Quando eravamo padroni del mondo, così si intitola il libro che Aldo Cazzullo ha dedicato a Roma e al suo impero. Inevitabile chiedersi: “eravamo” chi? Ovviamente “noi” gli Italiani, i lettori cui l’autore si rivolge. Ma davvero noi, cioè gli Italiani di oggi, siamo la stessa cosa di “loro”, i Romani? A quanto pare l’autore la pensa così, perché subito all’inizio dichiara che dei Romani noi «possiamo rivendicare l’eredità»; e che a dispetto delle diversità che da essi ci separano, «di questo noi dovremmo essere più consapevoli e più orgogliosi». Dunque identificazione con i Romani e orgoglio per questa identificazione. “Roma: l’impero infinito”. Suona così, del resto, il sottotitolo del libro di Cazzullo.
Che è un saggio ampio, in cui vivacemente si racconta la storia della Città dalle origini alla caduta dell’impero e oltre, nell’intreccio fra cultura romana e cultura cristiana. Con in più una straordinaria (e spesso inattesa) quantità di riferimenti alla fortuna moderna di Roma e dei suoi personaggi. Si resta però sconcertati nel vedere Cesare definito «forse il più grande uomo che sia mai esistito». Grande in che senso? Forse perché ha conquistato le Gallie, che di certo non lo avevano chiesto? Ha combattuto sanguinose guerre civili e ha instaurato a Roma la dittatura?
Essere “consapevoli” del fatto che la cultura romana ha profondamente influito su quella italiana (e non solo), è corretto: si tratta di una constatazione, storica e antropologica, perfino appassionante. Studiando la cultura romana possiamo infatti comprendere — anche per contrasto — molti aspetti di “noi” che altrimenti ci sfuggirebbero.
Quello che mette a disagio è l’orgoglio dell’identificazione. Perché inevitabilmente si è spinti a pensare anche a quegli aspetti della cultura e della società romana di cui oggi non possiamo affatto essere orgogliosi. A cominciare dalla pratica della schiavitù. Per esempio, quando si rivendica che “libertà” è una parola latina, sarebbe bene considerare anche che libertas acquista il proprio significato solo se contrapposta a servitus, la schiavitù. Gli uomini si dividono in due categorie, diceva il giurista Gaio, liberi e schiavi. La nostra libertà non è certo quella dei Romani.
Ma soprattutto, si può essere orgogliosi dell’imperialismo che i Romani — “padroni del mondo” — hanno praticato su larghissima scala? Producendo la distruzione di decine di culture. Senza i Romani, dice Cazzullo, «i francesi, gli inglesi e i tedeschi non sarebbero quello che sono». Beh, magari Galli e Germani avrebbero preferito essere un’altra cosa, pur di non subire la violenza e l’oppressione di Roma. Tanto più che, come Cazzullo certo sa, nel resto del mondo — fuori cioè da questa nostra piccola Italia — è proprio sugli aspetti negativi della cultura e della società romana che oggi più si riflette, dietro l’impulso di movimenti come “decolonizing classics”: non certo sulla missione civilizzatrice di Roma.
Leggiamo anzi i versi dell’Eneide che l’autore mette in esergo al proprio libro. Si tratta del celebre momento in cui Anchise, all’Ade, profetizza a Enea quale sarà il compito assegnato ai Romani dal destino. «Tu Romano ricorda di governare i popoli col dominio — queste saranno le tue arti — di imporre una norma alla pace, di usare clemenza verso i sottomessi e di schiacciare i superbi».
La missione consisterà dunque nell’imporre il proprio imperium sugli altri popoli, sottomettendoli e mostrando clemenza verso i vinti (perché la traduzione riportata da Cazzullo parla di “deboli”?). Quanto ai superbi da schiacciare, sono semplicemente i resistenti, quelli che si ribellavano al dominio romano. Difficile insomma trovare un manifesto dell’imperialismo che sia più esplicito delle parole di Anchise. Ma è difficile anche sentirsene orgogliosi.
C’è poi un ultimo aspetto di questo libro che, sia pur con dispiacere, non possiamo non mettere in evidenza. Da un autore che ama tanto Roma, ci saremmo attesi un maggior amore anche per le parole latine. Che invece vengono spesso maltrattate. Come quando si afferma che la parola “dio” (cioè il latino deus) viene dal greco “Zeus”. Così come è curioso far derivare “responsabilità” da “res pondus”, ossia saper portare il peso delle cose. E sì che c’era lì pronto il verbo (latino) respondeo che poteva spiegare tutto. Il responsabile non è forse colui che “risponde” della proprie azioni?
Il libro
Quando eravamo i padroni del mondo di Aldo Cazzullo (HarperCollins, pagg. 320, euro 19)