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L’arte primitiva è tutta da ridipingere

Replica della grotta di Lascaux (Montignac, Francia) (Fotodi MEHDI FEDOUACH)

 (afp)
Che cosa si intende davvero per Preistoria? E le pitture nelle caverne devono essere considerate come dei capolavori? Ecco le novità degli ultimi studi
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Attorno agli anni Sessanta, l’antropologo francese André Leroi-Gourhan pensò di aver trovato il bandolo della matassa. L’arte preistorica aveva fatto la sua apparizione con l’avvento dei Sapiens attorno a 40.000 anni fa, ovvero durante l’Europa del Paleolitico medio. Aveva pian piano conosciuto una sua evoluzione dalle forme più semplici alle più complesse, fino a destreggiarsi, 25.000 anni dopo, in immensi cicli decorativi strutturati su precisi principi di composizione, come quello di Lascaux. Leroi-Gourhan credette di aver individuato quattro fasi omogenee, forse dovute ad artisti itineranti attivi su proto aree culturali ed estetiche. Questo credette l’antropologo e spese una vita dietro a una maniacale classificazione del materiale rinvenuto in tipologie e complessità formali crescenti, ispirato dalla moda strutturalista del momento. Di queste idee si convinsero i suoi allievi finché nel 1996 qualcuno entrò inopinatamente in un’ignota grotta dell’Ardèche e vi scoprì un nuovo cicl…

Attorno agli anni Sessanta, l’antropologo francese André Leroi-Gourhan pensò di aver trovato il bandolo della matassa. L’arte preistorica aveva fatto la sua apparizione con l’avvento dei Sapiens attorno a 40.000 anni fa, ovvero durante l’Europa del Paleolitico medio. Aveva pian piano conosciuto una sua evoluzione dalle forme più semplici alle più complesse, fino a destreggiarsi, 25.000 anni dopo, in immensi cicli decorativi strutturati su precisi principi di composizione, come quello di Lascaux. Leroi-Gourhan credette di aver individuato quattro fasi omogenee, forse dovute ad artisti itineranti attivi su proto aree culturali ed estetiche. Questo credette l’antropologo e spese una vita dietro a una maniacale classificazione del materiale rinvenuto in tipologie e complessità formali crescenti, ispirato dalla moda strutturalista del momento. Di queste idee si convinsero i suoi allievi finché nel 1996 qualcuno entrò inopinatamente in un’ignota grotta dell’Ardèche e vi scoprì un nuovo ciclo di pitture. Sottoposte alle dovute analisi, l’impensabile fece franare il castello di carte: le immagini della cosiddetta Grotta Chauvet, tra le più complesse mai rinvenute, risalivano addirittura a 37.000 anni fa e non potevano costituire l’esito estremo di un percorso evolutivo perché erano le più antiche di tutte.

Come spiegano David Graeber e David Wengrow in un volume che non cessa di far discutere, (L’alba di tutto, Rizzoli) se qualcuno volesse mettere in dubbio il celebre adagio per cui ogni conoscenza sta sospesa sopra l’orlo di un baratro farebbe bene a guardare alla cosiddetta “arte” preistorica. Sul cui conto sono state avanzate innumerevoli ipotesi, ma che restano tutte appese a un filo. Tanto per cominciare, con quale diritto definirla arte? Possiamo attribuire all’uomo preistorico le intenzioni sociali dei sui discendenti rinascimentali o contemporanei, per cui nelle “opere” manifestano un’ambizione progettuale di dare forma al mondo?

Progetto di riproduzione "Lascaux 4" inaugurato nel 2016. Mario Fourmy/laif

 

Lo stesso concetto di arte, a dire il vero, non riesce neppure a descrivere le produzioni estetiche non occidentali, prodotte da artigiani anonimi e impiegate per lo più in cerimonie religiose. E ancora, come racchiudere sotto l’unica definizione di “preistorica”, un’arte prodotta in circa 35 millenni e a latitudini a volte incommensurabili? Per restare solo alla citata grotta di Chauvet, l’arco temporale che lega le prime e le ultime pitture copre circa 3500 anni. Infine, come delineare un quadro unitario a partire da dati così frammentari e contraddittori? Su queste basi, ogni deduzione risulta totalmente arbitraria con il risultato che il racconto scientifico della cosiddetta arte preistorica finisce per dirci più della mentalità degli interpreti contemporanei che degli ominidi del Paleolitico.

Un autore francese, Gwenn Rigal, (Il tempo sacro delle caverne, Adelphi) si è prodigato a listare tutte le ipotesi interpretative apparse in due secoli di ricerca. A ripercorrere le quali, viene il fondatissimo sospetto che i ritrovamenti siano stati sistematicamente strumentalizzati a supporto di un via via sempre diverso mito delle origini. Nella seconda metà dell’Ottocento, la scoperta della cosiddetta arte degli ominidi è terreno di battaglia di materiasti e darwinisti contro il creazionismo biblico. Come poteva essere apparso 4000 anni prima di Cristo, l’uomo, se tracce della su più alta espressione spirituale emergevano in sequenze stratigrafiche molto più antiche? Agli inizi del XX secolo, l’invenzione della società e delle sue discipline volle vedere nelle realizzazioni paleolitiche una forma originaria di totemismo, per cui gli esseri umani avrebbero proiettato le loro relazioni sociali sulla natura. Venne poi la scuola strutturalista di Leroi-Gourhan, preoccupata dell’unitarietà dei fenomeni umani e della loro universale razionalità. Infine, spuntò la suggestione sciamanica – forse la più credibile di tutte ma pur sempre spuntata nel contesto di una querelle contemporanea, quella dei movimenti postcoloniali. E oggi?

Pitture parietali di Lascaux (Supplier: CPA Media Co. Ltd. Getty Images)

 

Oggi, come dimostrano le numerose pubblicazioni, il tema è rifluito nel dibattito sulle origini del cosiddetto antropocene. Pienamente rappresentativo delle strategie cui devono confrontarsi gli specialisti odierni, perciò, è il volume curato dalla francese Carole Fritz (L’arte della Preistoria, Einaudi), splendidamente illustrato e stratificato di temi e metodologie. Con l’ambizione di sostituire cinquant’anni più tardi il celeberrimo Préhistoire de l’art occidental di Leroi-Gourhan, l’équipe da lei guidata ci racconta innanzitutto dell’invenzione all’arte preistorica e ne approfondisce le stagioni critiche. Attraversa le questioni legate alla genetica, intrecciate anch’esse al solito mito delle origini, nel dubbio se l’apparizione dell’arte sia una delle caratteristiche distintive dei nostri antenati diretti, gli Homo Sapiens, o piuttosto acquisizione già propria all’Homo Neanderthalensis. Il volume documenta, poi, l’estensione geografica delle scoperte, sito per sito e, per meglio fondare le sue deduzioni, opta per una chiave antropologica che rivela tutte le difficoltà della materia e allo stesso tempo confonde le acque. Al fine di disporre di più numerosi documenti, Fritz prende la Preistoria alla lettera, in effetti, e allarga il campo a tutte le culture prive di scrittura: dai siti parietali del paleolitico a quelli degli aborigeni australiani, degli indiani d’America o dei nomadi dell’Asia centrale.

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