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A che cosa servono i poeti

Valentino Zeichen

 

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A Roma, alle pendici di Villa Borghese, nascerà una struttura proprio dove abitò Valentino Zeichen. Morto, come tanti suoi colleghi, in totale povertà
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Una bella notizia: Roma, in pieno centro, nel Borghetto Flaminio alle pendici di villa Borghese, avrà una Casa del poeta, là dove per oltre mezzo secolo ha vissuto e operato Valentino Zeichen. Un grande poeta «dandy e paradossale» (Valerio Magrelli), autore di testi importanti come Gibilterra e Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio. Ciò grazie al fatto che l’intera area sta per essere restituita alla città in virtù della collaborazione tra l’amministrazione di Roma (gli assessori Miguel Gotor, Maurizio Veloccia e Tobia Zevi), la facoltà di Architettura dell’università Sapienza e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio.

?In questo quadro di valorizzazione su un progetto della figlia di Zeichen, Marta, un posto speciale avrà la Casa del poeta, per la quale la Soprintendenza garantirà la tutela e la salvaguardia, attraverso un vincolo demoetnoantropologico. Una formula sottilmente esoterica, che tuttavia costituisce un dispositivo assai chiaro: la cura di quello che viene …

Una bella notizia: Roma, in pieno centro, nel Borghetto Flaminio alle pendici di villa Borghese, avrà una Casa del poeta, là dove per oltre mezzo secolo ha vissuto e operato Valentino Zeichen. Un grande poeta «dandy e paradossale» (Valerio Magrelli), autore di testi importanti come Gibilterra e Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio. Ciò grazie al fatto che l’intera area sta per essere restituita alla città in virtù della collaborazione tra l’amministrazione di Roma (gli assessori Miguel Gotor, Maurizio Veloccia e Tobia Zevi), la facoltà di Architettura dell’università Sapienza e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio.

?In questo quadro di valorizzazione su un progetto della figlia di Zeichen, Marta, un posto speciale avrà la Casa del poeta, per la quale la Soprintendenza garantirà la tutela e la salvaguardia, attraverso un vincolo demoetnoantropologico. Una formula sottilmente esoterica, che tuttavia costituisce un dispositivo assai chiaro: la cura di quello che viene considerato un bene immateriale facente parte del patrimonio dell’umanità.

?È una bella notizia, dicevo, perché offrire nel centro di Roma uno spazio dedicato alla poesia non è solo un modo per celebrare le lettere e l’arte del verso: è, può essere, un’opportunità per riconoscere un ruolo alla creazione poetica all’interno della vita quotidiana e delle relazioni sociali. La poesia come un ristoro condiviso e un bene pubblico, che non significa dello Stato, per carità, bensì nella disponibilità di tutti e che contribuisce allo sviluppo della capacità umana di cogliere il bello e di goderne. Che è, anch’esso, un diritto fondamentale e una qualità unica e irripetibile dell’identità della persona. Insomma, la domanda è sempre quella: a che cosa servono i poeti? Ma è bene, penso, che questo antico interrogativo resti senza risposta. A ispirare tutto questo è la memoria di Valentino Zeichen.

?La costruzione in questione è parte di alcune unità abitative edificate abusivamente, dove Zeichen si insediò a partire dagli anni Sessanta, facendone la propria casa, e rimanendovi fino alla morte in condizioni di precarietà e di povertà. Un’abitazione circondata da un bosco e immersa nel silenzio, assai prossima alla consolare di via Flaminia e a piazza del Popolo. Gli spazi della Casa del poeta dovrebbero essere costituiti dall’abitazione privata di Zeichen col suo arredamento originario, dal giardino destinato alla lettura, da una biblioteca, da un piccolo auditorium e da un bar ristoro.

L'abitazione di Valentino Zeichen al Borghetto Flaminio a Roma

 

?Tutto questo è ancora interamente da realizzare, perché la casa oggi è ancora quella che il suo abitante definiva «una baracca». Ma, intanto, si stanno compiendo i primi e indispensabili passi. Si tratta di altrettanti segnali che mostrano una certa attenzione istituzionale tutt’altro che scontata nei confronti della cultura in generale e di quella che sembra essere la sua manifestazione più negletta: la poesia.

?Mi spiego partendo da una esperienza personale. Quando già Zeichen era gravemente malato, io di lui conoscevo solo le raccolte poetiche, ma fui sollecitato dai suoi amici e dalla figlia perché mi adoperassi al fine di ottenere il cosiddetto “vitalizio Bacchelli”. Un modesto sussidio previsto da una legge del 1985 per quei cittadini che «abbiano illustrato la patria». La procedura per l’assegnazione del vitalizio fu lunga e macchinosa e decidemmo di affrontarla, nonostante ignorassimo quale potesse essere la reazione dello stesso Zeichen, uomo non facile, fiero e ostile a ogni compromesso. Ma nelle mie intenzioni si trattava di un atto di responsabilità e di gratitudine da parte delle istituzioni in ragione della sua intensa attività artistica: una sorta di gesto unilaterale e di riconoscimento della sua qualità letteraria.

Giancarlo Majorino

 

?Infine, il consiglio dei ministri deliberò a favore del provvedimento, ma il poeta ne poté beneficiare solo per alcuni mesi. Ancora più drammatica fu la successiva vicenda di Giancarlo Majorino, una delle voci poetiche più limpide e forti degli anni Sessanta e Settanta. Il 20 maggio del 2021 ricevetti una telefonata da Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che si felicitava con me perché dopo una iniziativa che andava avanti ormai da due anni, proprio quella mattina il consiglio dei ministri aveva deliberato a favore della concessione del vitalizio per Majorino. Dovetti dirgli che il poeta milanese era morto appena alcune ore prima. Stessa sorte toccò a Dario Bellezza, deceduto il 31 marzo del 1996, che ricevette il sussidio per pochi mesi.

Paolo Volponi

 

?Devo dire che in altre e fortunatamente numerose circostanze l’impegno per ottenere il vitalizio è andata a buon fine (Alda Merini, Elio Fiore, Anna Maria Cascella…), ma ogni volta è stata una impresa davvero improba. La procedura si è rivelata estremamente complessa e faticosa, sottoposta a mille rinvii, ritardi, ostacoli. Come se la pesantezza e la torpidezza della macchina dello Stato, pur relativa a un provvedimento di così ridotta entità economica e di così lineare intenzionalità politica, si rivelassero troppo gravose e lente per la delicatezza e la fragilità della sostanza poetica e della stessa vita fisica dei destinatari.

?Per quanto mi riguarda, tutto ebbe inizio quando, nel 1995 Paolo Volponi mi fece conoscere l’esistenza del Fondo Bacchelli e mi assegnò imperiosamente il compito di seguire la vicenda di Alda Merini. Gliene sono ancora grato anche se, dopo quasi trent’anni, devo riconoscere che il suo asperrimo scetticismo nei confronti delle istituzioni pubbliche e della loro mancata sensibilità verso la cultura non può che essere confermata. Quello di Roma è il piccolo segnale di una possibile inversione di tendenza?

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