La storia e la cronaca ci insegnano che talvolta gli uomini, con il tempo, accumulano un potere che si può rivelare eccessivo. Un potere fatto di conoscenze personali, di crediti morali (e non solo) per favori accordati, di influenza diretta e indiretta sugli avvenimenti e sulle persone. In molti stati democratici questo problema viene risolto attraverso l’introduzione di un limite al numero dei mandati politici: negli Stati Uniti un presidente può essere eletto due volte, ma dopo otto anni deve ritirarsi forzatamente a vita privata. Nelle dittature la questione è molto diversa: il terribile regno di Stalin nell’Unione Sovietica terminò solo quando il dittatore georgiano passò a miglior vita. Ma terminò, perché Stalin era potentissimo ma non immortale.
Insomma, un antidoto al troppo potere è intrinsecamente costituito dal fatto che anche l’uomo più potente del mondo è mortale, e a un certo punto morirà. Pensateci un attimo e sarete d’accordo sul fatto che è un antidoto molto efficac…
La storia e la cronaca ci insegnano che talvolta gli uomini, con il tempo, accumulano un potere che si può rivelare eccessivo. Un potere fatto di conoscenze personali, di crediti morali (e non solo) per favori accordati, di influenza diretta e indiretta sugli avvenimenti e sulle persone. In molti stati democratici questo problema viene risolto attraverso l’introduzione di un limite al numero dei mandati politici: negli Stati Uniti un presidente può essere eletto due volte, ma dopo otto anni deve ritirarsi forzatamente a vita privata. Nelle dittature la questione è molto diversa: il terribile regno di Stalin nell’Unione Sovietica terminò solo quando il dittatore georgiano passò a miglior vita. Ma terminò, perché Stalin era potentissimo ma non immortale.
Insomma, un antidoto al troppo potere è intrinsecamente costituito dal fatto che anche l’uomo più potente del mondo è mortale, e a un certo punto morirà. Pensateci un attimo e sarete d’accordo sul fatto che è un antidoto molto efficace.
Qualcosa di simile avviene per le cellule del nostro corpo che possono acquistare potere accumulando mutazioni pericolose che, alla lunga, le spingerebbero verso il traguardo del cancro. Anche in questo caso la natura ha trovato l’antidoto: le cellule sono mortali. Forse non lo sapete, ma, pure in laboratorio, le cellule umane si possono replicare solo circa quaranta volte. Non è poco, perché significa che ognuna di esse può dare origine a mille miliardi di cellule, ma nemmeno troppo, perché se una di queste cellule comincia ad accumulare mutazioni pericolose avviandosi verso la ribellione incontrollata, la morte la toglierà di mezzo risolvendo elegantemente il problema.
La conseguenza di questa osservazione scientifica è che, all’interno di ogni cellula, deve esserci un contatore che tiene nota del numero di replicazioni e che, una volta arrivato a quaranta, interrompe dapprima la replicazione cellulare e poi innesca il processo di morte. A questo punto, però, a qualcuno di voi sarà giustamente venuto in mente un pensiero: se le cellule si possono replicare quaranta volte e poi muoiono, come possiamo esistere? Ovviamente nel nostro organismo c’è un sistema che permette ad alcuni tipi cellulari di non rientrare tra le cellule mortali. L’esempio più scontato è costituito dalle cellule germinali, ovuli e spermatozoi: se non potessero essere prodotte per tutti i decenni di vita fertile, ci saremmo estinti.
Bisogna poi precisare che la replicazione delle cellule che vi abbiamo descritto, raccontando come si ripara la ferita, è stata molto semplificata. In realtà ci sono delle cellule, dette “staminali”, che si possono replicare a comando anche ben più di quaranta volte e costituiscono una riserva che dà origine, in caso di bisogno, alle nuove cellule che vanno a riparare i tessuti. Sicuramente delle cellule staminali avete sentito parlare e ora capite perché: averle a disposizione potrebbe essere di importanza fondamentale per rigenerare gli organi troppo danneggiati, non più in grado di ripararsi autonomamente.
Tornando al nostro discorso, è dunque chiaro che per esigenze superiori alcune cellule devono essere escluse dalla “regola delle quaranta replicazioni” e devono potere vivere molto più a lungo. Penso che abbiate già capito dove stiamo andando a finire. Derivando dall’ovulo fecondato e avendone lo stesso Dna, tutte le cellule del nostro corpo posseggono le istruzioni per prepararsi autonomamente la pozione dell’immortalità, ma questa formula è sottoposta a un rigidissimo controllo: se tutto funziona come deve, potranno conoscerla solo quelle pochissime cellule che devono essere immortali per garantire un corretto funzionamento del nostro organismo.
Ma, ahimè, quel controllo è esercitato dai geni, che possono essere alterati dalle mutazioni. Le cellule cancerose possono produrre un numero altissimo di mutazioni quando si moltiplicano. Se una cellula tumorale, casualmente, per sua fortuna e nostra sfortuna, si troverà ad avere proprio quelle mutazioni che le forniscono la chiave della cassaforte che custodisce la ricetta della pozione dell’immortalità, sono guai.
Quando una cellula cancerosa diventa immortale, lo capite benissimo, ha compiuto un importante salto di qualità nel suo progetto di ribellione nei confronti dell’organismo al quale appartiene. Per tornare all’esempio delle dittature, immaginate se Stalin avesse trovato la pozione dell’immortalità: forse oggi starebbe ancora governando l’Unione Sovietica. La nostra cellula cancerosa ha fatto un passo decisivo verso il successo, perché è diventata simile a una cellula staminale: non deve più morire e il limite alla sua replicazione dovrà trovarlo altrove.
Ma non è certo che lo troverà.
Il libro
Match point. Come la scienza sta sconfiggendo il cancro di Roberto Burioni (La nave di Teseo, pagg. 240, euro 19)