New York. Tre anni fa Michael Sandel ci aveva avvertiti che la Tirannia del merito stava consegnando la nostra società democratica alla tirannia del populismo. Oggi, vigilia delle presidenziali americane, il filosofo di Harvard ci mette in guardia dal rischio di precipitare in un baratro anche peggiore, se Biden nella campagna contro Trump non riuscirà ad articolare una «nuova visione progressista».
Perché aveva intitolato il suo libro “La tirannia del merito”?
«Ero stato spinto da due ragioni. Primo, capire il contraccolpo populista contro le élite, concretizzato nel 2016 dalla Brexit e l’elezione di Trump. Mi sembrava che tra le ragioni della politica della rabbia ci fosse il modo in cui le élite guardavano gli altri dall’alto in basso, in particolare i non laureati. Mi chiedevo perché il centrosinistra non avesse compreso un fenomeno così importante degli ultimi cinque decenni. Il risentimento dipende in parte dalle disuguaglianze economiche, ma anche dal cambio di atteggiamento ri…
New York. Tre anni fa Michael Sandel ci aveva avvertiti che la Tirannia del merito stava consegnando la nostra società democratica alla tirannia del populismo. Oggi, vigilia delle presidenziali americane, il filosofo di Harvard ci mette in guardia dal rischio di precipitare in un baratro anche peggiore, se Biden nella campagna contro Trump non riuscirà ad articolare una «nuova visione progressista».
Perché aveva intitolato il suo libro “La tirannia del merito”?
«Ero stato spinto da due ragioni. Primo, capire il contraccolpo populista contro le élite, concretizzato nel 2016 dalla Brexit e l’elezione di Trump. Mi sembrava che tra le ragioni della politica della rabbia ci fosse il modo in cui le élite guardavano gli altri dall’alto in basso, in particolare i non laureati. Mi chiedevo perché il centrosinistra non avesse compreso un fenomeno così importante degli ultimi cinque decenni. Il risentimento dipende in parte dalle disuguaglianze economiche, ma anche dal cambio di atteggiamento rispetto al successo. Quelli al top credono che sia la misura del loro merito, e quindi hanno diritto alla ricompensa del mercato. Chi è in difficoltà invece si è cercato il proprio destino. Questa arroganza meritocratica, incompresa dai centristi, ha governato per 4 o 5 decenni la versione neoliberista della globalizzazione. Il secondo motivo era la convinzione dei miei studenti di aver meritato l’ammissione, in questa folle corsa competitiva alle università d’élite come porta del successo, dimenticando benessere e privilegio che li avevano aiutati».
La religione ha avuto un ruolo?
«La convinzione che chi ha successo lo merita ha radici profonde, nel dibattito teologico della cristianità sulla salvezza, se viene guadagnata o è dono della grazia di Dio. Agostino sosteneva che è una grazia, ma anche Lutero e Calvino, o i puritani in America, accettavano la predeterminazione. Calvino però aveva introdotto il concetto del lavoro come vocazione per la gloria di Dio, da cui l’etica protestante su cui secondo Max Weber si è basato il capitalismo. Così il successo sulla Terra è diventato misura del favore di Dio e segnale premonitore della salvezza».
Cosa c’è di male a premiare il merito?
«Non è solo frutto di capacità e lavoro, ma delle circostanze».
Perché centrosinistra e centrodestra non hanno capito?
«Reagan e Thatcher avevano introdotto la fede fondamentalista nel mercato. Quando il centrosinistra li ha sostituiti, Clinton negli Usa, Blair in Gran Bretagna e Schroeder in Germania, ha moderato le durezze senza sfidare il principio che il mercato è lo strumento del bene comune. Così hanno abbracciato neoliberismo, globalizzazione, deregolamentazione e trasferimento del lavoro nei paesi con le retribuzioni più basse. I politici sapevano che le classi lavoratrici soffrivano, ma come rimedio consigliavano di andare all’università: quanto guadagni dipende da cosa impari. Non hanno capito l’insulto implicito: se hai problemi è colpa tua. Ma anche nelle democrazie avanzate il 60% dei cittadini non ha la laurea. Porla come condizione del successo è stata una follia, che ha alimentato frustrazione, rabbia e risentimento».
Non è solo questione di soldi?
«Il centrosinistra non si spiega il perché. Trump ha governato come populista plutocratico; noi vi offriamo salario minimo, sanità, sindacati, asili nido, congedo parentale: perché continuare a votarlo? La risposta è che la fonte del risentimento non è solo la disuguaglianza economica, ma anche di stima sociale. Durante la pandemia applaudivamo i lavoratori essenziali, ma poi abbiamo perso quell’occasione di restituire dignità al lavoro».
In Europa accedere all’università è facile, ma c’è il populismo.
«È vero, però la percentuale dei laureati è simile. La rabbia contro l’élite è motivata dalla promessa fallita che la mobilità fosse una risposta adeguata alla disuguaglianza. Secondo uno studio Oecd, in Usa e Italia servono cinque generazioni per salire dalla povertà alla classe media. Poi c’è l’odio per la politica decisa dai tecnocrati, che toglie voce ai cittadini».
Perché suggerisce come rimedio l’uguaglianza delle condizioni?
«Non intendo l’uguaglianza dei risultati, mentre quella delle opportunità resta un principio importante, perché nessuno va frenato da povertà o pregiudizio. Però non basta per rimediare alla disuguaglianza di stima e riconoscimento, e va supportata con l’uguaglianza delle condizioni. Vuol dire creare luoghi pubblici di incontro fra classi ed etnie, perché un effetto corrosivo della disuguaglianza è la poca interazione sociale: neanche allo stadio sediamo più insieme. Così non sappiamo comunicare, negoziare le differenze e curare il bene comune».
Biden ha capito l’emergenza?
«Meglio delle aspettative. Usa meno la retorica del merito e parla di dignità del lavoro. In politica si è allontanato dalla versione neoliberista della globalizzazione, non ha fatto accordi di libero commercio, ha riportato il lavoro negli Usa, varato investimenti pubblici in infrastrutture, tecnologia, economia verde. Anche sull’antitrust ha agito. Il problema, per età o natura, è che non ha articolato una nuova visione di governo generata dai risultati. Roosevelt aveva inventato il New Deal, Biden dovrebbe elaborare una propria versione moderna, per parlare alla pancia della gente e far capire come la sua politica rinnovi la cittadinanza democratica».
Trump è di nuovo candidato.
«Ed è molto più pericoloso. La salvezza nel primo mandato fu che la malevolenza era stata superata dall’incompetenza. Ora ha imparato e saprebbe implementare gli obiettivi antidemocratici».
Cosa bisogna fare?
«Biden dovrebbe ritirarsi, lasciando spazio ad un candidato capace di offrire una nuova visione. Però ha sbagliato vice, che doveva subentrare, e non intende lasciare. Allora dovrebbe articolare questa visione affrontando la politica del risentimento sfruttata da Trump e altri populisti. Deve riconoscere gli errori e dare un’idea che restituisca voce ai cittadini ignorati. Non è il suo modo naturale di fare politica, però liberalismo e socialdemocrazia in Europa e Usa hanno perso energia, e il successo del populismo è sintomo del loro fallimento. Deve offrire un’alternativa, partendo dai risultati concreti per articolarli in modo da parlare alla rabbia ed ispirare una nuova visione di governo progressista e democratica. È dura, perché la retorica non è la sua forza, ma da qui dipende la salvezza dal populismo».