Luis García Montero: “Almudena (Grandes) è stata la mia poesia”
dalla nostra inviata Raffaella De SantisAlmudena Grandes e Luis García Montero
ALGHERO – Sono quasi due anni che è morta Almudena Grandes, l’anniversario è il 27 novembre. Un tumore l’ha portata via sessantunenne lasciandoci orfani di una scrittrice appassionata che dava la voce agli ultimi e non dimenticava mai il cuore anche quando denunciava le storture della storia, a cominciare dal franchismo. Luis García Montero, suo marito, da allora non fa che cercare di prendere le misure con il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Un lampo lo accende quando dice «per me lei era l’allegria», poi torna malinconico. Parliamo a lungo di Almudena perché Luis, che è un grande poeta, oltre ad essere un professore di letteratura spagnola all’università di Granada e il direttore dell’Instituto Cervantes, le ha dedicato un libro di poesie. Un anno e tre mesi (Guanda) è il tempo della malattia, dalla diagnosi alla morte. Che fatica penserete, invece no, quanta bellezza, e una insospettabile felicità. La nostra chiacchierata, resa possibile grazie all’aiuto di Monica R. Bedana, avv…
ALGHERO – Sono quasi due anni che è morta Almudena Grandes, l’anniversario è il 27 novembre. Un tumore l’ha portata via sessantunenne lasciandoci orfani di una scrittrice appassionata che dava la voce agli ultimi e non dimenticava mai il cuore anche quando denunciava le storture della storia, a cominciare dal franchismo. Luis García Montero, suo marito, da allora non fa che cercare di prendere le misure con il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Un lampo lo accende quando dice «per me lei era l’allegria», poi torna malinconico. Parliamo a lungo di Almudena perché Luis, che è un grande poeta, oltre ad essere un professore di letteratura spagnola all’università di Granada e il direttore dell’Instituto Cervantes, le ha dedicato un libro di poesie. Un anno e tre mesi (Guanda) è il tempo della malattia, dalla diagnosi alla morte. Che fatica penserete, invece no, quanta bellezza, e una insospettabile felicità. La nostra chiacchierata, resa possibile grazie all’aiuto di Monica R. Bedana, avviene in un albergo di Alghero durante il festival Dall’altra parte del mare, ideato dalla libreria Cyrano. «Che posso dirle di Almudena, per aiutarmi mi sono aggrappato alla poesia…».
Ha funzionato?
«Di fronte alla morte non è servita a niente la mia fiducia nella scienza, l’unica cosa che ho saputo fare è cercare risposte dentro di me. È lì che la poesia agisce, cura. Aiuta a superare la perdita di senso della vita, ci rende consapevoli della nostra vulnerabilità. Sono andato a ripescare nelle mie letture, tra le pagine degli scrittori che avevano raccontato un lutto e ho cercato di allargare la mia biografia all’universale. Non mi interessava mostrare quanto fossi innamorato ma volevo che chiunque potesse ritrovare nelle mie poesie il proprio amore».
Almudena Grandes con il marito Luis García Montero
È arrivato alle risposte che cercava?
«Per me la morte non è un problema metafisico o religioso ma è il vuoto lasciato negli oggetti che rimangono: il computer di Almudena spento nella sua stanza, il divano che senza di lei è una barca alla deriva, il frigorifero dove non c’è più lo yogurt che le piaceva. Ho dovuto imparare a convivere con l’assenza e piano piano l’ho trasformata in un animale domestico».
Dal suo libro: «Non avevo previsto che sarebbe toccato a me / chiudere la porta, spegnere la luce».
«Ho sempre pensato che sarei morto prima di lei. Almudena per me era la vita, l’ottimismo. Dal momento della diagnosi alla fine ho attraversato diverse fasi. Dopo un primo disorientamento è subentrata la consapevolezza del fatto che poterla curare era un privilegio. Il cancro le era stato diagnosticato durante la pandemia, in quei giorni la gente moriva sola negli ospedali o nelle case di riposo, io potevo starle accanto. Poter accompagnare la persona che ami verso la fine, come è successo a me, è una fortuna. A volte non ce ne rendiamo conto, perché viviamo in una cultura narcisista, prepotente».
