Così l’Italia ha fallito sui fondi Pnrr
di Tito Boeri e Roberto PerottiNel 2021 l’Italia si è accordata con l’Europa per spendere, tra il 2022 e i 2026, 237 miliardi del Pnrr, di cui 69 regalati e 123 presi a prestito dalla Ue. L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più risorse per il Pnrr. Solo una decina di Paesi hanno chiesto un prestito, e solo tre di essi hanno chiesto il massimo possibile. La Francia, con un’amministrazione pubblica e una capacità di spesa ben più efficienti delle nostre, ha preso 41 miliardi, tutte in sovvenzioni a fondo perduto. Era lecito aspettarsi che questo fiume di denaro avrebbe soddisfatto le esigenze delle leggi di bilancio per parecchi anni a venire. E invece, incredibilmente, ci siamo subito ritrovati con la solita manovra in affanno, come se nulla fosse accaduto. Come è possibile?
Nel 2021 l’Italia si è accordata con l’Europa per spendere, tra il 2022 e i 2026, 237 miliardi del Pnrr, di cui 69 regalati e 123 presi a prestito dalla Ue. L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più risorse per il Pnrr. Solo una decina di Paesi hanno chiesto un prestito, e solo tre di essi hanno chiesto il massimo possibile. La Francia, con un’amministrazione pubblica e una capacità di spesa ben più efficienti delle nostre, ha preso 41 miliardi, tutte in sovvenzioni a fondo perduto. Era lecito aspettarsi che questo fiume di denaro avrebbe soddisfatto le esigenze delle leggi di bilancio per parecchi anni a venire. E invece, incredibilmente, ci siamo subito ritrovati con la solita manovra in affanno, come se nulla fosse accaduto. Come è possibile?
Abbiamo due spiegazioni, una contingente e l’altra ben più strutturale. La spiegazione contingente è che il Pnrr è stato vissuto come un dono dal cielo che rendeva tutto possibile. Basta guardare le piattaforme elettorali per le elezioni dell’autunno 2022: infinite liste della spesa con decine di proposte strampalate. Perfino i partiti che hanno votato il Pnrr (tutti tranne Fratelli d’Italia) non lo hanno mai sentito come il loro programma di legislatura: il programma della destra citava la parola “Pnrr” solo due volte, quello del M5S una; e nei lunghissimi programmi di Pd e Azione-IV, solo 15 e 17 citazioni rispettivamente.
La seconda spiegazione è ben più strutturale. La scommessa del Pnrr era che gli investimenti e le riforme di sistema avrebbero aumentato il tasso di crescita dell’economia italiana, permettendo così di ridurre il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto interno lordo. È una scommessa scolpita nei principali documenti di finanza pubblica dal 2020 in poi, che prevedono una forte accelerazione della crescita nei prossimi anni grazie proprio agli investimenti e alle riforme del Pnrr. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e ora rischiamo di trovarci a essere un Paese più indebitato di prima senza avere affrontato efficacemente i problemi strutturali. Abbiamo sbagliato su più fronti.
Primo, le dimensioni del piano. Il Pnrr era semplicemente «troppo in troppo poco tempo». Si è voluto portare a casa più soldi possibile come se questo fosse di per sé una medaglia da apporsi al petto, e solo in seguito ci si è posti seriamente il problema di come spenderli.
Secondo, la fretta. Con pochi mesi a disposizione per definire le linee di intervento, non c’era tempo per un piano realistico e ben ponderato: ogni ministero ha fatto la sua richiesta, cercando di accaparrarsi più fondi possibile, perché «quello che non prendo io lo prende un altro». Solo dopo ci si è chiesti se veramente molte di queste proposte avessero valore.
Ma soprattutto, con così poco tempo e così tanti soldi, era impossibile valutare attentamente l’utilità e le stesse implicazioni di ogni proposta. E in alcuni casi per la fretta si è scelta la strada delle assegnazioni dirette (magari mascherate da partenariato pubblico privato), come sembra essere accaduto nel caso del Polo strategico nazionale finito sotto la scure del Consiglio di Stato pochi giorni fa.
Terzo, gli obiettivi irrealistici e gli effetti inverosimili. Quando si hanno così tanti soldi che sembra non debbano mai finire, e soprattutto non si sa come spenderli, è facile porsi obiettivi totalmente irrealistici e attribuire loro effetti positivi inverosimili sulla crescita economica. Per esempio, la riforma delle politiche del lavoro, peraltro nata morta e che non verrà mai realizzata, dovrebbe rendere occupabili tre milioni di individui inoccupati e consentire così un aumento del Pil di 70 miliardi ogni anno. Il tutto quasi a costo zero. Pura propaganda, peraltro applicata a piene mani anche agli obiettivi dichiarati e alla valutazione degli effetti delle cosiddette riforme della giustizia e della scuola (quest’ultima peraltro anch’essa affossata ancor prima di partire).
Quarto, le priorità sbagliate. Per esempio, il Pnrr ha seguito la moda del momento (e i dettami della Ue) stanziando cifre enormi per la digitalizzazione, anche in campi opinabili come la scuola primaria (che senso hanno dei tablet per bambini di sette anni?), trascurando invece quello che riteniamo il problema principale della società italiana: il degrado sociale delle periferie e l’inoccupazione giovanile. Ma per affrontare questi problemi ci vuole tempo e applicazione.
Quinto, la capacità di spesa. Tanti investimenti pubblici in pochi anni cozzano contro un limite insormontabile alla capacità di spesa delle amministrazioni. E abbiamo fatto troppo poco, comunque, per migliorare la nostra capacità di spesa. Per esempio, con il nuovo codice degli appalti si è persa l’occasione di affrontare il problema del numero eccessivo di stazioni appaltanti, per cui molti comuni non sono in grado di gestire gare d’appalto e di seguire i lavori. I concorsi pubblici che avrebbero dovuto aiutare le amministrazioni locali a sopportare il peso del Pnrr sono stati avviati abbassando gli standard anziché ponendosi il problema di come attrarre le competenze necessarie con retribuzioni e prospettive di carriera adeguate.
Sesto, il monitoraggio e la rendicontazione. Incredibilmente, ancora nell’autunno del 2023 il Pnrr non è riuscito ad attuare il passaggio preliminare a tutto il resto: mettere in piedi una base dati aggiornata, completa e facilmente consultabile di tutti i progetti.
Il Pnrr ha ora bisogno di un’iniezione di realismo e di pragmatismo che finora sono mancati. Contrariamente a quanto si crede, c’è ancora tempo. Il ministro Fitto ha fatto bene a proporre alla Ue una riallocazione dei fondi che metta le toppe ai buchi principali, ma ha addirittura leggermente aumentato l’importo totale del piano (e ha ulteriormente ridotto la spesa per contrastare l’emarginazione sociale).
È però perfettamente possibile secondo le regole europee rinunciare agli investimenti che si sono rivelati irrealizzabili o inutili, e diminuire il debito di conseguenza; ed è doveroso rinegoziare i tempi di attuazione. In entrambi i casi si tratterebbe di un bagno di realtà dopo l’ubriacatura del 2020-21. Sarebbe la scelta responsabile, per l’Europa e per l’Italia.
Il libro
Pnrr. La grande abbuffata di Tito Boeri e Roberto Perotti (Feltrinelli, pagg. 208, euro 18).
In libreria da martedì 31 ottobre