La casa protegge, la casa separa. La casa è il nostro posto nel mondo, ma è anche il posto nel quale fuggiamo dal mondo; il tetto ci toglie il cielo ma ci dà riparo dalla pioggia e dalla neve, il pavimento ci innalza dal suolo ma ce lo toglie da sotto i piedi; le pareti ci dividono gli uni dagli altri isolandoci oppure difendendoci, rendendoci più soli – finalmente! – o troppo soli – purtroppo. Le case di città, con i loro sistemi verticali di scale, ballatoi, piani rialzati, cantine e terrazzi abitabili, fanno sì che possiamo vivere in centri urbani in numero decisamente superiore a quello che sarebbe possibile se occupassimo tutto lo spazio solo in orizzontale.
Le case di campagna, antiche o rinnovate, ereditate o comprate, ristrutturate o in affitto, coprono il sogno, o forse l’illusione, di sottrarci all’eccesso, all’affollamento: certe persone hanno bisogno di case così, stabilmente o come rifugio, perché ci sono nate o perché a un certo punto si sono sentite scelte da loro.
La casa rinchiude, la casa libera. Dentro le nostre case, da bambini, ci sentivamo sicuri e qualche volta asfissiati, dentro le stanze che gli adulti avevano pensato per noi, il nostro mondo diventava compatto e stretto, si faceva rassicurante e poi angoscioso, limitato. Il confine della casa diventava tutt’uno con il desiderio di evadere; l’evasione poi tutt’uno con il bisogno di ritornare.
La casa ci aspetta, ci ha sempre aspettato, anche quando non esiste più, quando è stata buttata giù da una ruspa o da un terremoto, quando è decaduta al punto che solo i pipistrelli ci possono entrare, quando è stata comprata e ristrutturata da altri e se ci passiamo davanti proviamo una leggera fitta al petto, quella di chi sa di aver posseduto un mondo di cui era il signore, il regnante, e sa che quel regno non è finito, anche se gli altri non lo vedono più.
Che sia una casa sul mare, vicina al lago, nella strada più rumorosa della metropoli, in fondo al vicolo dove nessuno abita più, sulla cima di un colle, sporgente sui binari della ferrovia – che sia una casa cantoniera, una casa-famiglia, una casa di accoglienza, una casa fantasma, quella è nostra, una e una sola, per quanti indirizzi possiamo cambiare nella vita a lei ritorneremo. Eppure, guarda, anche questa è un’illusione. Forse ci sarà una nuova casa, in una nuova vita, e finalmente ci somiglierà di più, perché l’avremo scelta in ogni dettaglio, e qualche oggetto della vecchia ci scivolerà dentro confondendosi con il resto, mostrandosi sotto un’altra luce. Il passato ci segue e si nasconde, si mescola a quello degli altri, le case sono stratificazioni di cui non abbiamo memoria cosciente, sono presenze a volte benevole a volte arrabbiate, tutte parassitarie, tutte muffe sulle pareti che un tempo sono state loro. Certi morti fanno fatica a lasciare le case, alcuni non se ne vanno mai, sono destinati a restare come guardiani, altri tornano solo ogni tanto per controllare che sia tutto a posto, un po’ stizziti o preoccupati, di solito con qualche rimpianto. Tutti noi, anche da vivi, siamo quei morti.
La scrittrice ucraina Victoria Amelina
Le case sono i gatti, sono i bambini. Le case sono le piante, le sempreverdi da appartamento, le stagionali spericolate, gli orti urbani, i giardini di collina, un piccolo cactus o una Kenzia, le orchidee che non sopravvivono mai, le felci che sopravvivono nonostante tutto. Sono gli odori: i profumi di candele aromatiche, la spazzatura che marcisce, il fumo del fornello su cui è caduto dell’olio bollente, la traccia del bagnoschiuma nella doccia, il bucato stinto, i resti della cena. Le case sono i peli degli animali domestici, i tappeti che nessuno voleva, il parquet e il cotto, le persiane e le tapparelle, le cucine su misura e quelle trovate lì al momento del trasloco e poi le cambieremo domani.
Le case non finiscono mai, e non sono mai finite. Le case sono i pianerottoli e gli ascensori, il vano delle scale, un terrazzo fra le antenne, un androne con il portone che sbatte e non si chiude. Sono le vite degli altri spiate dalle finestre e dai portoncini, ricostruite dagli orari di uscita e rientro, dai passi sul pavimento, dalla foga con cui si gira la chiave nella toppa, dalle liti e dal sesso che attraversano le pareti.
La casa è un isolante, ma non troppo. Oppure la casa isola troppo, e allora cerchiamo un aiuto, lanciamo un segnale, ci lamentiamo dei rumori, delle abitudini degli sconosciuti, di uno sconosciuto a caso, uno che fa parte della sfilza di cognomi sul citofono. Quella sfilza, da bambini, la sapevamo a memoria – ora vediamo cognomi estranei, che fatichiamo a incollare alle facce. Le case, dicevamo, sono una soltanto, quella casa e nessun’altra, più niente, almeno fino alla prossima.
In questo numero di K ce ne sono alcune, che sono state il tutto di chi le ha scritte, per il tempo di una vita o almeno di un racconto. Sono case di adulti, d’infanzia o d’invenzione, case che sopravviveranno alle loro narrazioni, case che se ne infischiano di noi che ci facciamo i conti o li apriamo. Case continenti, case in terre straniere, case che ci hanno respinto o hanno continuato a chiamarci.
Quanto a me, non ho mai scritto un romanzo in cui non sia comparsa la parola casa, e una volta ho voluto contare le occorrenze prima della consegna delle ultime bozze, metafore comprese. La cifra, certo, l’ho dimenticata. Rifarò il gioco qui, un attimo prima di andare in stampa, e poi dimenticherò anche quello, come dimentichiamo tutto – tranne quella casa di cui continueremo a scrivere ancora, e ancora.
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