricordate le headline delle televisioni all news che proclamavano War vs. Terror? Non si limitavano a dire che si preparava una guerra contro il terrorismo ma che la guerra stessa, se combattuta in piena luce mediatica secondo i canoni della civiltà occidentale, sarebbe stata l’antitesi della abietta, oscura violenza terroristica.
Quei proclami non impedirono agli Stati Uniti, e ai loro alleati, di combattere una guerra profondamente sbagliata e dannosa in Iraq nel 2003, così come l’appartenenza di Israele alla civilizzazione europea non ha impedito allo Stato ebraico di trasgredirne molte volte limiti e valori fondanti.
Eppure, al di là dello choc emotivo del momento, l’unica strada che possiamo percorrere senza smarrirci del tutto, è quella che conduce a ribadire i valori positivi della nostra civilizzazione fin dentro la guerra e, dunque, purtroppo, a prepararci a combattere ancora e ancora ma rimanendo fedeli ad essa.
Tutto ciò comporta un enorme onere morale e materiale. Dobbiamo deporre alcuni sogni della nostra giovinezza riconoscendo, innanzitutto, che il pacifismo assoluto, figlio di due apocalittiche guerre mondiali, si è rivelato, alla lunga, un’illusione nociva; dobbiamo tornare a concepire una cultura della guerra “civile”, come fecero i nostri nonni quando combatterono il nazi-fascismo; dobbiamo, soprattutto, noi europei d’Occidente, approntare al più presto una potente forza armata comunitaria che ci consenta in un prossimo futuro, non certo di esportare la nostra idea di civiltà democratica sulla punta delle baionette, ma di difendere il confine tra soldato e assassino quando venga attaccato. Ossia, il nostro confine.
Ci siamo a lungo illusi di poter ripudiare la guerra in quanto tale. È stato un nobile ideale ma, spesso, nella sua ombra è cresciuta la pianta di una torbida, sanguinosa, sciagurata ipocrisia. Il meglio che si possa fare per il nostro futuro prossimo è di preparaci alla guerra, se necessaria, da soldati civilizzati.
Questo significherebbe anche, e forse soprattutto, metterci nella condizione di rimanere neutrali quando fossimo chiamati a un conflitto in cui non ci riconosciamo. Si tratta nientemeno che di farci legittimi eredi della parte migliore della nostra storia, ribadendo che noi siamo quelli che non mozzano teste, non stuprano, non uccidono bambini. Ma, se necessario, combattono.