«Visto da vicino nessuno è normale». È forse una delle più lapidarie e provocatorie frasi di Franco Basaglia, lo psichiatra triestino a cui è associata la legge 180 del 1978 che disponeva la chiusura dei manicomi e la loro trasformazione progressiva in Centri di salute mentale.
Queste parole mi sono tornate in mente guardando l’altra sera in tv l’intervista di Fabio Fazio a Fedez, uno che a mostrarsi “da vicino” ci è abituato e che ha fatto della sua quotidianità esposta una scelta di vita, di lavoro, di amore e di famiglia, perfino. Fedez ha deciso con enorme coraggio e consapevolezza di far “vedere da vicino” ai milioni di persone che lo seguono la sua malattia, non solo quella fisica, ma anche quella mentale. E l’ha chiamata proprio così, senza troppi giri di parole per provare a edulcorare una cosa che ancora oggi fa paura anche solo a nominarla: malattia mentale.
Fedez in tv da Fabio Fazio
«Visto da vicino nessuno è normale». È forse una delle più lapidarie e provocatorie frasi di Franco Basaglia, lo psichiatra triestino a cui è associata la legge 180 del 1978 che disponeva la chiusura dei manicomi e la loro trasformazione progressiva in Centri di salute mentale.
Queste parole mi sono tornate in mente guardando l’altra sera in tv l’intervista di Fabio Fazio a Fedez, uno che a mostrarsi “da vicino” ci è abituato e che ha fatto della sua quotidianità esposta una scelta di vita, di lavoro, di amore e di famiglia, perfino. Fedez ha deciso con enorme coraggio e consapevolezza di far “vedere da vicino” ai milioni di persone che lo seguono la sua malattia, non solo quella fisica, ma anche quella mentale. E l’ha chiamata proprio così, senza troppi giri di parole per provare a edulcorare una cosa che ancora oggi fa paura anche solo a nominarla: malattia mentale.
Fedez in tv da Fabio Fazio
Fedez, giovane uomo talentuoso e di successo, ha detto che ha sofferto e soffre ancora di una patologia psichica che si è in parte intrecciata a quella fisica, e che no, la malattia non lo ha reso una persona migliore, o almeno non ancora, e non è nemmeno sicuro che questo succederà. Ha detto invece che la malattia è una cosa faticosa, una cosa che fa paura, una cosa che fa sentire soli. E quella psichica ancora di più. Ha detto infine che il disagio mentale riguarda un numero di persone molto più grande di quello che possiamo immaginare, ha parlato di ragazze e ragazzi che stanno male, ha parlato di suicidio.
Lo ha fatto riportando i dati dell’Aifa, numeri, cifre precise. Sono numeri e dati che conosco bene perché mi sono occupata di malattia mentale, dell’universo Basaglia, di quello che resta oggi di una riforma che fu all’epoca rivoluzionaria e che oggi fatica a rimanere in vita e a essere applicata. E mi sono intenerita a pensare che le stesse cose che ho provato a raccontare in un romanzo ambientato proprio a ridosso di quella riforma storica le stia dicendo ora lui, con altre parole e con altri mezzi ma per lo stesso motivo: restituire dignità a chi non credeva più di averla.
Fedez nel corso dell’intervista ogni tanto si commuove e tira via una lacrima con la punta dell’indice, ma non balbetta, non ci commisera né chiede commiserazione. In una ventina di minuti riesce a parlare a tanti che soffrono con parole di tale onesta semplicità da sembrare miracolose. Ed è capace, al tempo stesso, di fare di una questione privata una questione politica, proprio perché il suo privato è pubblico, e proprio attraverso quel cortocircuito vita-social in cui le nostre esistenze spesso si impigliano e che però costituisce una cifra ineludibile del nostro tempo. La “società dello spettacolo” di cui parlava il filosofo francese Guy Debord alla fine degli anni Sessanta è diventata oggi la politica dello spettacolo, nessuno si stupisca dunque se sia sempre più spesso lo spettacolo a dettare l’agenda alla politica.
Il diritto alla salute mentale è una battaglia a cui le parole di Fedez hanno dato profondissima umanità, e il racconto della sua personale esperienza è una mano tesa verso tante famiglie, tante persone, tanti ragazzi giovani e giovanissimi che sentono su di sé lo stigma della diversità in una società sempre più performativa, che inneggia al merito e che depreca le “devianze”.
Non è la prima occasione in cui Fedez prende posizione su questioni pubbliche, ma qui per la prima volta ha portato in televisione davanti a milioni di spettatori la contiguità tra il personale e il politico, rammentandoci uno slogan che andava di moda un bel po’ di anni fa. E lo ha fatto rivendicando lo stesso diritto di curarsi che ha lui anche per chi non ha le sue stesse possibilità economiche; lo ha fatto ricordando i tagli che da anni vengono inflitti alla sanità pubblica e che si sono fatti più drastici proprio verso la cosiddetta “malattia invisibile”.
Il poeta bosniaco Izet Sarajli? ha scritto che in tempo di guerra «il turno di notte lo fanno i poeti». Allo stesso modo, nel lungo crepuscolo della politica italiana, il turno di notte a quanto pare lo fanno gli scrittori, lo fanno gli intellettuali, lo fanno i cantanti, a volte perfino gli influencer. Tocca a loro sempre più spesso il compito di dire, di prendere posizione e di fare opposizione.
Fedez ha parlato di depressione, di terapia farmacologica, di ricovero e lo ha fatto rinunciando alla retorica della guarigione come “battaglia” del “guerriero” contro il proprio stesso corpo che devia dallo standard della salute. Quel concetto che anche Michela Murgia nelle sue ultime e luminosamente dolenti interviste ribadiva: la malattia è qualcosa che fa parte di me, come il mio carattere, la mia intelligenza, la mia capacità di dire le cose con il linguaggio che possiedo.
Nominare la malattia mentale con tanta schiettezza mi è sembrato un piccolo gesto rivoluzionario, perché il dolore fisico porta spesso gli altri a solidarizzare ma il male “invisibile” quello che non si sa dove si annidi conduce invece all’isolamento, all’esclusione, alla paura, allo stigma, come ripete lo stesso Fedez. Una cosa è il mal di testa, un’altra è il male nella testa, che fa più paura, come se fosse contagioso, virale.
Portando nelle case di milioni di italiani il nome di Franco Basaglia, l’altra sera Fedez ha acceso una piccola luce nel torpore di questo Paese assopito. “Noi non possiamo vincere, possiamo al massimo convincere”, diceva ancora Basaglia, di cui il prossimo anno ricorre il centenario dalla nascita, un anniversario che andrebbe celebrato nei fatti e non solo a parole o con le commemorazioni di rito. Eppure questa volta ci piacerebbe poter vincere, ci piacerebbe che il sostegno economico alle persone che hanno bisogno di cure psicologiche divenisse una realtà, un servizio sanitario normale in un Paese normale.