Luis García Montero, Almudena Grandes e la loro figlia Elisa
«Non mi lamento di averti vista morire tra le mie braccia». È un altro verso.
«Almudena ha passato l’ultimo periodo della sua vita in casa dove riceveva le cure palliative. Sì, è morta tra le mie braccia. Nel ricordo, quei giorni sono stati felici, i più felici. Ma questa non è solo la trama della nostra storia familiare, voglio parlare a tutti. Per noi la storia ha sempre avuto un respiro collettivo. Perfino il nome del nostro gatto, Negrín, è quello dell’ultimo presidente della repubblica spagnola, Juan Negrín».
Anche dire “ti amo” è un atto sociale?
«Ho iniziato a scrivere poesie alla fine della dittatura, ho scritto versi sulla repressione della polizia, sugli scioperi. Sono sempre stato un militante per cause sociali ma sono sempre stato convinto che se la poesia diventa un pamphlet si impoverisce. Quindi ho cercato di mostrare che anche i sentimenti sono fatti storici e possono aiutare a cambiare la società, che l’intimità è un’educazione sentimentale».
L’amore, scrive, è «una luce negoziata». L’immagine è molto bella.
«Io e Almudena non andavamo a letto alla stessa ora – io presto, lei in genere più tardi - ma abbiamo trovato il modo per accendere l’abat-jour sul comodino senza darci fastidio. Questo per dirle con una metafora che la vita, come la poesia, è un compromesso per la convivenza».
Il vostro segreto è stato unire letteratura e militanza?
«Almudena era figlia di un poeta e voleva fare con la narrativa quello che io facevo con la poesia: abbandonare lo sperimentalismo per il realismo. In quest’ottica ha riscoperto scrittori come Dickens o Benito Pérez Galdós, mentre io guardavo a Antonio Machado. Condividevamo gli stessi interessi letterari, sentimentali e politici. Credevamo in una dimensione civica della letteratura. Scrivere sui giornali, curare la rubrica sul País, veniva di conseguenza. Per entrambi valeva il pensiero di Camus: “Non posso impegnarmi a dire la verità ma posso impegnarmi fortemente a non mentire”. In un’epoca inquinata dalle fake news essere proprietari del proprio vocabolario significa essere proprietari del proprio pensiero».
Almudena ha scritto fino alla fine lasciandoci un ultimo romanzo “Todo va a mejorar”, in Italia “Il grande sogno”.
«Scrivere per lei era una forma di resistenza. Era molto disciplinata, la mattina si alzava presto, sbrigava qualche faccenda, accompagnava nostra figlia a scuola ma poi rigorosamente dalle nove alle due di pomeriggio si metteva a lavorare. Anche durante la malattia, non si lamentava mai, camminava ogni giorno come i medici le aveva consigliato, “ne verremo fuori”, diceva per non farci preoccupare».
Parlare di morte oggi è infrangere un tabù?
«Pasolini aveva previsto l’approdo a una società che confonde i desideri con i diritti e vive un’infantilizzazione pericolosa chiedendoci di essere sempre belli, in forma, sani. I naufraghi che muoiono nel Mediterraneo per certa stampa sono semplicemente “illegali”, aggettivo che cancella l’identità dell’essere umano e solleva dalla responsabilità di salvarli. Rispetto a questa disumanizzazione rivendico la cultura come educazione e conoscenza. Rivendico l’amore che è alla base di ogni contratto sociale».
A proposito di amore, come vi siete conosciuti?
«Nel 1992, a un incontro di scrittori. La sera abbiamo preso un taxi insieme e non ci siamo più lasciati. Ha esercitato un potere su me fin dal primo momento… E poi per me Almudena era guapisima».