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Salman Rushdie alla Fiera di Francoforte: “Sono pieno di orrore per l’attacco di Hamas. Spero che la guerra finisca”

Salman Rushdie durante la conferenza stampa alla Fiera dell'editoria di Francoforte 

 (afp)

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Lo scrittore globale appare in pubblico ancora provato per l’attentato del 12 agosto, ma risponde anche sul conflitto arabo-israeliano. E sul caso di Adania Shibli: va premiata subito. Poi ricorda Calvino
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FRANCOFORTE

A un certo punto la porta si apre. Macchine fotografiche in alto, ressa per vedere. Poi una risata. Non è Salman Rushdie, è un custode della Illusion Room dove più di cento giornalisti da tutto il mondo sono arrivati per assistere alla conferenza stampa della star indiscussa della Fiera di Francoforte. Un’illusione appunto.

Ai cronisti è stato chiesto dagli organizzatori della Buchmesse di presentarsi la mattina presto per via delle misure di sicurezza. Da quando si è ripreso dai postumi dell’attentato, lo scrittore globale (libri tradotti in 40 lingue) si è presentato in pubblico solo un paio di volte, la prima a sorpresa lo scorso maggio a New York a un evento organizzato dal Pen America.

La porta si apre di nuovo. Stavolta è lui. Cala un silenzio emozionato. Rushdie cammina lento, si concede ai fotografi docile. Sembra più piccolo e più magro. L’occhio che ha perso dopo l’attentato del 12 agosto 2022, quando l’americano-libanese Hadi Matar lo ha accoltellato, è protetto…

FRANCOFORTE

A un certo punto la porta si apre. Macchine fotografiche in alto, ressa per vedere. Poi una risata. Non è Salman Rushdie, è un custode della Illusion Room dove più di cento giornalisti da tutto il mondo sono arrivati per assistere alla conferenza stampa della star indiscussa della Fiera di Francoforte. Un’illusione appunto.

Ai cronisti è stato chiesto dagli organizzatori della Buchmesse di presentarsi la mattina presto per via delle misure di sicurezza. Da quando si è ripreso dai postumi dell’attentato, lo scrittore globale (libri tradotti in 40 lingue) si è presentato in pubblico solo un paio di volte, la prima a sorpresa lo scorso maggio a New York a un evento organizzato dal Pen America.

La porta si apre di nuovo. Stavolta è lui. Cala un silenzio emozionato. Rushdie cammina lento, si concede ai fotografi docile. Sembra più piccolo e più magro. L’occhio che ha perso dopo l’attentato del 12 agosto 2022, quando l’americano-libanese Hadi Matar lo ha accoltellato, è protetto da una lente scura, come nelle ultime fotografie.

Nessun applauso. Si inizia. Una breve introduzione di Karin Schmidt-Friderichs, presidente della fondazione che gli ha assegnato il Peace Prize per ricordare la motivazione del premio che verrà consegnato domenica nella chiesa di St. Paul: «Nei suoi libri ci sono le dittature e la violenza, ma anche lo spirito di resistenza degli esseri umani».

Per 45 minuti Rushdie risponde con umorismo, gentilezza e una certa accortezza. Lo scrittore simbolo della libertà di espressione, condannato a una vita molto complicata dopo la fatwa di Khomeini nel 1989, sembra ancora sotto shock: «Sono fortunato a essere vivo». La voce è flebile, sottile, non ci fosse il microfono sparirebbe.

Sul tentato omicidio, che racconterà come ricorda in un libro che uscirà in aprile intitolato Coltello, non si dilunga: «Sapevo che poteva succedere prima o poi». Ringrazia però i medici che gli hanno salvato la vita con un’operazione durata otto ore e mezza e che lo hanno curato in una clinica in Pennsylvania. La guerra in Medio Oriente è tra le prime cose di cui si parla: «L’attacco di Hamas mi riempie di orrore e mi preoccupa la risposta di Netanyahu». Poi l’augurio che il conflitto termini: «Non ho un’opinione particolarmente originale. Sono contrario alla guerra nel suo complesso. Penso che in una guerra muoiano persone innocenti, oltre al fatto che muore anche la verità. Per questo spero che le ostilità cessino presto».

Con stile provoca la Fiera quando gli viene chiesto se è d’accordo con l’annullamento del premio, che avrebbe dovuto tenersi proprio ieri, alla scrittrice palestinese Adania Shibli: «Non conosco il suo lavoro. Dovrei, ma non lo conosco. So però che è stato accolto bene in molti posti. Le sono vicino per quello che le è successo. Si è detto che il premio non veniva cancellato ma posticipato, spero non sia un eufemismo. La cosa migliore che si può fare è riorganizzare la premiazione il prima possibile. Forse domani». Usa cautela. Nel 2015 un suo discorso alla Buchmesse provocò la reazione dell’Iran che abbandonò Francoforte. Oggi in realtà gran parte degli editori arabi hanno già lasciato vuoti gli stand, quindi dovrebbe filare liscia.

Rushdie è guardingo. Anche la sua fisicità è rigida dietro la cattedra spoglia. Non cade nella trappola dell’odio che chiama odio. La letteratura, spiega, «serve a mostrare la complessità del mondo». E a un giornalista svedese che gli chiede che cosa pensi del Corano bruciato fuori da una moschea a Stoccolma, propone la famosa affermazione di Heinrich Heine, «là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche le persone». Poi un riferimento alla storia tedesca e ai roghi «ai quali sappiamo che cosa è seguito».

Sbuffa invece contro l’imbavagliamento del politicamente corretto: «Un mondo in cui solo le donne possono scrivere di donne e solo gli indiani possono scrivere di indiani e solo gli etero possono scrivere di etero significa la morte dell’arte». Mai piegare la letteratura a uno scopo: «Una delle sue grandi gioie è che non deve essere utile. A che cosa servono Alice nel Paese delle Meraviglie o Mrs Dalloway? Non mi piacciono i libri che mi dicono che cosa pensare, ma quelli che mi fanno pensare».

Sembra stanco, le domande si avvitano comprensibilmente sulla crisi politica. Lo scrittore indica i due nemici di oggi, “il fascismo religioso” e “gli autoritarismi” in cui stanno scivolando alcune democrazie, come quella americana grazie a Trump. Ma quando arriva la volta dell’Italia, si abbandona alla leggerezza dei ricordi e degli aneddoti, già raccontati tra l’altro nell’intervista esclusiva al direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Tra questi l’incontro a Londra con Italo Calvino in occasione della pubblicazione in inglese del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore: «Mi chiese di leggere il discorso, e quando vide che citavo Apuleio disse: molto bene!». Poi ricorda la sua passione per Elsa Morante e per l’Orlando Furioso ed esprime parole di stima e amicizia verso Roberto Saviano, processato per aver criticato un leader politico: «So che alla fine pagherà solo una multa forse di mille euro, ma i giornalisti dovrebbero essere liberi nel loro lavoro».

Sul finale, la zampata: «Qualcuno ha chiesto a ChatGpt di scrivere 300 parole in stile Rushdie. Quello che è venuto fuori è pura spazzatura. Al momento l’intelligenza artificiale non mi spaventa troppo perché non ha senso dell’umorismo, non ha originalità e davvero scrive in modo pessimo. Ma impara in fretta. Se mi fate la stessa domanda tra dieci minuti la risposta potrebbe essere diversa!».

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