Finis Terrae, i fantasmi del Karabakh
di Fernando GentiliniMonastero di Dadivank
Quando i giovani Ali Schirwanschir e Nino Kipiani vollero celebrare il loro amore non ebbero dubbi. Scelsero il Karabakh. Lasciarono per qualche giorno la loro città, la Baku del boom petrolifero ai primi del Novecento, e salirono fino a Shusha, a quasi duemila metri, perdendosi in quell’incanto di montagne, ruscelli e foreste che forma un piccolo Eden nel cuore del Caucaso meridionale, tra Russia, Persia e Turchia.
Il banchetto con le rispettive famiglie fu preparato nel luogo della tradizione, vicino la fonte di Pechachpour, da cui sgorgava un’acqua miracolosa capace di annullare l’ebbrezza del vino. E non era certo quella l’unica cosa straordinaria del Karabakh: erano straordinari i cavalli dorati, le libagioni abbondanti, i tappeti, i canti, i balli indiavolati attorno ai fuochi, ed erano ancor più straordinari la foresta smeralda, il cielo color cobalto e il candore accecante dell’ultima neve.
In quei villaggi montani, che erano tutti antichi feudi armeni o fortezze musulmane, ab…
Quando i giovani Ali Schirwanschir e Nino Kipiani vollero celebrare il loro amore non ebbero dubbi. Scelsero il Karabakh. Lasciarono per qualche giorno la loro città, la Baku del boom petrolifero ai primi del Novecento, e salirono fino a Shusha, a quasi duemila metri, perdendosi in quell’incanto di montagne, ruscelli e foreste che forma un piccolo Eden nel cuore del Caucaso meridionale, tra Russia, Persia e Turchia.
Il banchetto con le rispettive famiglie fu preparato nel luogo della tradizione, vicino la fonte di Pechachpour, da cui sgorgava un’acqua miracolosa capace di annullare l’ebbrezza del vino. E non era certo quella l’unica cosa straordinaria del Karabakh: erano straordinari i cavalli dorati, le libagioni abbondanti, i tappeti, i canti, i balli indiavolati attorno ai fuochi, ed erano ancor più straordinari la foresta smeralda, il cielo color cobalto e il candore accecante dell’ultima neve.
In quei villaggi montani, che erano tutti antichi feudi armeni o fortezze musulmane, abitavano principalmente poeti, del tutto diversi da quelli di Oriente e Occidente. Non usavano scrivere i propri poemi, li tenevano impressi nella memoria. Per cantarli solo nei giorni di festa, accompagnati dagli strumenti della tradizione, i cui nomi erano già un inizio di musica: dairah, thara, tschianuri, diplipito…
La notte in cui Ali e Nino si giurarono amore eterno, sui monti incantati del Karabakh, è raccontata in un classico della letteratura pubblicato a Vienna nel 1937 da Kurban Said, la cui vera identità, secondo il libro-inchiesta di Tom Reiss (The Orientalist), corrisponderebbe a quella dello scrittore Lev Nussimbaum. La trama si snoda tra rapimenti, battaglie e mille colpi di scena. Ma ad accompagnare il lettore dalla prima all’ultima pagina è specialmente il sapore del Karabakh, di quel piccolo Eden sul tetto del mondo.
Ali e Nino non è soltanto la storia di un amore impossibile tra un giovane musulmano azero e una principessa georgiana e cristiana. È un piccolo trattato di geopolitica caucasica. Sui popoli, le tradizioni e le rivalità ancestrali in questa regione terribile e magnifica, dove ogni giorno si combattono guerre tutt’altro che “congelate”, tra le quali quella per il possesso del Nagorno-Karabakh, come ci ricorda la cronaca recente, fa impallidire tutte le altre.
Armeni cristiani e azeri musulmani, fino all’esodo forzato dei primi nelle scorse settimane, avevano per secoli convissuto nel Karabakh, ciascuno pensando di esserne il proprietario esclusivo. Gli armeni in ragione dei monasteri che ne fanno da tempo immemorabile l’avamposto orientale della cristianità; gli azeri per averlo messo più volte a ferro e fuoco in epoche lontane, tramite khan leggendari che guerreggiavano per la gloria di zar, emiri e sultani.
