Istituita nel 1956, la Corte costituzionale conosce fra il 2017 e il 2022 una profonda trasformazione nei rapporti con la società civile. In quei cinque anni i sei presidenti che si sono succeduti — Paolo Grossi, Giorgio Lattanzi, Marta Cartabia, Mario Morelli, Giancarlo Coraggio, Giuliano Amato — hanno realizzato una “discesa in campo” della Corte dal punto di vista della comunicazione, grazie anche alla responsabile dell’Ufficio Stampa, Donatella Stasio, che firma insieme ad Amato il libro che racconta l’intera vicenda: Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società (Feltrinelli).
Comunicati e conferenze stampa per spiegare le decisioni a un pubblico di non addetti ai lavori e quindi ignaro del tecnicismo e del formalismo attraverso cui passa il ragionamento giuridico; incontri con uomini e donne di cultura; film e podcast per documentare il lavoro svolto e le iniziative assunte; apertura delle udienze a soggetti anche non direttamente coinvolti nel dibatt…
Istituita nel 1956, la Corte costituzionale conosce fra il 2017 e il 2022 una profonda trasformazione nei rapporti con la società civile. In quei cinque anni i sei presidenti che si sono succeduti — Paolo Grossi, Giorgio Lattanzi, Marta Cartabia, Mario Morelli, Giancarlo Coraggio, Giuliano Amato — hanno realizzato una “discesa in campo” della Corte dal punto di vista della comunicazione, grazie anche alla responsabile dell’Ufficio Stampa, Donatella Stasio, che firma insieme ad Amato il libro che racconta l’intera vicenda: Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società (Feltrinelli).
Comunicati e conferenze stampa per spiegare le decisioni a un pubblico di non addetti ai lavori e quindi ignaro del tecnicismo e del formalismo attraverso cui passa il ragionamento giuridico; incontri con uomini e donne di cultura; film e podcast per documentare il lavoro svolto e le iniziative assunte; apertura delle udienze a soggetti anche non direttamente coinvolti nel dibattimento; e soprattutto viaggi, attraverso i quali la Corte ha voluto comprendere (e farsene comprendere) gli studenti delle scuole, i carcerati, i cittadini. Incontri in cui entra in gioco non solo il sapere ma anche il coinvolgimento emotivo — le due visite al carcere minorile di Nisida emergono con particolare evidenza.
L’obiettivo non era quello, paternalistico, di tenere lezioni di educazione civica, di realizzare una sorta di catechismo costituzionale; né quello propagandistico di ricercare auto-promozione. E nemmeno di prendere posizioni politiche contingenti, come pure si è temuto o fatto credere — la lotta contro alcuni fraintendimenti di stampa è vivacemente documentata. In questo caso la comunicazione era sostanza, non forma; era un’assunzione di responsabilità. Uno sforzo di rendere la costituzione presente e operante, di darle voce, secondo l’intuizione di Calamandrei; ovvero, di far uscire la Corte dalla torre d’avorio, perché una Corte isolata e imbalsamata non svolge il ruolo storico-politico che le compete.
Si trattava insomma di far capire non in astratto, dottrinariamente, ma concretamente, attraverso decisioni in presa diretta con la vita vissuta, che le Corti costituzionali sono il completamento dell’architettura della politica moderna perché alla sovranità popolare e alla separazione dei poteri aggiungono il controllo di costituzionalità delle norme: neppure il potere del popolo, e del parlamento che lo rappresenta, è onnipotente. La maggioranza politica ha il diritto di legiferare, di esprimere il governo, ma non di controllare l’ordine giudiziario, e soprattutto non può violare lettera e spirito della Costituzione. Questo limite al potere del popolo non è antidemocratico — benché in passato sia stato visto con qualche diffidenza dai democratici più radicali: è anzi a difesa della democrazia liberale, che non tollera squilibri dei poteri e che non affida i diritti, di cui si nutre, al momento elettorale.
La Corte è un organo di garanzia, esterna al circuito della politica e alla ricerca del consenso. Si occupa di leggi la cui origine è politica, ma con uno spirito non politico-partitico quanto piuttosto giuridico; e al tempo stesso deve cercare di non ragionare solo in termini legalistici e formalistici, ma di istituire un rapporto positivo, alla luce della Costituzione, fra la legge e la molteplicità dei casi concreti a cui la legge si applica. Il difficile equilibrio del lavoro della Corte dovrebbe convincere i cittadini che la Costituzione può essere la bussola delle loro vite, e spesso l’ancora di salvezza dei loro diritti. Solo se suscita questa fiducia la Corte è “custode della Costituzione” in senso pieno.
Quell’apertura comunicativa — quel mettere la Costituzione in comune — è stata parallela a un coinvolgimento della Corte in una serie di questioni gravi, divisive e appassionanti: suicidio assistito, ergastolo ostativo, i diritti dei bambini nelle “famiglie arcobaleno”, la maternità surrogata, sono solo alcuni casi, particolarmente intricati, in cui la vita vera reclama un principio ordinativo, che una giurisprudenza costituzionale riesce a dare con la fatica del ragionamento e con l’empatia del sentimento, o almeno dell’umana sensibilità.
Nell’attenzione a contemperare vita e diritto la Corte — che non fa leggi — ha voluto mostrarsi attenta a non lasciare che i conflitti e le richieste di nuovi diritti che emergono nella società restino senza risposta e imbarbariscano; mentre la politica, a cui la Corte demanda con insistenza la soluzione positiva delle questioni, spesso non riesce a legiferare, in una sfera pubblica lacerata. Il sapere giuridico che discerne e comunica, che comprende e si fa comprendere, che si confronta da vicino, quasi con umiltà, con le durezze del vivere (e del morire), che tiene fermi i principi e si sporge sui casi concreti, che ragiona sottilmente ma vive la medesima vita della società, è allora non tanto un sostituto della politica — che è insostituibile — quanto un operoso atto di fiducia: la ragione e l’umanità hanno ancora uno spazio, una possibilità, nel contesto doloroso e rovinoso del nostro presente.
Certo, in un’Europa in cui avanzano a grandi passi pensieri post-democratici e pratiche plebiscitarie, e in cui l’indipendenza della giurisdizione è, in alcuni Paesi, a rischio, il lavoro delle Corti non può, da solo, essere risolutivo. Eppure quel lavoro svolge una funzione in senso lato politica: contribuisce a difendere un’idea di civiltà, a infondere energia nella democrazia esausta e minacciata.