Kurban Said ambienta il suo romanzo tra il 1915 e il 1921, gli anni in cui fu disegnata la mappa del Caucaso come ancora la conosciamo. Azeri e armeni si disputavano Karabakh, Nakhchivan e Zangezur, mentre gli eserciti russi e turchi rivaleggiavano per il controllo della regione. E la cosa straordinaria di questo autunno del 2023 è che i raid militari azeri e il conseguente l’esodo degli armeni dal Karabakh, in un contesto regionale dove sale il peso turco e cala quello russo, riflettono la stessa logica di un secolo fa.
E difatti il duello per la bella Nino tra l’azero Ali khan e l’armeno Melik Nachararjan, intorno al quale ruota il romanzo, è anche una metafora della lotta secolare tra i due popoli per il dominio del Karabakh. I due giovani contendenti si comportano inizialmente da amici, il che per la verità non convince gli anziani. E difatti ben presto quella finta amicizia stingerà nel tradimento e poi in un odio ancestrale, fino al richiamo della legge del sangue e allo scontro finale.
In epoca moderna, il duello tra azeri e armeni, quello reale, è ripreso alla fine degli anni Ottanta, quando fu chiaro che l’Urss stava per sfaldarsi e che lo schema voluto da Stalin dell’enclave armena all’interno della repubblica azera aveva fatto il suo tempo. Fu da allora che la violenza tornò a insanguinare il Nagorno-Karabakh. Non solo o non tanto in nome di una rivalità millenaria tra i due popoli, ma di un nazionalismo etnico che derivava dalle ideologie europee del XIX e XX secolo e soprattutto dal fallimento sovietico.
Sul primo punto il racconto di Kurban Said è interessante, perché nella sua Baku erano tutti affascinati dal concetto di potenza europeo. Mentre invece, sul nesso tra fine del comunismo ed etno-nazionalismo caucasico, andrebbero riletti i reportage dall’Urss moribonda di Kapu?ci?ski (Imperium) e Terzani (Buonanotte, signor Lenin), dove si profetizzava tra l’altro come la creazione di Stati-nazione etnicamente omogenei, in una regione in cui è la geografia a dettar legge, avrebbe portato solo disastri.
E difatti quando nel 1991 Armenia e Arzebaijan diventano repubbliche indipendenti, il Nagorno Karabakh torna in cima alle rispettive agende politiche e militari. Con una prima guerra negli anni Novanta, una seconda nel 2020, fino al blitz azero del 20 settembre scorso, che peraltro, vista la latitanza di Mosca, le mire turche e la mancanza per ora di un orizzonte multilaterale onusiano o europeo, potrebbe essere solo l’inizio di un regolamento di conti più vasto.
Ad ogni modo, il risultato netto di questi ultimi decenni è un Nagorno Karabakh ormai ombra di se stesso. Al punto che se Ali e Nino tornassero oggi sui monti vicino a Shusha, vi troverebbero al massimo i loro fantasmi. Quello del giovane azero incolperebbe di certo gli armeni, infidi come il suo rivale letterario Melik. Nino invece darebbe senza dubbio la colpa al deserto, all’islam e all’intolleranza, tutti demoni che in cuor suo infestano solo quell’altra metà del mondo.
Tutto questo per dire quanto sia complicato spiegare una guerra di simboli e miti come questa. La verità dei fatti può rivelarci il bisogno azero di contiguità geografica, il senso di accerchiamento degli armeni, il cinismo di una comunità internazionale più interessata al gas e al petrolio del Caspio che al destino della più antica comunità di cristiani. Ma per capire il Karabakh che abbiamo perduto per sempre serve una verità più vera e più profonda, serve la verità emotiva: che è la ragione per cui il romanzo di Kurban Said, specialmente oggi, è più prezioso di cento saggi di geopolitica.
La serie. Finis Terrae
In questo ciclo di articoli, Fernardo Gentilini racconta alcune aree strategiche del mondo attraverso letteratura
e storia